Prïe de Mâ. Tappetti di pietra per un’infanzia incantata

Erano giorni felici, l’estate esplodeva ogni giorno col nascere del sole, i profumi dei fiori si confondevano tra loro ma rendevano l’aria che si respirava più piacevole che mai, in lontananza il mare era una lastra d’azzurro ed io, riponendo nel cestino di vimini due frutti, capivo che era giunta l’ora di scendere in spiaggia.

La strada da percorrere era faticosa, tanti e tanti gradini formati da sassi e pietraie conducevano sul litorale di Camogli e laggiù brevi spiaggette accoglievano i bagnanti del posto. In punta di piedi saggiavo il tepore dell’acqua e poi piano piano entravo in mare. Quattro bracciate, un sorriso con qualcuno che ti invitava a giocare a palla, e poi il ritorno sulla nera sabbia ove i sassi erano i padroni assoluti.

Già i sassi, ed io, ogni pomeriggio me ne appropriavo indisturbata riempiendo quel sacchetto che lo zio mi aveva dato con la raccomandazione di riportarlo colmo. Sceglievo quelli più tondi, levigati, di varie misure, sia bianchi che neri. A casa, consegnavo la mia raccolta di quelle pietre ed ottenevo sempre un grazie di apprezzamento. Lo zio alla fine dell’estate preparava una gettata di cemento e vi disponeva quei sassi disponendoli a forma di fiore o stella, pressava il tutto lo ricopriva con un tavolato, e dopo alcuni giorni… sorpresa, il pavimento del giardino diventava un mosaico. Io restavo ammirata di ciò, ma solo dopo molti anni ho capito che quella era un’arte e non un gioco. Quanti sassi ho raccolto proprio per gioco!

Con il tempo mi sono resa conto che anche grazie al movimento delle onde ed allo sfregamento di pietra contro pietra il mare aveva regalato all’uomo il mezzo per creare composizioni artistiche, la cui rappresentazione visiva diveniva un ricamo del quale è impossibile non rimanere affascinati. Il popolo ligure facendo leva sulla fatica e sul sudore dei suoi abitanti seppe far fiorire quest’arte unica al mondo e tramandarla nei secoli. In dialetto questi tappeti posti sui sagrati delle chiese si chiamano Rissêu e sono il colpo d’occhio principale con il quale ogni visitatore viene in contatto.

La Liguria “nasconde” per così dire questi manufatti ritenendoli tesori quasi personali e, pur essendo sparsi in tutta la regione, i più particolari e preziosi si trovano tra Portofino e Moneglia. Sant’ Ambrogio a Zoagli, Nostra Signora dell’Ulivo a Chiavari. Santa margherita di Fossa Lupara, l’Oratorio dei Neri a Rapallo, Santa Croce e San Giorgio a Moneglia, San Giorgio a Portofino e molti altri ancora offrono agli occhi dei visitatori  una tecnologia perfetta, e ti sorprende come il bello lo vedi, talvolta lo calpesti, e come quel tesoro può  esistere anche sotto i tuoi piedi. Il tutto risale al XIV e XV secolo,  ed anche se i disegni hanno sicuramente  un’influenza moresca,  la tecnica di questi tipici mosaici nasce esclusivamente in Liguria dato che la mappatura dei luoghi è molto precisa e consiste proprio nell’ aver individuato questi manufatti già esistenti, anche nelle ville dei signori costruite nel XV secolo.

A questo proposito oltre alla presentazione itinerante del libro Prïe de Mâ (Pietre del mare) di Darko V. Perrone (nella foto a lato), che avverrà in molti borghi della riviera di Levante dal 29 marzo all’ 8 aprile 2018, saranno esposte le fotografie aeree scattate con l’utilizzo del drone, e che saranno visibili  nel salone comunale di Sestri Levante nella mostra Scoprendo Bellezza ed Armonia su borghi e paesaggi alla scoperta di tesori nascosti.

Quel mio ricordo, quel raccogliere sassi, è diventato tramite quell’arte una tecnologia per vedere immagini che stanno sospese tra il concetto di spazi, colori  e, qualcosa di spirituale:  un sogno in formato realtà che la bimba di allora aveva e vorrebbe ancora interpretare  come un gioco.

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