Il servizio pubblico e l’EMFA. Nuove norme da Bruxelles

L’8 agosto 2025 è entrato in vigore in tutti i Paesi dell’Unione Europea l ’European Media Freedom Act (EMFA), il regolamento europeo 2024/1083 che comporta “una serie di regole a protezione dell’indipendenza e pluralismo dei media” e che si propone di “migliorare la tutela dei giornalisti, delle loro fonti e della libertà di stampa nell’era digitale”.

Il nuovo regolamento vuole che i servizi pubblici siano indipendenti dalla Stato, che dispongano di risorse certe e vieta qualsiasi forma di ingerenza nelle decisioni editoriali.

Sovraintende all’applicazione delle norme, con il gruppo di lavoro del Parlamento creato ad hoc, la vicepresidente dell’Eurocamera, Sabine Veheyen, secondo la quale l’EMFA “è un gran risultato ma il suo vero valore si misurerà nei fatti. Ora inizia il vero lavoro: garantire che ogni Stato membro attui l’EMFA in modo completo e fedele. La libertà di stampa non è negoziabile: è la spina dorsale della nostra democrazia”,

“Osservo con preoccupazione il declino della libertà di stampa in diverse parti d’Europa e invito tutti gli Stati membri ad attuarlo con rigore”, ha aggiunto la presidente della Commissione per la cultura e l’istruzione, Nela Riehl.

“La normativa dell’U – leggiamo sul sito dell’Euro Parlamento -, rafforza la trasparenza della proprietà delle testate giornalistiche e dell’assegnazione della pubblicità statale, rafforza l’indipendenza dei media pubblici e garantisce una solida protezione per i giornalisti e le loro fonti. Per garantire visibilità e pluralismo, le piattaforme digitali devono astenersi dal cancellare o limitare arbitrariamente i contenuti dei media indipendenti.

In Italia

Cosa ora accadrà in Italia dove il controllo del servizio pubblico radiotelevisivo è affidato al Governo in carica e, quindi, ai partiti che ne fanno parte, che nomina la maggioranza dei consiglieri di amministrazione e l’amministratore delegato con l’approvazione della Commissione di Vigilanza Parlamentare.

Non si tratta di tracotanza del potere ma è frutto dalle modifiche adottate nel 1975, su impulso della Corte Costituzionale che l’anno precedente aveva confermato quanto stabilito nel 1960 per favorire il monopolio pubblico televisivo su quello privato che avrebbe garantito il privilegio di pochi.

Modifiche che hanno compreso anche l’istituzione della Commissione parlamentare di vigilanza, in modo che all’apice del servizio pubblico fosse presente anche l’opposizione. Rai di tutto di tutti, recita uno dei suoi claim.

Ma a garantire il pluralismo dell’informazione compito e a sorvegliare e apportare  equilibrio sul potere dell’azionista di maggioranza, la Commissione  non ci è mai riuscita, essendo essa stessa espressione diretta dei vari partiti presenti in Parlamento. Secondo gli osservatori sono conseguenza della di questa assise sia la nota lottizzazione del servizio pubblico con l’assunzione di persone comode o raccomandate dai politici, sia la forma di censura verso professionisti considerati non conformi alla narrazione politica del momento.

Complessivamente la RAI sembra essere un ambito bottino di guerra per chi vince le elezioni e i suoi alleati, indifferenti al pagamento del canone pubblico e ben lontana dalle norme dell’EMFA che si propongono di arrivare a “un quadro comune per i servizi dei media nell’ambito del mercato interno” di ogni Stato membro.

La domanda, allora sorge spontanea: se nel servizio pubblico non sarà modificata la sua gestione, l’Italia è destinata a una prossima – e ulteriore – procedura d’infrazione europea?

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