Scoperte naturali e restauro attivo. Nel Golfo di Napoli tornano i coralli
A Bagnoli, a ovest di Napoli, nell’area inquinata da decenni di attività dell’acciaieria Italsider, stanno tornando a formarsi i coralli. È il risultato positivo di un progetto della Stazione Zoologica Anton Dohrn, realizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Napoli Federico II, l’Università degli Studi di Salerno e l’Università degli Studi di Palermo.
L’Italsider è stata chiusa nei primi anni Novanta del secolo scorso, lasciando un’area fortemente degradata.
Da tempo sono in corso interventi di bonifica e nelle acque costiere delle zone risanate, i centri scientifici di cui sopra nel 2020 hanno avviato un progetto di restauro attivo. Sul fondale sono state installate strutture artificiali, o substrati, che favoriscono la crescita della madrepora arancione (Astroides calycularis), una specie di corallo che vive in acque illuminate.
Si tratta quindi di una rinascita indotta ma riuscita: lo sviluppo di questi organismi favorisce la colonizzazione di alghe e altre forme di vita, contribuendo al ripristino dell’habitat e alla rigenerazione della biodiversità marina.
Se manterrà queste premesse, l’ecosistema innescato dalla ricerca scientifica potrà dimostrare la capacità della natura di recuperare le proprie caratteristiche anche in ambienti fortemente inquinati.
I ricercatori stanno inoltre sperimentando tecniche di bonifica basate sull’uso di microrganismi e corrente elettrica nell’ambito del progetto Life Sedremed, finanziato dall’Unione Europea come soluzione innovativa per la decontaminazione dei siti marini contaminati.
La scoperta dei coralli profondi
Oltre ai coralli che stanno ricrescendo a Bagnoli, nel Golfo di Napoli è stato recentemente scoperto anche un antico ecosistema corallino a circa 500 metri di profondità.
Si tratta di una barriera di coralli di acqua fredda, composta da madrepore bianche (Desmophyllum pertusum e Madrepora oculata) e coralli neri, detti anche coralli profondi perché non necessitano della luce solare per vivere.
Questo ecosistema appare naturale e incontaminato, sebbene situato in un canyon marino oggetto di studi sul cambiamento climatico.
La scoperta è avvenuta durante la spedizione Demetra, promossa dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn per mappare la biodiversità sommersa.
Il Golfo di Napoli laboratorio del mare
Le scoperte naturali e le attività di restauro attivo dimostrano come gli scienziati considerino il Golfo di Napoli un luogo ideale per studiare gli ecosistemi marini e le loro reazioni ai cambiamenti ambientali, grazie alla combinazione unica di vulcani, biodiversità e habitat differenti.
L’influenza dei sistemi vulcanici del Vesuvio e dei Campi Flegrei genera emissioni di gas dal fondale, variazioni di temperatura e una particolare composizione chimica dell’acqua: condizioni che rappresentano un esempio di vita in ambienti estremi.
Allo stesso tempo, le aree fortemente antropizzate — tra porti, industrie e intensa urbanizzazione — vengono studiate per capire se e in quanto tempo la biodiversità sia in grado di recuperare la propria integrità.
In questo laboratorio naturale, infine, gli scienziati osservano come gli organismi marini reagiscano a condizioni estreme molto simili a quelle che potrebbero diventare sempre più comuni con il cambiamento climatico.
Immagine: corallo madrepora arancione (Astroides calycularis) – foto tratta da Facebook

