GAPHAZ svela il legame invisibile tra permafrost e riscaldamento globale

GAPHAZ – Nelle regioni d’alta quota il cambiamento climatico è una realtà che sta riscrivendo la geografia del pianeta. Sulla catena dell’Himalaya questo fenomeno si manifesta in modo eccezionalmente severo a causa di un meccanismo noto agli scienziati come “amplificazione d’alta quota“: in parole semplici, le montagne più alte del mondo si stanno riscaldando a una velocità quasi doppia rispetto alla media globale.

Questo aumento termico costante agisce come una morsa distruttiva, attaccando la stabilità delle vette su due fronti paralleli.

Il primo fronte è invisibile e si consuma nel cuore stesso della roccia. L’aria sempre più calda riscalda progressivamente i versanti montuosi, spingendo il calore a penetrare nelle fratture più profonde. Qui si trova il permafrost, uno strato di terreno e ghiaccio perennemente congelato che per millenni ha svolto la funzione di un vero e proprio ‘cemento naturale’. Quando questo collante si fonde a causa del riscaldamento globale, l’acqua liquida penetra nelle fessure: la roccia perde così la sua coesione interna e l’intero versante diventa instabile.

Il secondo fronte arriva dal cielo. Ad altitudini dove un tempo dominava sovrana la neve, oggi cade sempre più spesso una pioggia battente. Questo cambio di scenario è cruciale: mentre il manto nevoso isola e protegge il terreno dal calore esterno, l’acqua piovana fa l’esatto contrario. Essendo decisamente più calda dello zero termico della roccia, la pioggia penetra nelle fessure montane e agisce come una miccia, accelerando in modo drammatico lo scongelamento del permafrost profondo.

Il risultato finale di questa combinazione di fattori è la perdita totale della stabilità strutturale della montagna. La roccia, ormai indebolita e privata del suo legante millenario, non è più in grado di sopportare l’enorme peso dei ghiacciai soprastanti. Il finale di questa catena di eventi lo abbiamo purtroppo davanti agli occhi: cedimenti strutturali improvvisi e crolli catastrofici che dalle vette si riversano con furia devastante verso le valli sottostanti.

Cronaca di una catastrofe in sette minuti

“I ricercatori del progetto GAPHAZ di tutto il mondo stanno esaminando rapidamente diverse fonti di dati, tra cui tracciati sismici e immagini satellitari, per identificare la causa esatta del disastro. Un ghiacciaio è certamente coinvolto, ma è improbabile che sia l’unica causa”.

Questa è stata una delle prime dichiarazioni rilasciate da GAPHAZ (Glacier and Permafrost Hazards in Mountains), il gruppo internazionale composto da circa cinquanta glaciologi di tutto il mondo – inclusi gli esperti dell’Università di Kathmandu – uniti per studiare i rischi legati ai ghiacciai e al permafrost in alta quota. Al centro delle loro indagini c’è l’alluvione lampo, tanto improvvisa quanto devastante, che ha appena messo in ginocchio il Nepal.

La tragedia ha avuto inizio nel Territorio Autonomo del Tibet, in Cina, a circa 17 chilometri dal confine nepalese. È su questa altissima catena himalayana che la parete rocciosa a supporto di un ghiacciaio – situata a 5.200 metri di quota – ha ceduto di schianto. Questa barriera di roccia, che sosteneva una massa glaciale già fortemente indebolita, è letteralmente franata trascinando con sé ogni cosa.

“Quando i ghiacciai si sciolgono – spiega un glaciologo del team – indeboliscono l’intera montagna e i sedimenti che la compongono. Si tratta di una gigantesca struttura rocciosa che lotta per anni, spesso silenziosamente. Se un singolo blocco si stacca, può trascinare una sezione di ghiacciaio già compromessa. L’energia sprigionata dall’attrito genera poi un calore immenso. È un vero e proprio effetto a cascata. In questo caso, la colata ha raggiunto prima il fiume Trishuli, ancora in territorio cinese, per poi abbattersi sul valico di frontiera di Gyirong tra Cina e Nepal, devastandolo completamente. Tutto è accaduto in meno di sette minuti”.

Il gruppo di esperti ha stimato che questa catastrofica inondazione improvvisa, avvenuta il 26 agosto scorso, abbia viaggiato a una velocità impressionante di 180 chilometri orari. Il crollo della porzione di ghiaccio ha innescato un’onda anomala che in alcuni punti ha sfiorato gli 80 metri d’altezza, sprigionando un volume d’acqua stimato in 200 milioni di metri cubi. Questa micidiale colata di fango, rocce e detriti ha percorso quasi 200 chilometri, spazzando via interi villaggi, strade e impianti idroelettrici, e lasciando dietro di sé un bilancio drammatico che conta oggi, provvisoriamente, i 919 morti e circa 4.200 dispersi.

Grazie all’analisi delle immagini ad altissima risoluzione fornite dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), la comunità scientifica internazionale e gli esperti di GAPHAZ sono giunti a una conclusione precisa: si è trattato del crollo di un ghiacciaio ceduto sotto la pressione di una roccia ormai indebolita dal degrado del permafrost.

Chiamarlo “disastro naturale” è un errore

Non si tratta di un semplice disastro naturale. All’interno della comunità scientifica si cerca di cambiare questa terminologia: questa è, a tutti gli effetti, una catastrofe causata dall’uomo, figlia della vulnerabilità di ecosistemi già profondamente compromessi. “Sappiamo con certezza che le attività umane stanno riscaldando l’atmosfera attorno ai ghiacciai a ritmi insostenibili, con temperature superiori di due o tre gradi rispetto al passato” sostengono i glaciologi.

Nonostante lo scenario drammatico, gli scienziati sottolineano che c’è ancora una speranza per fermare queste calamità: siamo ancora in tempo. Se gli Stati firmatari rispetteranno i tagli alle emissioni di gas serra raccomandati dall’Accordo di Parigi — riducendo drasticamente l’uso di combustibili fossili come gas, petrolio e carbone, e proteggendo i territori attraverso il contrasto alla deforestazione — la differenza sul futuro del pianeta sarà enorme.

C’è ancora tempo per invertire la rotta

I modelli climatici parlano chiaro.

Sulle Alpi, se non si interviene con un’azione globale, entro la fine del secolo sopravviverà appena il 5% dei ghiacciai; rispettando gli accordi, invece, potremmo salvarne fino al 30%.

Sulla catena dell’Himalaya, che mostra una resistenza strutturale persino maggiore, la percentuale di ghiacciai salvati potrebbe balzare dal 30% a ben l’85%.

Una differenza vitale non solo per l’ambiente d’alta quota, ma per i miliardi di persone a valle che dipendono strettamente da queste riserve d’acqua per la propria sopravvivenza.

Link: GAPHAZ 

 

Immagine by.magnific.com – pubblico dominio

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