Boomerasking. Ti interessa davvero la mia risposta o vuoi solo parlare di te?
Il boomerasking è un termine coniato dalla psicologia comportamentale per indicare una dinamica sociale sempre più frequente: si verifica quando una persona pone una domanda empatica al suo interlocutore per poi, a risposta ricevuta, riportare immediatamente l’attenzione su di sé.
Il termine è stato coniato dai ricercatori della Harvard University e dell’Imperial College Business School, unendo le parole inglesi boomerang (l’oggetto che torna indietro) e asking (chiedere), e descrive questa specifica forma di narcisismo conversazionale.
Lo schema fisso
Per gli studiosi, la dinamica del boomerasking segue uno schema fisso che si articola nelle seguenti tre fasi:
la domanda esca: un introduttivo “come stai?”, ovvero una domanda apparentemente cortese;
la risposta breve: l’interlocutore, credendo nel reale interesse di chi ha di fronte, risponde con fiducia;
il ritorno al mittente: senza fare ulteriori domande di approfondimento, il partner conversazionale risponde alla stessa domanda ma proiettandola su se stesso. Si riprende così il centro della scena e catalizza nuovamente l’attenzione, iniziando a parlare di sé (il suo reale interesse originario).
La domanda iniziale serve quindi solo a far rimbalzare indietro, come un boomerang, il soggetto della conversazione.
Basandosi sulle ricerche di Alison Wood Brooks (Harvard) e Michael Yeomans (Imperial College di Londra), pubblicate sul Journal of Experimental Psychology, il boomerasking è un’abitudine conversazionale sottile ma dannosa, capace di minare la fiducia, le relazioni e l’impatto della leadership negli ambienti di lavoro odierni.
Chi subisce il boomerasking percepisce l’interlocutore come insincero, egocentrico e poco affidabile, perdendo progressivamente fiducia nei suoi confronti.
Se questo comportamento viene adottato dai leader, distrugge la sicurezza psicologica del gruppo e blocca la collaborazione spontanea.
Il paradosso psicologico
Il danno non lo subisce soltanto chi ne viene sottoposto, ma forse soprattutto chi lo pratica.
La maggior parte delle persone ricorre al boomerasking in modo del tutto inconsapevole, lontana dalla consapevolezza di star attuando una dinamica comunicativa egocentrica; al contrario, si ritiene spesso un ottimo conversatore per il solo fatto di aver posto l’altruistica domanda iniziale.
L’illusione dell’idoneità sociale
Gli studiosi Alison Wood Brooks e Michael Yeomans rimarcano come “gli esseri umani trascorrono gran parte della loro vita conversando, e tendono ad avere molteplici motivazioni simultanee”; tuttavia i “due desideri fondamentali alla base dell’interloquire sono rispondere all’interlocutore e rivelare qualcosa di sé”.
Chi fa boomerasking si illude di aver trovato il perfetto compromesso tra questi due desideri umani innati: mostrarsi responsivi verso gli altri e rivelare informazioni su se stessi. In questo modo si cade nell’illusione dell’idoneità sociale, un errore cognitivo che spinge a credere che la cortesia della domanda iniziale compensi il successivo monologo.
I dati dimostrano il contrario: sebbene chi pratica il boomerasking creda di lasciare un’impressione positiva, in realtà la sua decisione di condividere la propria risposta, anziché approfondire quella dell’interlocutore, appare egocentrica e disinteressata al punto di vista altrui.
Di conseguenza, le persone percepiscono chi fa boomerasking come insincero e preferiscono di gran lunga interlocutori che si esprimono apertamente.
La conferma arriva dai partecipanti ai test scientifici: hanno dichiarato di preferire le persone che scelgono una condivisione diretta e trasparente di sé (straightforward self-disclosure) rispetto a chi maschera l’egoismo dietro una finta domanda.
Come e perché superare il boomerasking
Tuttavia, per Alison Wood Brooks il fenomeno si può superare con la semplice presa di coscienza del fenomeno e delle sue insidie, riconoscendo quando ne siamo noi stessi colpevoli. Una volta compreso che tendiamo a porre domande senza prenderci il tempo di ascoltare la risposta, possiamo frenare questo comportamento prima di condividere le nostre opinioni troppo in fretta.
Oltre alla consapevolezza di sé, il rimedio risiede nel modificare la struttura dei propri dialoghi attraverso tre azioni:
imparare ad agganciare la risposta (conversational uptake): dimostrare vivo interesse per l’interlocutore, convalidando e commentando esplicitamente ciò che ha appena detto.
porre domande di approfondimento (follow-up): fare ulteriori quesiti sul medesimo argomento per frenare la tentazione di spostare il focus su di sé (ad esempio, se non si è genitori, chiedere a chi lo è come gestisce il tempo con i figli, ascoltando la risposta senza fare paragoni con la propria vita).
creare una cultura della responsabilità: nei contesti aziendali o familiari, Wood Brooks suggerisce di stabilire regole di comunicazione chiare per rendere i gruppi consapevoli del problema.
In definitiva, Alison Wood Brooks ammonisce: chi ha il vizio del boomerasking dovrebbe riflettere sui danni di questo comportamento. Continuando così, rischia di perdere sia i consigli preziosi degli altri, sia la possibilità di stringere legami autentici.
Vale la pena parlare sempre di te sé il prezzo da pagare è perdere consigli utili e amici veri?

