Il futuro della falconeria kazaka passa attraverso l’inclusione femminile

Il famoso fotografo Asher Svidensky gira il mondo documentando con la sua fotocamera le diverse culture. In realtà avrebbe voluto occuparsi di cinema, nello specifico diventare sceneggiatore, ma ci teneva troppo alla propria indipendenza (“quando lavori nell’industria cinematografica, dipendi da così tante persone” ha dichiarato in una recente intervista). Così ha preferito accantonare la predilezione per la settima arte e “prendere la mia fotocamera e uscire”. Uscire per Svidensky significa andare in giro per il mondo: Cina, Africa, Asia, Sud America e Mongolia.

Nella fotografia è riuscito a declinare la sua passione del narrare. Lo dimostra il suo sito, dove oltre a riportare i suoi scatti, Svidensky descrive minuziosamente i suoi progetti, facendoci compiere degli autentici, seppur virtuali, viaggi nei costumi di genti lontane, come avviene con il reportage intitolato La storia della cacciatrice di aquile.

Svidensky si è recato a Ulgil (Mongolia) per documentare i cacciatori di aquile kazaki che “conservano e tramandano di generazione in generazione l’antica tradizione di addomesticare le aquile che usano per cacciare animali più piccoli, come volpi e marmotte”.

Si tratta di famiglie che vivono in Mongolia dalla fine del comunismo, migrate dal Kazakistan e dalla Russia. In questa parte del mondo riescono a preservare quest’antica tradizione “senza fini turistici” ci dice Svidensky, come avviene, invece, in Kazakistan; e per questo solo loro sono gli ultimi a “meritare il titolo di cacciatori di aquile”.

Con un autista e una traduttrice locale che l’ha condotto dalle famiglie dei cacciatori che vivono sulle montagne, Svidensky ha iniziato il suo reportage trascorrendo almeno una giornata con ciascuna famiglia documentandone oltre alle battute di caccia la  vita quotidiana e spingendosi sempre oltre per raccontare “una storia più interessante del solito ‘ancora oggi ci sono cacciatori di aquile in Mongolia?”.

Il talento da segugio del fotografo prende sempre il sopravvento, ma è la stessa Mongolia moderna a condurre chi la visita verso oltre a ciò che è a portata di vista, perché è un Paese antico dell’Asia orientale ri-formatosi dopo il crollo dei Paesi comunisti del 1989.

Il giovane paese antico

Terra di steppe, tra la Russia e la Cina, con le montagne a nord e a ovest e a sud il deserto del Gobi (descritto ampiamente da Marco Polo né Il milione) e senza sbocco al mare, secondo Svidensky abbiamo della Mongolia, un’immagine “vaga” che risale, magari, al Regno di Chinggis Khaan del XII o ai novecenteschi Impero di Manciuria (Manciukuò) e paese satellite dell’URSS. Ma poco sappiamo della Mongolia degli ultimi decenni, di questo giovane Paese con una costituzione propria dal 1992, repubblica semi-presidenziale intenzionata a costruire una solida democrazia e un’economia di mercato, in piena transizione “non più comunista – scrive Svidensky – ma ancora non completamente moderna”.

Paese dai lunghi e freddi inverni (nonostante risenta del riscaldamento globale che ha aumentato la sua temperatura media), che rendono difficile l’agricoltura, dalla bassissima densità abitativa (poco più di una persona per chilometro quadrato), con oltre il 40% dei suoi circa 2 milioni d mezzo di residenti concentrati nella capitale, Ulan Bator e il 30%  nomade (come da tempi antichissimi, i primi insediamenti umani risalgono al Paleolitico) e dedito all’allevamento.

Come i kazaki, popolazione di lingua turca originaria dell’Asia centrale, nella Mongolia da tempo immemorabile, da sempre allevatori nomadi e cacciatori di aquile. Una tradizione che resiste all’usura del tempo. Svidensky nel suo reportage si occupa esattamente “della generazione futura” ovvero dei ragazzi “che muovono i primi passi nell’apprendimento delle abilità di caccia”.

Nella zona di Chaulting, a nord di Ulgil, montagna vicino alla frontiera russa ha conosciuto Irka Bolen di 13 anni, l’età in cui un ragazzo è ritenuto “abbastanza forte da sopportare il peso di un’aquila adulta e il padre inizia ad addestrarlo all’antica tecnica di caccia”.

I prodigi

Nella tradizione kazaka ci sono molti modi per insegnare la caccia, sembra che ogni famiglia abbia una propria tecnica speciale, ma tutti sono d’accordo nell’asserire che servono 5 anni di preparazione per diventare un vero cacciatore di aquile, trascorsi i quali il novellino, per ottenere il titolo di Eagle Hunter (falconere) dovrà condurre una battuta (di caccia) con successo.

Poi ci sono le eccezioni o, se preferite, i prodigi. Svidensky ne ha conosciuto e fotografato uno, incontrato a Hen Gohadok; si chiama Bahak Birgen è ha iniziato a studiare da cacciatore a 8 anni. Ritenuto dal padre già a quell’età  forte abbastanza, Bahak, che di anni oggi ne ha 14, è diventato famoso come il Youngest Eagle Hunter in Mongoliail più giovane cacciatore con le aquile della Mongolia.

Arriva il tempo delle ragazze

E le ragazze? Dove sono le ragazze? “È vero che nel passato il territorio brullo e il clima difficile della Mongolia avevano ristretto l’ambito della caccia ai soli uomini – scrive il fotografo – ma è anche vero che oggi il 70% della sua popolazione istruita del Paese è composta di donne e la maggior parte dei suoi istituti d’istruzione sono gestiti da donne” dunque – riflette Svidensky – è possibile immaginare che “il futuro di quest’ arte spettacolare” possa contare anche sulle ragazze. Infatti il futuro è già realtà. Ancora a Hen Gohadok, Svidensky ha conosciuto la giovane Aisholpan, che in uniforme kazaka in cima alla montagna porta sulle spalle e comanda la sua aquila con estrema disinvoltura.

Ma non è ancora una cacciatrice. Fino a 2 anni fa era il fratello maggiore a essere addestrato per diventare il successore della tradizione della famiglia. “Ma è stato arruolato nell’esercito. È diventato ufficiale – spiega il padre a Svidensky – è difficile che possa riprendere la tradizione. Ho iniziato ad addestrare Aisholpan, ma non oserei mai a farne una cacciatrice. A meno che lei non me lo chieda. Se lo farà l’anno prossimo sarà lei a cavalcare con l’aquila al mio posto”.

Quindi il futuro dell’antica arte passa anche attraverso l’inclusione delle donne. “Ma proprio come negli altri aspetti della vita mongola- riflette il nostro artista – è un’opzione che le donne dovranno assumersi da sole”.

L’armonia con la natura della tradizione kazaka

“L’aquila è catturata quando è ancora piccola, il cacciatore la nutre, la ripara dal freddo e le insegna a cacciare – conclude Svidensky -. Dopo circa 8 anni, il cacciatore la porterà sulle montagne, deporrà una pecora macellata sulla cresta della montagna come regalo di addio e manderà via la sua aquila, affinché torni alla natura e abbia cuccioli forti, per il bene delle generazioni future. Questo è il modo di vivere in armonia con la natura della tradizione kazaka”.

 

Fonte: svidensky.com 

Immagini del fotografo Asher Svidensky autore del reportage ‘The Eagle Huntress Story’

 

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