Pensare a Leopoli. Crocevia di culture

A chi studiò Slavistica, in Italia, tra fine Anni ’80 e metà Anni ’90, lo scacchiere centro-orientale appariva mobile come non mai. La relativa geopolitica si percepiva pervasa dal soffio vivificante della libertà.

Le capitali dell’Est, così come le città di media grandezza ma anche i villaggi della provincia profonda, svelavano il proprio ‘esotismo’ attraverso lingue poeticissime, sapori e odori inediti, scorci sempre più famigliari di luoghi fino a poco prima pressoché inarrivabili.

Agli elementi di ancoraggio individuale nell’ “altra Europa”, si mescolavano i miti delle singole culture nazionali: innervati da riferimenti al recente passato, intrisi di struggente rimpianto. È così che la parola kresy riecheggiava in chiunque coltivasse interesse per le vicende della polonità.

Dei kresy, ossia dei territori più orientali e centrifughi rispetto a Varsavia, faceva parte Leopoli, crocevia di genti, commerci, religioni.

Inglobata, alla fine della seconda guerra mondiale, nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la città è oggi a pieno titolo ucraina. La brutale aggressione russa ha nuovamente diretto l’interesse degli osservatori internazionali verso questo scampolo di mondo, dal valore strategico e simbolico indiscusso.

 

Quando i confini dello Stato vennero ridisegnati, con uno spostamento deciso a Ovest, la Polonia fu privata della Galizia, piccola patria smarrita di molti esponenti insigni della cultura contemporanea.

Per parecchi di loro si concretizzò la necessità del reinsediamento (przesiedlenie) o rimpatrio (repatracja, nel linguaggio propagandistico dell’epoca) verso la Repubblica Popolare Polacca.

Aveva circa tre anni Wojciech Pszoniak, uno fra gli attori iconici del regista polacco Andrzej Wajda, interprete dei film Ziemia obiecana (La terra della grande promessa) nei panni di Moryc Welt, di Danton, nel ruolo di Robespierre, del biografico Korczak, quando venne costretto a lasciare Leopoli con il resto della famiglia. Vi tornò una sola volta, nel 2015, su invito di un amico regista, a sua volta leopoliano, Janusz Majewski.

Come ebbe a dire in occasione di svariate interviste successive, Pszoniak, visitò i luoghi che conosceva dai racconti dei genitori e dalle fotografie conservate attraverso il tempo e lo spazio.

A Gliwice, nell’Alta Slesia (la parte sudorientale della regione storica e geografica della Slesia, situata odiernamente per lo più in Polonia e in piccola parte nella Repubblica Ceca), come Pszoniak, approdò da Leopoli anche il poeta polacco Adam Zagajewski, all’epoca del trasferimento forzato, un neonato di appena quattro mesi.

Il futuro poeta avrebbe compiuto un primo viaggio di ritorno nei versi onirici del componimento Andare a Leopoli, intessuto inevitabilmente di memorie famigliari.

La città si espande negli edifici antichi della sua architettura, vibra di suoni, trabocca di calore; si schiude, in estate, nei frutti, nei fiori, nell’erba, esplode di profumi e colori. Si svilisce, accartocciandosi quasi su se stessa, quando la Storia ne sforbicia via luoghi e persone.

Il lettore viene, a un tratto, interpellato dallo stesso Zagajewski: “… svetta la cattedrale, ricordi, così verticale, così verticale …” e quello, pur non ricordando, acquisisce consapevolezza dell’universalità del ‘caso’ Leopoli.

Facciamoci, perciò, suoi ideali cittadini, in questi giorni tragici. Stiamo, col fiato sospeso, alle sue porte poiché ciò che sembrava addirittura inconcepibile di nuovo è accaduto.

Volgiamo il pensiero alla Leopoli perduta per rafforzarci nel convincimento che non possiamo permetterci di perderla ancora una volta.

 

 

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