L’economia dell’attenzione e l’inganno dell’amigdala
Si parla molto dell’economia dell’attenzione, soprattutto in relazione ai social network e ai danni provocati dal loro abuso. In un mondo in cui le informazioni viaggiano sul web in quantità smodata e a una velocità fulminea, la concentrazione degli utenti è diventata una merce rara: un segmento ampiamente studiato e definito come Attention Economy (Economia dell’attenzione).
Le decisioni. Secondo Herbert Simon
L’economista, sociologo dell’organizzazione, psicologo e informatico Herbert Simon (1916–2001), Premio Nobel nel 1978 per i suoi studi sistematici sui processi decisionali all’interno delle organizzazioni economiche – introdusse il concetto di razionalità limitata (bounded rationality).
Con questa teoria dimostrò che gli esseri umani non prendono decisioni come “ottimizzatori perfetti” (la configurazione classica dell’Homo oeconomicus), bensì cercano soluzioni “soddisfacenti”, condizionati dai limiti di tempo, di informazioni disponibili e dalle proprie capacità cognitive.
Come evidenzia la Prof.ssa Giuditta Alessandrini nel suo libro La formazione continua nelle organizzazioni, “…un punto cardine del pensiero simoniano è l’impossibilità di definire l’uomo come soggetto razionale… L’uomo possiede una razionalità limitata: i limiti della conoscibilità, l’impossibilità di controllare le molte variabili interagenti nei contesti, oltre ai condizionamenti socio culturali generano ostacoli all’assunzione razionale dei decisioni.
Dunque, per Simon, l’individuo non dispone di capacità cognitive, tempo e informazioni sufficienti per valutare tutte le alternative possibili. Per questo non può comportarsi come l’“agente perfettamente razionale” della teoria economica standard.
Se la capacità di elaborare informazioni è limitata, anche la capacità di selezionare, filtrare ed elaborare informazioni è necessariamente limitata. L’individuo deve quindi decidere a quali informazioni prestare attenzione. In Designing Organizations for an Information-Rich World Simon introduce il concetto fondamentale dell’economia dell’attenzione, affermando la celebre tesi secondo cui l’abbondanza di informazioni genera povertà di attenzione.
La monetizzazione del tempo e della concentrazione
A oltre cinquant’anni dallo studio del premio Nobel, nell’attuale economia digitale e digitalizzata, sovraccarica di dati (contenuti web, notifiche, video, email), l’attenzione umana è una merce tanto preziosa quanto rara, ma necessaria alle piattaforme per la loro sopravvivenza.
Sappiamo che i social media e i motori di ricerca, per esempio, non vendono prodotti agli utenti, ma ne monetizzano il tempo e la concentrazione, rivendendoli agli inserzionisti pubblicitari sotto forma di spazi e dati comportamentali.
Per attirare e mantenere l’interesse degli utenti, le grandi piattaforme tecnologiche ricorrono a stratagemmi persuasivi di natura scientifica per influenzare i processi cognitivi e i comportamenti, alcuni noti, come lo scrolling infinito, il design accattivante e le notifiche intermittenti regolate dagli algoritmi.
Tutto ciò genera un notevole impatto neurobiologico che danneggia il pensiero profondo e la concentrazione a lungo termine.
Il medico e politico Guido Girardi Lavín– tra gli artefici della legislazione costituzionale cilena sui neurodiritti, una pionieristica contromisura giuridica all’economia dell’attenzione – asserisce che gli algoritmi moderni e i dispositivi neurotecnologici mettono a rischio la sfera intima e l’integrità psicofisica dell’essere umano.
Lo sfruttamento delle vulnerabilità del cervello
L’attenzione, secondo Girardi, è il nuovo petrolio conteso dalle Big Tech: gli algoritmi sono progettati per estrarre dati e ci riescono solo se catturano lo sguardo e il tempo delle persone, sfruttando le vulnerabilità biologiche del cervello umano.
Sopravvivenza evolutiva tra interazione e risparmio di energia
Non è soltanto un concetto psicologico, l’attenzione è un vero e proprio meccanismo di sopravvivenza evolutiva.
Il cervello, spiega Girardi, funziona attraverso l’interazione tra l’amigdala e la corteccia prefrontale. La prima (parte del sistema limbico) è il centro emotivo primordiale, deputato a rispondere alla paura, alle minacce e alla rabbia. La corteccia prefrontale è, invece, la sede del pensiero riflessivo, della logica, della razionalità e dell’analisi complessa. per attivarsi, però, richiede tempo ed energia.
Nel corso del processo evolutivo, di fronte a una minaccia era l’amigdala ad attivarsi immediatamente, “spegnendo” la parte prefrontale. La riflessione, infatti, avrebbe fatto perdere tempo prezioso al nostro antenato quando per salvarsi era necessaria una reazione istantanea di attacco o fuga.
Inoltre, sebbene il cervello consumi da solo circa il 20% dell’energia dell’intero organismo, la nostra mente tende biologicamente a preferire le reazioni immediate e automatizzate per ridurre lo sforzo cognitivo consapevole, ottimizzando le proprie risorse di fronte agli stimoli esterni.
Il cortocircuito cognitivo
Secondo Girardi, le piattaforme digitali sfruttano proprio queste conoscenze scientifiche e psicologiche.
Sollecitando la reattività dell’amigdala, gli algoritmi amplificano i contenuti negativi, carichi di odio e violenza o che suscitano paura, i quali si diffondono da 6 a 10 volte più velocemente rispetto ai contenuti positivi.
Questo flusso costante di messaggi minacciosi mantiene l’amigdala in uno stato di perenne attivazione, fino a provocare un bypass cerebrale o cortocircuito cognitivo: le persone spinte ad agire inconsciamente d’impulso, utilizzano sempre meno la corteccia prefrontale e, di conseguenza il pensiero critico.
Il neuropopolismo
Ciò alimenta il “neuropopulismo globale” che mina le basi della democrazia e, nel profondo, l’evoluzione stessa della nostra specie.
L’essere umano ha sviluppato il proprio cervello affrontando e risolvendo problemi complessi. Se oggi delega la memoria, il calcolo e la selezione delle informazioni agli algoritmi e all’Intelligenza Artificiale, smette di allenare le funzioni superiori della corteccia prefrontale.
Poiché, per principio evolutivo, ciò che non viene utilizzato tende a regredire, la specie umana rischia un vero e proprio retrocesso cognitivo.
La transizione antropologica
Mentre l’evoluzione biologica richiede milioni di anni per modificare le strutture cerebrali, l’evoluzione tecnologica avanza così in fretta da provocare un disallineamento temporale.
I pensieri, i desideri e le paure (regolate dall’amigdala) vengono costantemente pilotati e modificati dall’esterno attraverso i dati estratti dai dispositivi, , trasformando l’essere umano in un elemento biologico passivo e “hackerabile” da sistemi digitali infinitamente più rapidi.
Provocatoriamente, il politico cileno afferma che il ciclo vitale dell’Homo sapiens potrebbe essere sostituito da quello dell’Homo technologicus o post-umano, privato del libero arbitrio.
Immagine: il medico e politico Guido Girardi Lavín (Facebook)

