Amazzonia. Claudia Andujar e la lotta per la sopravvivenza degli Yanomami

Chi ama e conosce bene l’Amazzonia e le sue genti è la fotografa Claudia Andujar, nata in Svizzera nel 1931, ma trasferitasi in Brasile nel 1956, dove venne catturata dal fascino  dello stile di vita delle popolazioni amazzoniche. Dal 1958 al 1971 coprì la regione della foresta pluviale come fotoreporter poi, supportata dalla borsa di studio della Fondazione Guggenheim, lasciò la carriera giornalistica per dedicarsi al saggio fotografico sul gruppo etnico Yanomamö.

Gli Yanomami vivono nel confine tra il Brasile e il Venezuela, tra l’alto Orinoco e i fiumi Rio Branco e Rio Negro. Nel 1970, quando iniziarono i lavori per la costruzione della Trans Amazon Highway, l’autostrada che corre lungo 4mila chilometri attraverso il Brasile settentrionale, la popolazione ne fu coinvolta pesantemente e subì grandi sopraffazioni.  Claudia Andujar ne fu testimone: conobbe il gruppo etnico nel 1971 e vide come i bulldozer distruggevano i loro villaggi e assistette all’impatto socio – culturale che subì questa popolazione, che mai aveva avuto, se non sporadicamente, rapporti con l’esterno: uno dei devastanti risultati fu anche la grande epidemia di morbillo che li colpì nel 1974. In quell’anno l’Andujar mise temporaneamente da parte la sua ricerca fotografica, per creare presidi sanitari che consentissero agli autoctoni di ricevere assistenza medica.

Le traversie della popolazione seguirono negli anni Ottanta, con l’arrivo di migliaia di ricercatori d’oro illegali. Alla fine del decennio si contavano 40mila minatori e soltanto 11mila Yanomami. Erano stati colpiti da nuove epidemie, la più severa delle quali fu la malaria, mentre il mercurio, usato dai ricercatori per l’estrazione del metallo avvelenava i fiumi e, quindi, i pesci e le piante, fonte primaria di allimentazione. Si stima che l’arrivo dei cercatori d’oro e la loro attività di estrazione abbia provocato la morte del 20% del gruppo etnico.

Claudia Andujar, agli Yanomami, ha dedicato la vita. Dal 1978 al 2000, come membro dell’Ong Pro-Yanomami Commission, ha organizzato la campagna per la definizione dei confini dei territori della tribù, riconosciuta dal governo brasiliano nel 1992. Un riconoscimento ottenuto anche per l’abnegazione con la quale per 2 decenni la fotografa svizzera – naturalizzata brasiliana- ha difeso il loro diritto alla terra. I suoi scatti sono stati pubblicati per la prima volta nel 1978 con il libro Yanomami em frente ao eterno, cui fece seguito Amazônia realizzato con la collaborazione del fotografo George Love, con illustrazione dell’artista Wesley Duke Lee.

Oggi le fotografie dell’artista fanno parte delle collezione del Museum of Modern e dell’Eastman House di Rochester di New York, dell’Amsterdam Art Museum e nell’autunno 2020 saranno ospitate dal Museo del Design italiano della Triennale di Milano, nella mostra Claudia Andujar. La lotta Yanomami, retrospettiva sui 50 anni di lavoro dell’artista, con prefazione del poeta amazzonico Thiago de Mello.

Secondo i ricercatori di Survival International, gli Yanomami non sarebbero riusciti a sopravvivere senza l’impegno di Claudia Andujar.

All’inizio della costruzione dell’autostrada la parte della popolazione dei Yanomami che si rifugiò all’interno della foresta, oggi costituisce una delle tribù incontattate e vive a Roraima. Gli altri, dopo la delimitazione e riconoscimento delle terre indigene, sono riusciti ad abbattere la mortalità e a liberarsi dai cacciatori d’oro che ora, scrive The Telegraph, “stanno tornando in massa”. E non c’è una giovane erede di Claudia a difenderli.

 

Fotografie dall’alto: 1) Claudia Andujar con una rappresentante Yanomami in un’immagine recente; 2-4) Anni Settanta, scatti della Andujar alla popolazione, la fotografia 4 riporta un bambino colpito dal morbillo nell’epidemia del 1974; 5) Immagine dal libro Amazônia realizzato da Andujar e George Love

 

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