Brasile. A rischio il riscatto degli schiavi

Il Ministero del Lavoro del Brasile ha comunicato che negli ultimi 15 anni è riuscito a liberare più di 35mila persone che lavoravano in regime di schiavitù.  Il risultato è stato raggiunto attraverso il progetto congiunto tra lo stesso Ministero del lavoro e l’ILO (International Labour Organization), i quali il 6 febbraio 2018 hanno pubblicato il rapporto in merito al lavoro svolto.
Tuttavia, segnala il rapporto, delle oltre 35mila persone riscattate, 600 sono tornate a lavorare nelle stesse condizioni di schiavitù per la seconda volta, 22 per la terza volta e 4 per la quarta volta.
Sono le persone con un basso livello d’istruzione quelle che rischiano maggiormente di tornare ad essere schiave, il doppio delle probabilità se sono analfabeti.

La svolta con il Piano Nazionale

Dal 1995 il Brasile combatte contro il lavoro degli schiavi, una piaga che affligge il paese sudamericano. A 23 anni fa risalgono i primi gruppi di vigilanza: i GEFM (ispettori del lavoro del Ministero, dell’Agenzia Federale, della Polizia Federale, della Procura Generale oltre ad attivisti dei diritti umani) che hanno iniziato a controllare, denunciare e liberare i lavoratori.  Ma il vero implemento al contrasto è derivato dal  Piano Nazionale per eliminazione del lavoro schiavistico del 2003, accompagnato dalla modifica dell’articolo 149 del Codice Penale, che ha definito il lavoro schiavistico: lavoro forzato, viaggio estenuante, schiavitù per debito, condizioni degradanti delle persone.

Tali cambiamenti sono stati voluti dall’allora presidente del Governo federale, Luiz Inácio Lula da Silva. Lo stesso Lula, oggi condannato in appello a 12 anni di reclusione per corruzione, nel corso dei suoi 2 mandati presidenziali (2003-2010) ha applicato una politica socio-economica che ha portato ad un sensibile miglioramento delle condizioni di vita della popolazione brasiliana, contraddistinta da un grande divario di reddito fra la parte ricca e quella povera.  Dal 2003 al 2009 si sono realizzate 905 operazioni d’investigazione che hanno riscattato l’85% dei lavoratori schiavizzati: più della maggioranza erano giovani uomini tra i 18 e 34 anni, quasi la metà dei quali  analfabeta mentre un terzo non aveva terminato la scuola primaria.

Una piaga endemica

Il Brasile, ancora oggi si caratterizza per le fazendas, le grandi piantagioni agricole e aziende zootecniche e i giacimenti minerari, i luoghi dove si concentra lo sfruttamento dei lavoratori, un pesante retaggio storico.  La schiavitù in Brasile, infatti, iniziò ben prima della colonizzazione del Paese da parte dei Portoghesi e della importazione degli schiavi africani (XVI secolo); era già in uso tra le popolazioni autoctone, dove gli schiavi erano i membri delle tribù avversarie sconfitte in battaglia.  Durante l’impero portoghese il Brasile fu il Paese che importo più schiavi africani destinati al lavoro nelle piantagioni (famosa la produzione della canna da zucchero) e nelle miniere.

La schiavitù venne abolita il 13 maggio del 1888 con la Lei Áurea (Legge Aurea), incompleta, secondo gli storici, perché per i tanti liberati non prevedeva forme d’inserimento nella società, né una di risarcimento per favorire l’inizio di una vita indipendente.  L’incompletezza della legge ha favorito de facto la continuazione della schiavitù. I grandi proprietari delle aziende agricole non avevano più bisogno di comprare la manodopera, come accadeva prima della legge. Di manodopera ne avevano in abbondanza con gli ex schiavi affiancati dagli immigrati europei ai quali davano un sub salario.  Una consuetudine, come abbiamo visto non ancora estirpata e che recentemente poteva rinvigorirsi da un’ulteriore modifica legislativa.

Nell’ ottobre 2017, infatti, il governo brasiliano ha approvato una direttiva che indeboliva la norma vigente e il dibattito sulla schiavitù è tornato ad essere centrale. Successivamente la Corte Suprema Federale ha sospeso la modifica e il governo ha emanato una legislazione più stringente, in conformità con la definizione di lavoro forzato stabilita dal Codice penale brasiliano del 2003.

 

Foto di copertina: by Nelson Almeida/AFP/Getty Images)

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