Sylvia Plath. L’illusione di una necessità greca

(…La donna è perfetta/Il suo corpo/morto indossa il sorriso della realizzazione,/l’illusione di una necessità greca
fluisce nelle volute della sua toga/I suoi piedi/Nudi sembrano dire:/Siamo arrivati fin qui, è finita”.. dalla poesia Edge)

Sylvia Plath, conosciuta anche con lo pseudonimo di Victoria Lucas, è stata, insieme al’amica-rivale Anne Sexton, la maggiore esponente della poesia confessionale , il genere sviluppato negli Stati Uniti da Robert Lowell (del quale fu allieva) e al quale si rifanno gli autori della Beat Generation, in special modo Allen Ginsberg.

Per poesia confessionale si intende quel tipo di poetica che si ispira prevalentemente al vissuto personale dell’artista, spesso sofferente e, a volte, traumatico; affronta inoltre tematiche considerate socialmente dei tabu, come  la malattia mentale, la sessualità e il suicidio.

Poetessa precocissima, forse per il dolore provato per la perdita del padre durante la prima giovinezza Sylvia fu colpita da una grave depressione tanto da portarla a tentare il suicidio, come riporta nel suo romanzo semi-autobiografico La campana di vetro (The Bell Jar), composto nel rispetto del genere confessionale.

A un mese dalla pubblicazione del romanzo, l’11 febbraio 1963 Sylvia tentò nuovamente il suicidio e questa volta ci riuscì. Aveva soltanto trent’anni. Lasciava 2 bambini piccoli avuti dal marito, il poeta e scrittore britannico poet laureate, Ted Hughes, tutt’altro che estraneo alla tragica fine della poetessa.

Già nel 1961 Sylvia, come aveva confessato alla sua terapista, aveva avuto un aborto spontaneo a causa di un episodio di violenza da parte di Hughes. Riporterà il drammatico accadimento in varie poesie.

Un matrimonio già incrinato nonostante la nascita della prima figlia Frieda Rebecca avvenuta nel 1960, lo stesso anno della pubblicazione della prima raccolta di poesia di Sylvia, The Colossus. A inizio del 1962 nacque il secondo figlio Nicolas Farrar, avvenimento che non salvò il matrimonio essendosi Hughes legato sentimentalmente a Assia Wevill.

Sylvia si trasferì con i bambini a Londra. Sembrava felice di avere affittato l’appartamento dove aveva vissuto il poeta William Butler Yeats, suo idolo letterario. Lo considerò di buon auspicio.

Fu certo un periodo fecondo, la poetessa completò la sua seconda raccolta di versi Ariel, che verrà pubblicata postuma. Tuttaiva la depressione era in agguato, aggravata dal comportamento del marito Hughes, come testimoniano i documenti emersi nel 2013, tra i quali le lettere che la poetessa aveva inviato alla sua psicanalista dove scriveva delle aggressioni, abusi e minacce di morte, consumate da Hughes.

Un destino fatale  colpì in forma ancora più drammatica, Assia Wevill. Nel 1969 si suicidò, portando con sé, la figlia Shura avuta da Hughes il quale, secondo un vecchio articolo di The Guardian ha fatto di tutto perché questa storia non fosse conosciuta, allontanando biografi e giornalisti, e chiedendo agli amici di evitare di menzionarla nelle interviste o nelle loro memorie.

Nell’archivio di Ted Hughes conservato dall’Emory University di Atlanta (Georgia), disponibile al pubblico dal 2000, di Assia Wevill non c’è traccia, nonostante i due avessero lavorato insieme e si fossero scambiati una fitta corrispondenza e loro relazione sia ampiamente documentata dai diari della donna, ancora in mani private.

A Sylvia, invece, Ted Hughes – che nel 1970, a un anno dalla morte della Wevill, si era sposato con Carol Orchard – nel 1998 poco prima di morire, dedicò una lirica nella quale spiegava il loro complesso rapporto, inserita nella raccolta Birthday Letters, la cui copertina fu disegnata dalla figlia di entrambi, Frieda Rebecca.

 

Immagine: la poetessa Sylvia Plath, tratta dall’archivio dei documenti dell’autrice dell’Indiana University Bloomington

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