Sutri, tra tufo, verde, archeologia, arte e storia

Il Lazio nascosto ti viene incontro ed anche se la giornata è calda, entri a passo lento nella cittadina di Sutri.

L’iniziale salita è favorita da un viale alberato e quasi senza un perché cominci a respirare profondamente. In precedenza avevi già goduto di un bel panorama visto dall’alto di Castel Sant’ Elia. Il Santuario Pontificio Maria S.S. ad Rupes costruito dai benedettini ti aveva accolto in un silenzio quale le tue orecchie non erano più abituate. Qui la storia, che parte dal ‘520, narra come l’Abbazia, partiti i frati, passò sotto la custodia dei canonici del Santo Spirito in Sassia che la governarono fino al 1540, quando successivamente la diocesi romana vi inviò i suoi sacerdoti. Nel frattempo il culto per la Madonna ebbe un periodo di grande vivacità e dal 1777 frate Andrea Rodio fece scavare nella roccia di tufo una grotta alla quale si accedeva, allora ed anche adesso, tramite 144 gradini.

Il complesso passò alla Santa Sede nel 1912 e divenne Basilica Minore. L’attuale custode del Santuario è la congregazione di San Michele Arcangelo dei padri Micheliti, fondata in Polonia dal beato Markiewiez. Nella grotta, raggiungibile anche tramite in percorso di 250 metri, vi è l’immagine di Santa Maria ad Rupes che è una rarità perché rappresenta la Madonna che adora il Figlio Gesù che dorme sulle sue ginocchia. E’ considerata un’icona alla quale si rivolgono molte famiglie per chiedere in dono un figlio e al riguardo le testimonianze sono tante e bellissime. San Giovanni Paolo II benedisse quest’immagine miracolosa, consegnò un rosario e dal 2011 nella grotta si trova una sua reliquia.

Sulla spianata del piazzale c’è poi la Basilica di San Giuseppe, costruita tra il 1908 e 1910, in stile gotico,  protetta sulla facciata dalle statue di San Francesco e Sant’ Antonio. All’interno nell’abside, un trittico riproduce le tavole in legno dei due santi e con una certa sorpresa, sul lato sinistro della chiesa, si scorge una statua di San Giuseppe dal volto giovanile che tiene in braccio Gesù come fa un qualsiasi papà.
Il panorama da lassù è splendido, un mare di verde ti circonda, l’ordine che vi regna va di pari paso con il silenzio e, quindi, lasci quel luogo quasi senza voltarti indietro timorosa che quanto hai visto sia stato solo frutto della tua immaginazione.

Ma già, ci eravamo lasciati quando Sutri cominciava a profilarsi davanti ai nostri occhi. La prima sosta non poteva che non avvenire in un ristorante.  Lo scoccare del mezzogiorno era una sollecitazione incontrollabile e il sedersi al tavolo, oltre a riposare, era una necessità che il nostro stomaco richiamava a gran voce. Cibo ottimo e abbondante, compagnia allegra ed amichevole, tutto è servito a completare la bella giornata.  Dalla terrazza del locale che ci ha ospitato, si profila un piacevole: in basso lungo la via Cassia che giunge a questa zona laziale, c’è tanto verde, la necropoli e l’anfiteatro, una piccola valle con alle spalle una collina dove la vegetazione, composta di salici, pioppi, cerri, carpini e lecci, corona l’ ambiente forgiato nel tufo vulcanico. Tutta la cittadina è costruita su depositi tufacei, ed i corsi d’acqua che la percorrono testimoniano quanto il processo erosivo sia ancora in atto.

Soddisfatto il palato, si riprende a salire e lungo la via, ripida e acciottolata, sono visibili le tracce a gesso che precostituiscono i disegni dell’infiorata preparata per il giorno della Pentecoste.

Così a passo lento si giunge alla piazza ove municipio, Museo Doebbing, polizia comunale e piccoli bar ristoro cingono la bella fontana romana posta al centro e dove ad ovest vi è un “porta” molta originale che è una dei vari accessi ad ogni quartiere della cittadina. L’unico elemento che stride con l’ambiente sono i molti cartelli appesi ai portoni e ai terrazzi delle case: “Affittasi o Vendesi” sono lo schiaffo che colpisce il turista. E’ mai possibile  che  non si riesca a ripopolare  un centro storico simile,  una realtà urbana a misura d’uomo?

Le lancette dell’orologio non si fermano, prima di lasciare Sutri entriamo nel Duomo, dove troneggia il  campanile romanico del 1207: la costruzione è poggiata su antiche fondamenta, la cripta a 7 navate lascia stupiti così come il pavimento lavorato in tecnica cosmatesca, assieme ad alcuni mosaici.

Un breve viaggio nella storia ci dice che nella grotta di Orlando furono nascosti la sorella ed il figlio illegittimo di Carlomagno, come si sa  la cittadina, fondata dai Pelagi, prese il nome da Saturno (in etrusco Sutrinas) conquistata poi da Marco Furio Camillo e da qui nasce l’espressione: “Ire Sutrium”, ovvero andare a Sutri e condurre a termine rapidamente un’impresa.

La città oggi appartiene ancora allo stato Pontificio;  qui si tenne il sinodo del 1046 dove Enrico III fece destituire 3 papi: Gregorio VI, Benedetto IX e Silvestro III. Poi c’ la diatriba sulla nascita di Ponzio Pilato. E se la sua ascendenza sunnita trova conforto in documenti, sono tanti i luoghi che rivendicano l’origine natale di questo romano storicamente controverso, come controversa è la sua figura nell’ambito dello stesso cristianesimo, che  credeva nell’innocenza  di Gesù ma non lo salvò.  Da Bisenti (Te) a Isernia, da Nocara (Cs) a Scauri, da Atina a Genazzano fino a Sutri, tutte si mettono in competizione tra loro. Di leggende arcaiche od epopee popolari è ricca la storia e la vita stessa. Sutri quindi ti lascia con questo punto interrogativo.  Ma la sua bellezza fatta di pietra e di colori, di profumi di rosmarino di mentuccia e maggiorana, sembra invitarti  a tornarci nel mese di settembre, alla sagra del fagiolo, un piatto che esprime la tradizione dal posto servito nelle caratteristiche scodelle di ceramica.  Un buon motivo per accomiatarci con un  arrivederci  al calar dell’estate.

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