Rosa Balistreri. La cantastorie che faceva i comizi con la chitarra
Palermo si prepara a celebrare il centenario della nascita di Rosa Balistreri con una mostra permanente en plein air di opere in ceramica, che vuole essere anche un modello urbano di aggregazione culturale e riqualificazione urbana.
Accade in via dei Cipressi dal 24 giugno 2026, nel quartiere Zisa, la mostra Rosa canta e cunta, con 13 opere in ceramica realizzate da artisti palermitani, ispirate e dedicate alla cantante folk. Per l’occasione l’area è stata trasformata in isola pedonale con l’ampia partecipazione dei residenti.
Rosa canta e cunta è il titolo di una canzone della Balistreri (1927 – 1990), la cui esistenza drammatica, segnata dall’estrema povertà e da tragedie familiari, è stata successivamente riscattata dalla musica e dalla sua voce forte e potente diventata espressione della Sicilia tutta o, meglio ancora, diventata “la voce del Sud”, come la definì il drammaturgo premio Nobel, Dario Fo.
Prima di raccontare e cantare
Cantastorie di professione dall’età di 30 anni circa, dopo aver imparato a leggere e a scrivere, icona del folk politico, Rosa Balistreri ha cantato contro la mafia, la sottomissione delle donne e lo sfruttamento dei lavoratori.
Rosa cantava ciò che aveva vissuto in prima persona. Nata a Licata, a 16 anni, priva di istruzione e lavoratrice fin dall’infanzia nei campi o come domestica, fu costretta dal padre a un matrimonio combinato con un uomo violento, con il quale ebbe una figlia.
Fu proprio per difendere la figlia che Rosa aggredì con una lima il marito, reo di aver perso al gioco il corredo della piccola Angela. Credendo erroneamente di averlo ucciso, Rosa si costituì: sconterà sei mesi di prigione. Tornerà nuovamente dietro le sbarre accusata di furto da una nobile famiglia palermitana per la quale prestava servizio.
Trovato lavoro come sagrestana e custode della chiesa degli Agonizzanti, viveva in un sottoscala con il fratello Vincenzo invalido, finché furono entrambi mandati via, perché Rosa rifiutò le molestie del nuovo parroco.
Con i soldi delle elemosine fuggì a Firenze con Vincenzo, richiamò la madre e fu raggiunta da una delle sorelle, Maria, in fuga dalla violenza del marito; quest’ultimo, però, la trovò e la uccise, un dolore insopportabile per il loro padre che si tolse la vita impiccandosi.
A Firenze Rosa e la sua famiglia vivono con un banchetto di frutta al mercato di San Lorenzo.
Comizi con la chitarra
Conosciuto l’artista fiorentino Manfredi Lombardi e imparato a leggere e a scrivere, Rosa Balistreri entrò in contatto col mondo culturale dell’epoca, che ne riconobbe il talento naturale.
Nel 1966 Dario Fo la fece partecipare allo spettacolo sul canto popolare che aveva allestito col titolo Ci ragiono e canto.
Da lì il salto verso il mondo musicale che la renderà celebre, anche se la stessa Rosa precisava che, pur cantando, non era una cantante: “Sono diversa – diceva –. Sono un’attivista che fa comizi con la chitarra. Si può fare politica in molti modi”.
Autodidatta per portentosa memoria uditiva
Senz’altro Lombardi, suo compagno per un lungo periodo di tempo, la supportò nel superamento dell’analfabetismo, ma Rosa Balistreri riuscì a imparare soprattutto per la sua portentosa memoria uditiva e per la tradizione orale siciliana, ascoltata fin da bambina; era capace di memorizzare melodie e testi complessi al primo ascolto, così come di suonare la chitarra a orecchio, accompagnamento della sua voce maestosa.
Il suo riscatto attraverso la musica non nacque dai libri, ma dalla sua necessità di sopravvivere.
Come Dario Fo, il celebre cantastorie Ciccio Busacca e il poeta siciliano Ignazio Buttitta riconobbero la sua arte autentica. Da Busacca, Rosa apprese la struttura professionale dello spettacolo e del teatro folk, da Buttitta i testi potenti che Rosa sapeva trasformare immediatamente in canzoni.
L’urlo delle ingiustizie
Celebre la sua dichiarazione che racchiude la sua biografia e la sua figura di cantastorie: “Ho imparato a cantare nei vicoli di Licata… Il mio non è un canto di gioia, è un urlo di dolore, è la rabbia di chi ha fame, di chi subisce ingiustizie”.
La riscoperta
La sua morte, avvenuta a Palermo nel 1990, appannò la sua fama, ma nel nuovo secolo il lavoro degli eredi è riuscito a recuperare e a riproporre il suo talento.
La Fondazione a suo nome, voluta dal Comune di Licata, si propone di raccogliere e riunire la produzione artistica di Rosa e di divulgare la sua musica e il folk siciliano.
Come la mostra in via dei Cipressi, realizzata con altre realtà come la Fondazione Made in Sicily e curata da Maria Reginella e Vito Ferrantelli: un’osmosi fra memoria, artigianato e partecipazione dal basso che dimostra come il cambiamento possa iniziare anche da un luogo secondario come via dei Cipressi.
Metafora stessa della vita della cantastorie Rosa Balistreri.
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Rosa Balestrieri. Una grande cantante folk racconta la sua vita di Giuseppe Cantavenere
Immagine: la cantautrice siciliana Rosa Balistreri

