Essere donna e protofemminista nel Cinquecento a Venezia

Christine de Pizan, italiana naturalizzata francese, tra il 1404 e il 1405 scrisse La città delle dame (in originale Livre de la Cité des Dames) dove affermava (come informammo a sua tempo), che la presupposta “inferiorità” femminile non fosse biologica ma il risultato di tenerla volutamente lontana dall’istruzione, relegandola al focolare, completamente isolata. “Se si usasse mandare le bambine a scuola e insegnare con metodologia come si fa con i bambini, imparerebbero e capirebbero le difficoltà e le sottigliezze così bene come i maschi”.

Avviò così in quel lontano XV secolo, la lunga (e ancora in corso) querelle des femmes, ossia la riflessione e il dibattito sulla natura della donna e sulla relazione dei sessi che si riverberò nel pensiero religioso, politico, sociale e artistico e che contribuì a migliorare le condizioni di vita delle donne nel Cinquecento, portandole – almeno quelle appartenenti ai ceti elevati e che avevano accesso all’istruzione – a godere di riconoscimento sociale anche se non professionale. Nelle grandi città e influenti città come Firenze e Venezia si diffusero i circoli culturali e sociali guidati da donne.

È soprattutto nella città lagunare che nel XVI secolo avanza lo status femminile: anche se non possono partecipare alla vita politica le donne assumono un ruolo pubblico e le vedove possono godere di alcuni diritti (ad esempio sulla propria dote).

Non a caso, quindi, sono le letterate veneziane a riprendere e a portare avanti con vigore la querelle des femmes. Come Modesta dal Pozzo  (1555- 1592) che con lo pseudonimo di Moderata Fonte pubblica i Tredici canti del Floridoro, dove anticipa alcune riflessioni sulla condizione femminile che esprimerà poi in forma compiuta nell’opera postuma Il merito delle donne, riprendendo e confermando la tesi di Christine de Pizan.

Va oltre Lucrezia Marinelli (1571-1653) con il suo Le nobiltà, et eccellenze delle donne: et i diffetti, e mancamenti de gli huomini, dove sostiene la superiorità della donna sull’uomo, elencando gli esempi positivi profusi dalle donne e quelli negativi profusi dagli uomini.  Tale libro, in risposta e replica all’opera dello scrittore Giuseppe Passi (1569 – 1620 circa), il misogino Dei donneschi difetti, fu pubblicato nel 1600 ed ebbe 2 successive edizioni nel 1601 e nel 1621.  Come reazione indignata alla tesi del Passi (propria anche di alcuni scrittori come Muzio Manfredi, 1535 circa – 1609)) si deve anche la pubblicazione postuma dell’opera della Fonte.

Nel Cinquecento, soprattutto a Venezia, si assiste, dunque, a una corrente proto-femminista come evidenzia Sylvia Ferino, già direttrice della Pinacoteca del Kunsthistorisches Museum, nella curatela artistica della mostra – presto a Milano, presso Palazzo Reale – Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano.

Se il focus dell’allestimento è il ruolo di rilievo che la donna assume nella storia della pittura grazie a Tiziano, con le otto sezioni che lo compongono la Ferino pone l’accento sulla consapevolezza che matura in quel tempo dell’importanza della donna nell’ambito della famiglia, per la continuità del genere umano e per la fiducia che pone nel potere dell’amore. Virtù femminili ugualmente esaltate  dalla letteratura con Pietro Aretini, Pietro Bembo, Giovanni della Casa, Sperone Speroni e Baldassare Castione, anch’essi ritratti dal maestro Tiziano (1576 -1525-30), cittadino della Repubblica di Venezia, che considera la donna l’incarnazione perfetta del suo ideale di bellezza.

Ma opere anche di Giorgione, Lotto, Palma il Vecchio, Tintoretto e Veronese e lo studio approfondito di testi fondamentali come L’arte de’cenni di Giovanni Bonifacio (1616), rivisitano la rappresentazione della donna e anche alle cortigiane – a lungo mal giudicate- viene restituita dignità. Le loro vesti scollate che mostrano il seno, non sono espressione di spregiudicatezza sessuale ma segno di sincerità e verità, un atto della donna – sposa che vuole suggellare le nozze. Spesso colte, anche alcune cortigiane hanno conquistato la fama con i loro scritti, come ad esempio Veronica Franco, che ringrazia per lettera Tintoretto per averla ritratta.

Dal 23 febbraio al 5 giugno 2022, dunque, circa 100 opere, per lo più prestati dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, oltre ai dipinti (46 di Tiziano) a sculture, oggetti di arte applicata come gioielli, libri e grafica e alla creazione omaggio di Roberto Capucci a Isabella d’Este (1994), per approfondire il “ruolo dominante della donna nella pittura veneziana del XVI secolo – il quale insiste Sylvia Ferino – non ha equali nella storia della Repubblica o di altre aree della cultura europea del periodo”.

Immagini. Ritratti femminili dell’artista Tiziano: 1 e 2) La Bella- 1536-38, Galleria degli Uffizi- Firenze; 3 La Schiavona  1510, National Gallery, Londra

Condividi:

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.