Parole in scena. Le arti declamatorie giapponesi

Presso l’Istituto Italiano di Studi Orientali (ISO) di Roma, continua il ciclo “Parole in scena”:  4 appuntamenti con le arti declamatorie nipponiche,  realizzati dall’Istituto Giapponese di Cultura con la collaborazione dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza.

Dopo la rappresentazione del kodan dello scorso autunno, il 2 e il 23 marzo  2017 sarà la volta, rispettivamente, del rokyoku e il rakugo.

Il kodan

samuraiIl kodan, all’origine Koshaku appartenente alla tradizione orale, nella sua forma più evoluta  del periodo Heian (dal 794 al 1100), diventa lo stile dei racconti storici e letterari dei nobili. È andato via via mutando fino a essere adottato per scopi didattici dalla classe dai samurai (1300- 1600) e, in seguito dalla gente non legata a determinate classi, per cambiare ancora, alla fine del periodo Edo (1603-1868) in nuovi tipi di narrazioni che affiancano ai racconti storici classici i fatti di cronaca quotidiana.  Il pubblico varia e il narratore si adatta ai suoi gusti. Il Koshaku si muta così in Kodan,  i cui personaggi centrali non sono più il nobile o il samurai, ma anche le persone comuni.

Il primo kishakushi professionista risale al 1700.  Si chiamava Nawa Seizaemon.

Il Kodan ha goduto di una grande fortuna per tutto l’800 e fino agli anni ’20 del Novecento.  Gli anni ’70 del secolo scorso hanno assistito a un tentativo di rilancio del genere non riuscito.  Ma rimane l’arte declamatoria che ha maggiormente influenzato sia le varie forme del teatro, sia allo sviluppo dell’attuale narrativa popolare giapponese moderni.
Il kodan è eseguito con il declamatore seduto in una scrivania con l’hyoshigi (strumento musicale) che segna il ritmo della narrazione.

Il Rokyoku

Keiko HarunoDerivazione del Kodan è il Rokyoku.

Chiamato anche Naniwa-bushi, il Rokyoku è un genere di narrativa cantata, accompagnata dallo shamisen, strumento musicale a 1 o a 3 corde delle varie forme. Diventa molto popolare durante la prima metà del 20° secolo. Le canzoni, spesso, trattano argomenti  tristi.

La rappresentazione del 2 marzo, alle ore 19, vedrà in scena l’artista Haruno Keiko (nella foto al lato), accompagnata dal suono dello shamise di Ippotei Hazuki. Testi con sottotitoli in italiano.

Il Rakugo

San’yutei Ryuraku Il Rakugo, in origine era l’arte declamatoria usata per spiegare i testi buddisti. Con il tempo ha perso la sua connotazione religiosa per sfociare nell’umorismo.

La sua narrazione si basa su 2 elementi peculiari: l’utilizzo di prototipi umani come ad esempio l’avaro e il gioco di parole cui, molto facilmente, si presta la lingua giapponese con la sua caratteristica omofonia.  La fortuna della narrazione è, quindi, affidata all’abilità del rakugoka, ossia al declamatore, che sa come trasformare una storia semplice in esilarante intrattenimento per il pubblico.

Inginocchiato su un piccolo cuscino, al centro del palco, il declamatore ha sempre con sé un ventaglio (sensu) e un piccolo asciugamano rettangolare (tenugui).  In scena il 21 marzo alle ore 12,00,  l’artista San’yutei Ryuraku, nella fotografia al lato durante una rappresentazione. La declamazione sarà in italiano.

Gli incontri di rokyoku e rakugo saranno introdotti dal professore dell’ISO, Stefano Romagnoli.

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