Resa di Caserta. La liberazione dopo il 25 aprile

Il 29 aprile 1945, esattamente 75 anni fa, presso la Reggia di Caserta, veniva firmata la resa incondizionata dei tedeschi e dei fascisti della Repubblica di Salò  a cui seguì l’armistizio dal 2 maggio successivo.  Per l’Italia era la fine della Seconda guerra mondiale (dopo 5 anni) e del ventennale regime fascista.

Il momento storico è documentato dalla lettera che il direttore della Reggia (dove si era insediato lo Stato maggiore delle forze Alleate sbarcate in Sicilia nel 1943, sotto la guida del britannico Maresciallo Harold Alexander) inviò il 3 maggio 1945 al Sovrintendente ai Monumenti di Napoli.

“Le trattative delle truppe naziste e fasciste della repubblichina dell’alta Italia si sono svolte al Giardino Inglese – si legge nella lettera, dopo il resoconto dello stato della Reggia – e la firma dell’armistizio è avvenuta nella sala di rappresentanza di Astrea ove è ubicata la tazza di alabastro (studio del Maresciallo Alexander) alle ore 14 di ieri 2 maggio. Hanno presenziato rappresentanti della stampa estera e Ufficiali superiori dell’Esercito alleato”.  La lettera, custodita presso l’Archivio storico della Reggia, è stata resa nota soltanto un anno fa.

Le trattative avvenute nel Giardino inglese del Palazzo Reale, cui si riferisce il direttore, sono i negoziati segreti del 29 aprile avvenuti tra le delegazioni del Regno Unito e degli Stati Uniti (gli Alleati) e i tedeschi (alla presenza, secondo fonti storiche di un osservatore russo) che portarono a quella che passa alla Storia come la Resa di Caserta.

Il 30 aprile Hitler, capo del regime nazista (che aveva dato corso nel 1939 alla Seconda guerra mondiale, con l’invasione alla Polonia) si suicidava nel bunker di Berlino.  Tre giorni prima Benito Mussolini, il Duce, capo del regime fascista era stato catturato dai partigiani a Dongo (in provincia di Como). E con lui l’amante, Claretta Petacci, rimastagli fedele e devota a costo della vita, il di lei fratello, Maurizio Petacci e alcuni gerarchi al seguito di Mussolini. Vennero tutti fucilati il 28 aprile, portati a Milano durante la notte ed esposti al pubblico a testa in giù a Piazzale Loreto.

Il 25 aprile precedente il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) presieduto fra gli altri da Sandro Pertini, aveva proclamato l’insurrezione generale nei territori ancora occupati dai nazi-fascisti, indicando a tutte le forze partigiane del Nord Italia di attaccare le roccaforti tedesche e fasciste  per costringerle alla resa. Mentre gli Alleati (gli anglo-americani) erano alle porte (avendo già liberato il resto d’Italia) il CLNAI, che riuniva i partiti antifascisti (costretti all’esilio o alla clandestinità) aveva assunto il potere a Milano “in nome del popolo italiano e quale delegato del Governo Italiano” emanando decreti legislativi e stabilendo la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, in primis per Benito Mussolini.

Ancora il 25 aprile 1945 Sandro Pertini proclamò lo sciopero generale “contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre” concludendo “ come a Genova e a Torino si pongono i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire”.

Il 25, dunque, non segna la fine della guerra, ma sicuramente per il succedersi frenetico degli eventi racchiude il culmine della Resistenza fatta dai partigiani, da cui il suo valore simbolico.   Fu scelta, infatti, fin dal 1946 come la Festa della Liberazione e festa nazionale, su proposta dell’allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, accettata dapprima dalla monarchia (il luogotenente del Regno d’Italia, poi re Umberto II emanò il decreto legislativo) affermato poi nel 1949 dall’Italia repubblicana (tale dopo il referendum popolare del 1946) che con la legge 260 la istituzionalizza stabilmente.

1943

La Resistenza si era andata formando dal settembre del 1943. Dall’anno precedente l’Italia entrata nel conflitto mondiale nel 1940 a fianco della Germania, riportava grandi sconfitte: prima in Africa poi in Russia.  Il consenso che il fascismo aveva suscitato nel popolo fin dai suoi albori, nel 1943 si andava sfaldando: dopo 20 anni si tornava a scioperare (nelle città del Nord) per la pochezza dei salari ma anche per chiedere la fine della guerra, mentre gli Alleati, sbarcati in Italia a giugno e dopo aver preso Pantelleria e Lampedusa a luglio, giunti in Sicilia risalivano verso il Nord. A questo punto anche la fede dei gerarchi fascisti iniziava a scricchiolare. E, infatti, nella notte tra 24 il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approvando l’ordine Grandi, sfiduciò Benito Mussolini obbligandolo alle dimissioni da Capo del Governo del Regno d’Italia.

Il Re lo sostituì con il maresciallo Pietro Badoglio che l’8 settembre firmò l’armistizio con gli Alleati ponendo fine all’alleanza con la Germania di Hitler e così i tedeschi passarono dall’essere alleati a nemici e invasori dell’Italia.  Per di più il 9 settembre il Re, Vittorio Emanuele III, Badoglio, il governo e i comandi militari fuggono verso Brindisi senza lasciare disposizioni: la parte dell’Italia occupata dai tedeschi è abbandonata a se stessa, l’esercito italiano rimane senza superiori e senza ordini.

Ma di contro, nello stesso giorno, si costituisce clandestinamente il Comitato di Liberazione Nazionale (CNL) organizzazione politica costituita dai partiti antifascisti e da militari per “chiamare gli italiani alla lotta e alla resistenza per riconquistare all’Italia il posto che le compete nel consesso delle libere nazioni”.  Alla costituzione del CNL avevano partecipato, fra gli altri, Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana), Pietro Nenni (Partito Socialista Italiano), Giorgio Amendola (Partito Comunista Italiano), Ugo La Malfa (Partito d’Azione) e Alessandro Casati (Partito Liberale Italiano). Nell’ottobre successivo il CNL formerà i Comitati Regionali e, quindi i Provinciali. Mentre le file andranno aumentando per l’adesione di studenti, operai, ex militari del regio esercito lasciato allo sbando che formarono le brigate partigiane contro l’occupazione nazista.

il 27 settembre

Benito Mussolini, fatto arrestare dal Re lo stesso 25 luglio, dopo varie destinazioni viene portato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, luogo ritenuto sicuro e inattaccabile.

E, invece, il 12 settembre viene liberato da un commando di paracadutisti tedeschi; condotto in Germania dove incontra Hitler che gli propone di formare una repubblica, sotto il  controllo tedesco. Mussolini accetta e ritornato in Italia, costituisce nel Nord d’Italia, alla Rocca delle Caminate (Forlì) il nuovo governo di quella che chiama Repubblica Sociale Italiana (RSI) È il 23 settembre. Il 27 il neo-governo si riunisce per la prima volta. Mussolini nel frattempo s’insedia a Gargano (Lago di Garda), l’ufficio stampa della RSI, invece, viene organizzato a Salò (Brescia) da cui il nome alias ma non ufficiale di Repubblica di Salò.

Lo stesso giorno in cui nel Nord il nuovo governo di Mussolini si riunisce,  a Napoli, il popolo insorge contro i tedeschi e vince: quando il 1° ottobre le truppe degli Alleati entrano in città, trovano una città già liberata.  Lo stato maggiore degli anglo-americani si stabilisce nella Reggia di Caserta.

1943 – 1945

A questo punto l’Italia è divisa in due. Il Sud, fino alla Campania è libero, Roma e il centro Nord sono nelle mani dei tedeschi e dei fascisti. Inizia la Resistenza.

Tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945 si consumarono le peggiori stragi di civili, spesso rappresaglie dei tedeschi realizzate per vendetta agli attacchi partigiani: come gli eccidi di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema e delle Fosse Ardeatine a Roma.

Dopo l’8 settembre ci furono i rastrellamenti e le deportazioni degli ebrei (l’armistizio dell’8 settembre non aveva abolito le leggi razziali del 1938) che, insieme ai politici italiani, finirono nei campi di lavoro e di concentramento e vi morirono a decine di migliaia. Ancora oggi il calcolo è approssimativo per difetto.

La Resistenza ebbe un ruolo decisivo per la liberazione dell’Italia tutta dal regime dittatoriale fascista che si era imposto negli anni Venti con la violenza (ma anche con l’approvazione popolare), che aveva sciolto i partiti avversari  (i cui componenti furono uccisi, imprigionati,  fuggiti all’estero – alcuni invano – o operanti clandestinamente in Italia), che aveva introdotto limitazioni ai diritti civili e alla libertà espressione, che aveva emanato leggi discriminatorie e aveva trascinato in guerra un Paese impreparato gettandolo nella devastazione e nella miseria.

Perché il 25 aprile è la festa di tutti

La Resistenza, pur con le sue ombre (non sempre le sue decisioni furono praticate per il bene comune, a volte ebbe la meglio lo spirito di vendetta, ma si agiva nella spirale violenta della guerra), portò l’Italia alla democrazia. Non mancarono episodi di giustizia sommaria anche da parte di coloro che lottavano per la libertà.

Giusto, dunque, ricordarla e celebrare il 25 aprile, superando le controversie che la accompagnano ogni anno non solo tra fazioni contrapposte, ma anche all’interno della stessa fazione. Per farlo è semplice: basta ricordare il sacrificio di chi ha combattuto spesso non per il partito di appartenenza, non per un’ideologia, ma per la fede profonda nei valori della democrazia, tanto da dedicargli la propria vita per conquistarli e trasmetterli alle generazioni a venire.

 

 

Immagini: 1) documento del 3 maggio 1945, dell’Archivio Storico della Reggia di Caserta; 2) Milano, 25 aprile 1945, Sandro Pertini proclama lo sciopero generale; 4) Luglio – 1943,  L’annuncio del Corriere della Sera delle dimissioni di Benito Mussolini; 5) Roma, 1944, retata delle truppe tedesche e del RSI; 5) Immagine d’epoca d’archivio  

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