Destino delle maglie. Addio Totti Addio n.° 10

Foto Alfredo Falcone - LaPresse

Da quasi 30 anni esiste una particolare pratica nel mondo calcistico: il ritiro delle maglie. Una questione che accende gli animi nei giorni dell’addio di Francesco Totti dalla “sua” Roma.

Il capitano giallorosso, un calciatore che ha saputo creare lungo l’arco della carriera un legame inscindibile con la sua tifoseria, può avere l’onore di veder ritirata la propria maglia con il numero corrispondente. Un onore o un onere essere considerato non soltanto un campione, ma un simbolo?

Un po’ di storia per comprendere il destino delle maglie dei vecchi e nuovi fuori classe. Si tratta di una tradizione presa in prestito dagli Stati Uniti, precisamente dalla NBA (National Basketball Association), una moda poi esportata nei campi di pallone nostrani intorno agli anni 90.

Prima di allora ogni giocatore poteva indossare maglie con una numerazione che andava dall’1 all’11, mentre alle riserve toccavano i numeri a seguire. Quindi, sebbene la possibilità di numerazione sia infinita, fino a poco tempo fa vigeva negli stadi il limite per le cifre da apporre sulle maglie dei calciatori.

Tutto aveva una logica strettamente connessa al ruolo: il portiere indossava la maglia con il numero 1, un terzino giocava con il suo 3, un attaccante fiero correva con il suo 9 o 10. Un compito, un numero. Difendere o attaccare, comunque vincere. Ad un certo punto, però, si è diffusa la pratica di personalizzare il numero per celebrare le gesta del giocatore. AS-segnare per ricordare. E la memoria ben si sa,  ha i propri simboli: fra le insegne di guerra infatti all’imperatore l’0nore di avere in campo il labaro, il famigerato drappo quadrato color porpora, un vessillo imperiale.

Il primo caso in Italia risale alla stagione 1996/1997 la maglia n.6  del Milan, capitan Baresi.  Da allora una valanga di ritiri eccellenti. Per citarne alcuni: sempre nel Milan la n.3 Maldini che colleziona 25 stagioni da protagonista con ben 26 trofei nella bacheca meneghina. Togliere la sua maglia rossonera, un atto dovuto.

Chi non ricorda il mitico Baggio? Giocatore di gran classe, naturalmente votato a segnare la storia del calcio italiano. Sebbene abbia militato nella Fiorentina, nella Juventus, nel Milan e nell’Inter per lui la maglia n.10 viene ritirata dal Brescia. Un autentico suggello in nome di una carriera so-spesa per vincere e stravincere; tuttavia un esempio emblematico per aver salvato anche una piccola società!

Ancora un mitico numero nella storia del calcio: il 10 del Napoli, Diego Armando Maradona. Indimenticabile. Nel 2000 la società partenopea ha deciso di non lasciare in vigore il numero 10 indossato dall’argentino con cui ha conquistato negli anni 80 ben due scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Uefa ed una Super coppa Italiana. Un gesto di riconoscenza e di riverenza? Certo, quel legame significativo con il prodigioso argentino resta un fenomeno unico, forse irripetibile. Chissà, quella maglia n.10, vessillo di grandi imprese se fosse indossata da un altro,  perderebbe di significato.

Sebbene l’intenzione sia quella di far sì che un numero resti indelebile, a ben vedere quella cifra nel futuro di una squadra viene di fatto cancellata. Quindi le stelle nascenti del Napoli non possono più sognare di indossare il mitico numero, come loro forse i futuri attaccanti giallorossi non avranno mai l’onore di avere stampato  il 10.  Si può eternizzare una maestria calcistica?

Per alcuni questa fobia di ritirare il numero appartiene ad un modo di ragionare retrogrado che  relega il calcio in una visione romantica completamente sconnessa dai tatticismi mutevoli nel tempo. Perché togliere la soddisfazione ad un giocatore in erba di vestire la mitica maglia 9,10, 3, 6??

Dunque sul fronte opposto lasciare un segno toglie il sogno. Eppure, nel migliore dei casi, dietro mitologie di fama e di successo, odissea dei tempi, le giovani promesse conservano un unico obiettivo che resta quello di indossare comunque la maglia del cuore, non un numero.

Oltre le polemiche resta da segnalare un riconoscimento illustre che forse accomuna tutti: talune società nel pieno rispetto della propria tifoseria hanno ritirato il numero 12 in rappresentanza del dodicesimo uomo in campo, il tifoso appunto.  Torino, Lecce, Atalanta, Genoa, Palermo e Parma hanno così reso omaggio ai protagonisti degli spalti, indiscutibili acclamatori della domenica che al di là del calendario resta la giornata calcistica per antonomasia.

Perché un giocatore – e un tifoso- si vede dal coraggio dall’altruismo dalla fantasia

 

Nota:Foto Alfredo Falcone – LaPresse

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