Danilo Dolci. La pace, riflesso dei problemi risolti

“…Chi litiga, chi fa una guerra è di solito un nevrotico; la persona sana cerca di capire quale sia il problema. Quando si fanno guerre vuol dire che non si conosce la situazione da affrontare: per questo motivo la pace viene a essere il riflesso dei problemi risolti”. Danilo Dolci

Recentemente la trasmissione Passato e Presente, in onda su Rai 3 e condotta da Paolo Mieli, raccontando la storia della liberalizzazione delle frequenze televisive, ha fatto il nome di Danilo Dolci.

Il celebre poeta, sociologo, educatore e attivista della non violenza, fu il primo, nel 1970, a dare vita in Italia a un’emittente libera. Era il 25 marzo del 1970 e a Partinico (Palermo) nasceva e andava in onda Radio Libera Sicilia,  che trasmise per 27 ore, prima che intervenissero le forze dell’ordine e fosse oscurata.

L’etere era ancora monopolio di Stato e, quindi, della RAI, ma il tentativo di Dolci aveva dato il via alla nascita delle emittenti radio-televisive private in tutta Italia. Alla fine degli anni Settanta saranno 1500.

La brevissima ma efficace esperienza di Radio Libera Sicilia era avvenuta all’interno di Palazzo Scalia nel quartiere San Gioacchino, dove Danilo Dolci aveva fondato il Centro studi e ricerche e da dove, davanti all’entrata su un palco, ebbe il tempo di lanciare la sua denuncia – appello per la mancata ricostruzione dopo il terremoto che nel gennaio del 1968 aveva distrutto la Sicilia occidentale. “Qui parlano i poveri cristi della Sicilia Occidentale […]. Si marcisce di chiacchiere e d’ingiustizie, la Sicilia muore”.

Contro la fame, la povertà e l’assenza dello Stato

Danilo Dolci (1924 – 1997) non era siciliano, ma agli inizi degli anni Cinquanta, già famoso poeta, decise di trasferirsi nell’Isola per combattere la mafia, la povertà, la disoccupazione e l’assenza dello Stato, attraverso la pratica gandhiana della non violenza.

Come il leader indiano fece scioperi della fame, come nel 1952, dopo la morte per denutrizione del piccolo Benedetto Baretta. Dolci chiedeva alle istituzioni di risolvere la povertà della zona. Non era solo, aveva molti seguaci: se fosse morto per il digiuno, altri lo avrebbero, man mano, sostituito. Se ne interessò la stampa e le autorità intervennero decidendo di prendere misure concrete.

Non andò così a San Cataldo, nel 1956, quando un vasto gruppo di persone presero a digiunare per protestare contro la pesca di frodo che lo Stato non contrastava, nonostante privasse molti del loro primario sostentamento; le autorità misero fine alla manifestazione definendo “illegale un digiuno pubblico”.

Lo sciopero alla rovescia

Ma quell’anno era iniziato con un’idea rivoluzionaria: lo sciopero alla rovescia. Dolci pensava che se un lavoratore per protestare si esima dal lavorare così un disoccupato, per far ascoltare la sua voce, debba lavorare.

Con un gruppo di persone senza lavoro decise di sistemare una strada comunale di Partinico. Ma la polizia fermò i lavori e il 2 febbraio Danilo Dolci e alcuni suoi collaboratori furono arrestati con le accuse di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e occupazione di suolo pubblico. Danilo aveva detto al commissario di polizia che il lavoro non era solo un diritto ma per l’articolo 4* della Costituzione, anche un dovere, per cui “secondo lo spirito della Costituzione non garantire il lavoro alle persone è pari a un assassinio”.

A lui e ai suoi fu negata la libertà provvisoria. Ma l’opinione pubblica, gli intellettuali nazionali e internazionali si schierano dalla sua parte e in Parlamento deputati e senatori intervennero con interrogazioni parlamentari.

Durante il processo fu difeso dal giurista Pietro Calamandrei, che nell’arringa del 30 marzo disse ai giudici che la loro “funzione era creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione” piuttosto che “difendere una legalità decrepita”. Danilo Dolci e i suoi vennero rilasciati ma condannati.

Il libro. La Costituzione, regola vivente dei cittadini

Nell’estate l’editore Einaudi pubblicò il libro Processo all’articolo 4 (ripubblicato da Sellerio nel 2011). Il testo raccoglie tutte le fasi del processo e spiega l’idea di fondo dello sciopero alla rovescia e, quindi, quanto espresso nelle parole di Calamandrei, ossia la considerazione della legalità in Italia intesa come Costituzione che si fa “regola vivente dei cittadini”, contro il retaggio fascista “dell’autoritarismo gerarchico”. Da cui il titolo del libro che vuole significare “che le autorità avevano portato alla sbarra non solo il gruppo di manifestanti ma la Costituzione stessa”.

Le radici tenaci della Mafia: la collusione e lo spreco

Dopo accurate ricerche  Danilo Dolci denunciò il malaffare mafioso e le sue  “radici tenaci” nella collusione tra la politica e l’organizzazione criminale.

A metà anni Sessanta  Danilo Dolci mosse le sue accuse, facendo nomi e cognomi, nell’audizione della Commissione antimafia. Ne seguì una denuncia da parte dei citati per diffamazione e un lungo processo. Accanto a Dolci il sempre fedele Franco Alasia. Furono condannati,  ma salvati dalla detenzione per una sopravvenuta amnistia.

Raccolse i risultati dei suoi studi, delle inchieste e i documenti nei libri Spreco e Chi gioca solo (entrambi nel catalogo Einaudi, rispettivamente nel 196o e 66).

In Spreco – frutto dell’indagine sulle zone di Corleone, Menfi, Roccamena –  Dolci si sofferma sullo spreco di terra nelle valli di Cammarata, dei villaggi come a Capparini, dova “30 casa su 40 da quattro anni rimangono vuote”, dell‘acqua, con milioni di metri cubi ogni anno finivano in mare. Ancora adesso molti cittadini rimangono a secco, la crisi idrica siciliana non è mai stata risolta.

Il sostegno nazionale e internazionale

L’attivismo di Danilo Dolci, così come il suo lavoro di ricercatore, pensatore e pedagogo, ribadiamo, ha superato i confini nazionali ed è stato ampiamente sostenuto e riconosciuto. La fondazione del Centro Studi e Ricerche avvenne grazie ad un premio ricevuto.

Il suo impegno nell’affermare i diritti umani e sociali attraverso la pratica della non violenza lo avvicinarono ad Aldo Capitini, il filosofo che nel 1961 organizzò la prima Marcia per la Pace, Perugia – Assisi.

Entrambi furono definiti il Gandhi italiano.

 

*Art. 4 della Costituzione – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

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