Kuliscioff. Il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso

Nel corso del funerale di Anna Kuliscioff, celebrato il 29 dicembre 1925, a due giorni dalla sua morte, alcuni fascisti si scagliarono contro le carrozze del corteo funebre, strappando drappi, bandiere e corone.

Un atto vile e oltraggioso ma che rimarca, oggi più di ieri, la rilevanza del personaggio, figura di primissimo piano della nascita e dello sviluppo del socialismo riformista italiano.

Di Anna Rozenštejn – pseudonimo Kulišëva, italianizzato in Kuliscioff, nata in Crimea tra il 1853 e il 1857 e in Italia al seguito di Andrea Costa, padre della figlia Andreina – si conosce a fondo il profilo politico, il suo stretto legame con Filippo Turati sentimentale e partitico, ma è poco conosciuta la sua carriera medica.

In Svizzera – dove riparò più volte, prima in fuga dagli emissari zaristi prima, poi per l’espulsione dalla Francia e, quindi, fuoriuscita dall’Italia, sempre per il suo impegno proteso verso gli ultimi della società -, Kuliscioff si era iscritta alla facoltà di Medicina all’Università di Berna (negli anni Settanta aveva iniziato ingegneria all’ateneo di Zurigo).

Una volta rientrata definitivamente in Italia, terminò gli studi a Napoli e nel 1886 venne accolta a Pavia dal dottor Camillo Golgi (futuro Nobel della Medicina) con cui collaborò svolgendo una ricerca sulle origini batteriche delle febbri puerperali, confermando gli studi del medico ungherese, Ignaz Philipp Semmelweis, del 1847.

Nel 1888 Kuliscioff si specializzò in ginecologia prima a Torino, poi a Padova.

Medico? Lavoro negato perché donna

Superata la soffertissima separazione da Andrea Costa, avvenuta poco dopo la nascita della loro figlia Andreina nel 1881, Kuliscioff si era legata a Filippo Turati con il quale si era trasferita a Milano. Qui, chiese di esercitare la professione di medico presso l’Ospedale Maggiore: richiesta respinta perché donna. Si affiancò, allora, alla filantropa Alessandrina Ravizza, recandosi a curare i malati nei quartieri più poveri della città.

Ciò le valse la denominazione di ‘dottora dei poveri’ e tale fu fino a che la salute glielo permise.  Anni prima, in carcere a Firenze, era stata colpita dalla tubercolosi e dall’artrite.

L’avventura socialista. La prima legge

Dal 1891, trasformato il salotto di casa in una redazione, Anna Kuliscioff e Filippo Turati dettero il via alla rivista del socialismo riformista Critica sociale. L’anno successivo erano tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani – dal 93 Partito Socialista dei Lavoratori, dal 95 il definitivo Partito Socialista Italiano- , che sanciva la separazione tra socialisti e anarchici.  Fu nuovamente arrestata con Turati nel 1898 con l’accusa di reati di opinione e sovversione: poi scarcerata per indulto mentre Turati rimase in prigione un anno in più.

Protagonista del socialismo riformista italiano, per alcuni suoi contemporanei Kuliscioff, fu la vera mente del partito. Di rilievo la sua elaborazione del testo di legge per la tutela del lavoro minorile e femminile, proposto in Parlamento dai colleghi del Partito Socialista Italiano, e approvata nel 1902 come legge Carcano, nº 242, nel corso del Governo Zanardelli.

La legge limitava il lavoro dei ragazzi sotto i 12 anni, fissava per le donne un massimo di 12 ore di lavoro giornaliere, con una pausa di due ore, vietava alle minorenni il lavoro notturno e introduceva, per la prima volta, il congedo di maternità (quattro settimane alle donne che dovevano partorire).

Suffragio femminile 

Accanto alla sindacalista Maria Goia, Kuliscioff fu impegnatissima nell’ottenere il voto femminile. Il suo sostegno alla causa portò alla nascita, nel 1911, del Comitato socialista per il suffragio femminile, miseramente respinto l’anno successivo dalla legge Giolitti, che escluse le donne dall’erroneamente definito suffragio universale, in realtà solo maschile, posto che includeva per la prima volta anche gli analfabeti, purché avessero compiuto 30 anni. Ma le donne, no!

Kuliscioff commentò il fatto su Critica Sociale così: “Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che dà i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?”.

Comunque per Kuliscioff fu una nuova sfida. Convinta che “il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso”, fondò nel 1912 La difesa delle lavoratrici: sempre nel salotto di casa sua, circondata dalle migliori firme femminili, instaurando rapporti diretti con operaie e contadine.

No alla guerra!

Si oppose alla partecipazione dell’Italia al primo conflitto mondiale e dopo la guerra combatté il massimalismo socialista. Sembra che auspicasse la realizzazione dell’unità degli Stati europei per evitare ulteriori guerre.

Come testimoniano le contestazioni al suo funerale di cui dicevamo, fu rigorosa oppositrice del fascismo, che considerava la sconfitta del socialismo.

Il libro La tragedia di Giacomo Matteotti raccoglie le lettere che si scambiò con Turati, tra l’11 e il 27 giugno 1924 (testo completo online, messo a disposizione gratuitamente dalla Biblioteca Gino Bianco).

Lettere struggenti piene di ansia e preoccupazione per la sorte del leader socialista, delfino di Turati, rapito in quei giorni. Entrambi avevano intuito che Matteotti era stato fatto uccidere da Mussolini.

La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere

Nell’Ottocento in una lettera di risposta a un gelosissimo Costa, Kuliscioff scriveva: “Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora”. I tanti femminicidi attuali confermano la previsione di Anna Kuliscioff.

 

 

Immagine: Anna Kuliscioff

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