Accogliere e dis-accogliere
Parlare di accoglienza ci restituisce oggi un sistema complesso di principi e considerazioni. Un termine intorno al quale si accendano focolai di retorica e populismo, eternamente in voga.
D’altra parte è indubbio che la varietà e vastità applicativa del vocabolo accenda dibattiti compromettenti, siano essi frutto di vox populi o di abili esercizi del pensiero. Come veicolare allora i risvolti polivalenti di un idioma prolifero di complicanze di vario genere?
Secondo una logica lontana, che fa del principio di non contraddizione un suo caposaldo, ogni aspetto rappresentativo di una determinata sostanza non dovrebbe entrare mai in disaccordo. Detto altrimenti: una cosa è o non è.
In tal senso, ogni qual volta si parla di accoglienza si dovrebbe avere una certa coerenza comportamentale, una apertura asettica che dovrebbe valere nella moltitudine dei casi. Qui l’intenzione è prendere le mosse da elementi del vissuto, esempi semplici e perciò stesso facili da fruire e interpretare.
Il lavoratore-pellegrino
Nella mia esperienza di lavoratore flessibile, quindi allenata alla fluidità degli eventi, sono stata portata a viaggiare di continuo per l’italico paese. Lungo l’arco di questi spostamenti ho avuto l’occasione di alloggiare in diverse strutture alberghiere. Molte estremamente accoglienti, altre decisamente meno. Esiste una particolare sintassi del “lavoratore-pellegrino” che ti consegna strumenti critici per valutare la qualità del servizio.
In primis, si prendono in considerazione gli aspetti legati all’ambiente: la struttura, l’ampiezza, l’acustica; in seguito si osservano le piccole sfumature comportamentali del personale pre-posto all’ospitalità. Si quantificano i sorrisi, si valutano le competenze comunicative, le capacità di ascolto, la disponibilità. Ognuno ha il proprio carattere.
Insieme ai miei colleghi, naufraghi del lavoro, abbiamo alloggiato presso un B&B di La Spezia, incontrando con estremo piacere un operatore gentile e garbato. Si è prodigato ad illustrare al meglio le caratteristiche del luogo che ci stava per ospitare; addirittura si è reso disponibile a cambiarci la stanza, non appena abbiamo lamentato un odore particolare. Un effluvio che via via sarebbe scomparso, che tuttavia lui ha ritenuto un disagio per gli ospiti. Da una tripla siamo passate ad una doppia e una singola. Un guadagno.
La notte è passata all’insegna del buon’umore e del comfort. D’accordo si tratta di una struttura alberghiera, pre-posta ad assicurare alloggi felici, per così dire. Eppure l’accoglienza si è sostanziata in una cordialità gestita con raziocinio ed efficienza. Una teoretica del lavoro, subito trasformatasi in prassi. Nessuna legge di mercato, piuttosto apertura logica, non sempre di consuetudine comune.
Accoglienza in ospedale
L’incoerenza del principio di accoglienza si manifesta in una moltitudine di situazioni. Quando si raggiunge un pronto soccorso non sempre ci si imbatte in personale capace di accogliere e contenere le preoccupazioni di chi accompagna un caro in ospedale. Si tratta magari di un anziano per cui è naturale tenere conto di altre priorità che non escludono comunque l’Accoglienza.
Ciò nonostante, non mancano visi contrariati, risposte repentine e sfuggenti rivolte a chi, pur petulante, ha bisogno di conforto. L’assistenza, fatta anche di forzata cordialità, dovrebbe essere un caposaldo del codice deontologico del personale medico e paramedico. D’accordo, per talune professioni esiste il cortocircuito dovuto allo stress connesso alla tipologia di impegno. Ma il codice etico?
Telefono amico?
Se chiamiamo una compagnia telefonica, qualunque essa sia, sovente risponde un operatore che si presenta e chiede in cosa possa essere utile. Viceversa, qualora ci si trovi a contattare un numero del pronto intervento, non sempre ci si imbatte in voci, simulacri del pensiero, atte ad interpretare il messaggio che stiamo inviando. La gravità o meno del nostro bisogno. L’accoglienza non si rende apertura, volta a com-prendere l’urgenza. E la repentinità dell’intervento, sappiamo bene, è vitale.
Infine, su altri fronti dove decadono le frontiere, l’urgenza di tornare alla normalità senza risolvere il problema, annebbia definitivamente il pensiero critico. Tutto a scapito della capacità di accogliere chi è disperato. In tal caso l’economia detta le sue leggi, dando vita ad una normatività dell’accoglienza che, ahimè, non si avvale del principio di non contraddizione.

