Valeria Fondi. Dual career tra sport, università e futuro

Tra la pedana e l’ingegneria, due percorsi che si incontrano nella stessa storia. Quella di Valeria Fondi. Un’esperienza costruita sull’equilibrio tra sport agonistico e formazione, tra la velocità e la concentrazione richieste dalla scherma, e il rigore del percorso in Ingegneria elettronica. Abbiamo parlato di sport e studio, di scelte e sacrifici, di donne e STEM, ma anche di futuro e delle possibilità che nascono quando passione, rigore, creatività, logica, impegno, destrezza danno origine a un percorso di vita poliedrico, rivolto al futuro, con il prezioso bagaglio di ieri e di oggi.

Dott.ssa Fondi oggi lei è una schermitrice e un’ingegnera elettronica. Se dovesse presentarsi attraverso le due dimensioni che hanno caratterizzato il suo percorso formativo-professionale, quale sceglierebbe di raccontare per prima e perché?

Mi presenterei innanzitutto come ingegnera. La scherma ormai fa parte di me da tanto tempo, è il mio porto sicuro, mentre l’ingegneria è ancora un mondo tutto da scoprire, a cui sto dedicando la maggior parte delle mie energie in questo momento. Detto questo, la scherma resta comunque una parte fondamentale della mia vita e credo abbia contribuito non poco a formare il mio carattere e il modo in cui affronto le difficoltà.

Ho letto che ha iniziato a praticare la scherma da giovanissima; come si avvicinò a questo sport e che cosa lo rende, a suo avviso, particolarmente attraente secondo lei?

Ho iniziato a tirare di scherma a undici anni: avevo alle spalle tanti anni di danza classica e avevo voglia di cambiare completamente strada. Un po’ per caso, un po’ grazie a una dimostrazione di scherma che l’olimpionico Valerio Aspromonte aveva fatto qualche anno prima nella mia scuola, mi sono ritrovata in una palestra di scherma e mi sono appassionata da subito alla sciabola.

È uno sport difficile da capire se non si conoscono bene le regole dell’assalto, ma credo sia anche questo a renderlo così affascinante. Durante un match è un po’ come giocare a scacchi: in pochissime frazioni di secondo devi decidere l’azione da fare, tenendo conto sia delle stoccate precedenti sia di quello che prevedi farà l’avversario.

È tutto velocissimo, e la minima esitazione porta quasi sempre a perdere il punto. Per questo mi affascina così tanto: è una lotta quasi più mentale che fisica, fatta di previsione e di lettura psicologica dell’avversario.

Lo sport richiede impegno e disciplina, come la carriera universitaria. Portando avanti su due binari paralleli lo sport agonistico e lo studio dell’Ingegneria, pensa che ci sia stata una reciproca influenza nello sviluppo di competenze tecniche e trasversali?

Credo che la scherma, come tanti sport, aiuti molto ad allenare la mente, a costruire disciplina e a restare lucidi sotto pressione. Dal punto di vista tecnico, sport e ingegneria hanno forse poco in comune, ma nel modo di affrontare le difficoltà e gli imprevisti vanno decisamente di pari passo. In pedana si impara a gestire la tensione di un assalto che si decide in pochi minuti, e questa stessa capacità di restare concentrata quando le cose si complicano l’ho ritrovata più volte durante gli esami.

Anche la capacità di pianificare e di adattarsi al volo, che in gara è quasi automatica, mi è servita per organizzare il tempo nei periodi in cui scherma e università si sovrapponevano.

Si parla sempre più di dual career, cioè della possibilità per uno studente-atleta di costruire contemporaneamente un percorso sportivo e uno formativo. Quanto è importante che le università riconoscano e sostengano le studentesse e gli studenti che praticano sport agonistico?

Secondo me fare sport agonistico è fondamentale e, nonostante tolga molto tempo allo studio, allo stesso tempo ti costringe a organizzare il tempo che hai a disposizione in modo molto rigoroso. Inoltre lo sport è un modo per sfogare ansie e frustrazioni che altrimenti resterebbero inespresse. Sono contenta che le università stiano piano piano riconoscendo l’importanza dello sport, dando sempre più visibilità anche ai Campionati Nazionali Universitari, ma credo che siamo ancora all’inizio di questo percorso.

C’è stato un momento in cui ha pensato che fosse necessario scegliere tra scherma e università?

Mi sono chiesta spesso se valesse la pena continuare con la scherma o concentrarmi esclusivamente sullo studio, e devo ammettere che a volte sembrava l’unica strada possibile. Nel tempo ho visto diversi amici e amiche di scherma lasciare per lo studio, e mi sono sempre ripromessa che non li avrei seguiti a meno che non fosse stato davvero necessario. Per fortuna, non lo è mai stato, anche se per riuscirci è servita molta organizzazione.

La sua è anche una storia di una giovane donna che si è misurata (e si misura) con una disciplina sportiva competitiva e con un percorso STEM, tradizionalmente meno frequentato dalle ragazze. Ha mai percepito questi due mondi come ambienti nei quali una donna deve dimostrare qualcosa in più?

Credo che l’ambiente sportivo e quello universitario siano molto diversi tra loro, e anche il modo in cui viene percepita la figura femminile cambi parecchio. In università il dover dimostrare di essere nel posto giusto è stata una sensazione più presente, a volte anche pesante da portare. Penso che si stia andando nella direzione giusta sul tema delle donne nelle materie STEM, ma nella mia esperienza personale non è ancora un traguardo raggiunto del tutto.

Nella scherma, invece, la categoria maschile e quella femminile sono molto separate e gareggiando in categorie diverse non c’è un vero confronto diretto, come succede invece in ambito accademico.

Le piacerebbe in futuro trovare un punto d’incontro tra tecnologia e sport, eventualmente lavorando su sistemi, strumenti, tecnologie capaci di migliorare l’allenamento e le prestazioni degli atleti?

Sì, è un tema che mi appassiona molto. Penso che le tecnologie giuste potrebbero aiutare parecchio le prestazioni degli atleti, ma soprattutto potrebbero servire a prevenire gli infortuni. Purtroppo capita spesso che un atleta si fermi proprio per questo motivo, e credo che sviluppare strumenti in questa direzione sia fondamentale per evitare traumi a volte capaci di compromettere un’intera carriera sportiva.

Quali i passi dopo il 23 luglio 2026?

Sicuramente un po’ di riposo dopo questa laurea tanto sudata. Poi, a settembre, inizierò la laurea magistrale al Politecnico di Zurigo e spero di riuscire a continuare anche lì la mia carriera schermistica. Sarà un cambiamento importante, sia dal punto di vista accademico che personale, ma conto di ritagliarmi lo spazio per allenarmi e continuare a gareggiare, magari scoprendo anche un ambiente schermistico diverso da quello a cui sono abituata.

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