Senza educazione affettiva, nessun cambiamento è davvero possibile

Educare alle relazioni: senza educazione affettiva, nessun cambiamento è davvero possibile

Parlare di violenza di genere significa parlare di una delle manifestazioni più drammatiche di una cultura delle relazioni che, ancora oggi, fatica a riconoscere pienamente il valore dell’autonomia, del consenso, del rispetto e della libertà dell’altro.

Ogni anno assistiamo a campagne di sensibilizzazione, iniziative pubbliche, convegni, manifestazioni e concorsi dedicati a temi come la violenza sulle donne, il femminicidio, gli stereotipi di genere e il rispetto nelle relazioni. Sono iniziative importanti. Possono accendere una discussione, dare voce a chi spesso non ne ha, creare consapevolezza e portare questi temi all’attenzione dell’opinione pubblica.

Ma dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda: quanto possono incidere davvero, se non sono accompagnate da un cambiamento profondo nel modo in cui educhiamo le nuove generazioni alle relazioni e all’affettività?

Il rischio, altrimenti, è quello di occuparci della violenza quando essa è già esplosa, invece di lavorare sulle condizioni culturali, emotive e relazionali che possono contribuire a prevenirla.

Non basta parlare della violenza: bisogna educare a non produrla

Un ragazzo non dovrebbe incontrare per la prima volta il tema del consenso quando gli viene chiesto di partecipare a un concorso sulla violenza di genere. Non dovrebbe scoprire solo allora che un “no” deve essere rispettato, che la gelosia non è una prova d’amore, che il controllo non è attenzione, che il possesso non è affetto, che una relazione non può essere costruita sulla paura.

Questi concetti devono essere acquisiti molto prima.

L’educazione affettiva dovrebbe entrare nella quotidianità educativa dei bambini e degli adolescenti, con modalità adeguate alle diverse età. Dovrebbe insegnare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a gestire la rabbia e la frustrazione, ad ascoltare, a comunicare, a rispettare i confini propri e altrui.

Dovrebbe soprattutto insegnare che l’altro non ci appartiene.

È una lezione apparentemente semplice, ma profondissima. Una relazione sana nasce infatti dalla libertà di due persone che scelgono di stare insieme, non dall’idea che una persona abbia il diritto di decidere per l’altra.

Il problema è culturale prima ancora che emergenziale

Quando affrontiamo la violenza di genere esclusivamente come un’emergenza, rischiamo di concentrarci sul momento finale di un processo.

Ma prima della violenza possono esserci molti segnali: il controllo del telefono, l’isolamento dagli amici, la svalutazione, la possessività, la normalizzazione della gelosia, l’incapacità di accettare un rifiuto, l’idea che l’amore dia diritti sull’altra persona.

Sono comportamenti che spesso vengono banalizzati, soprattutto durante l’adolescenza.

“È geloso perché ci tiene.”

“Le controlla il telefono perché è innamorato.”

“Se insiste è perché non ha capito.”

“Se si veste in quel modo, sa cosa provoca.”

Sono frasi che sembrano innocue, ma possono contribuire a costruire una rappresentazione distorta dell’amore e delle relazioni.

Non confondere la sensibilizzazione con la trasformazione

Per questo la prevenzione non può iniziare soltanto quando si parla di femminicidio. Deve iniziare molto prima, quando si formano le idee su cosa significhi amare, desiderare, essere desiderati, litigare, rifiutare, essere rifiutati e stare insieme.

I concorsi possono sensibilizzare, ma non possono sostituire l’educazione

Un concorso, un premio o una campagna possono avere un grande valore simbolico. Possono stimolare la creatività e la riflessione. Possono permettere a ragazze e ragazzi di confrontarsi con questioni importanti.

Ma non possiamo confondere la sensibilizzazione con la trasformazione.

Chiedere a uno studente di realizzare un elaborato sulla violenza di genere significa offrirgli uno spazio di riflessione. Educare alle relazioni significa invece accompagnarlo, nel tempo, a costruire gli strumenti necessari per vivere quelle relazioni.

La differenza è sostanziale.

Un premio può produrre un bellissimo manifesto. Una lezione può generare una discussione intensa. Una campagna può diventare virale sui social.

Ma se il giorno dopo tutto torna come prima, se a scuola non esiste uno spazio stabile per parlare di emozioni e relazioni, se gli adulti stessi non possiedono gli strumenti per affrontare questi argomenti, se stereotipi e linguaggi violenti continuano a essere considerati normali, l’impatto rischia di rimanere superficiale.

Non perché queste iniziative siano inutili, ma perché da sole non sono sufficienti.

Serve una svolta strutturale

La vera sfida è portare l’educazione affettiva fuori dalla logica dell’emergenza e dell’evento occasionale.

Non una giornata all’anno.

Non una conferenza quando accade un caso particolarmente grave.

Non un concorso quando arriva una ricorrenza.

Serve un percorso educativo continuativo.

Una vera educazione alle relazioni dovrebbe essere parte integrante della formazione, con insegnanti adeguatamente preparati, strumenti pedagogici adeguati all’età e un coinvolgimento consapevole delle famiglie.

Bisognerebbe parlare di emozioni, consenso, rispetto, conflitto, comunicazione, stereotipi, differenze, responsabilità, corpo, autonomia e relazioni digitali.

E bisognerebbe farlo prima che emerga il problema.

Perché educare significa anche prevenire.

Non è solo una questione che riguarda le ragazze

L’educazione affettiva non dovrebbe essere pensata come un intervento rivolto esclusivamente alle ragazze per insegnare loro a riconoscere i segnali del pericolo.

È altrettanto necessario educare i ragazzi.

Educare alla gestione della frustrazione.

Alla capacità di accettare un rifiuto.

Alla consapevolezza che il desiderio dell’altro non è un diritto.

Alla possibilità di esprimere vulnerabilità senza trasformarla in aggressività.

Alla comprensione che la forza non coincide con il dominio e che il rispetto non diminuisce la propria identità.

Dobbiamo permettere alle nuove generazioni di costruire un’idea dell’amore diversa da quella, spesso implicita, che associa il sentimento al possesso, alla sofferenza o al controllo.

Non possiamo pretendere relazioni sane da persone alle quali non abbiamo mai insegnato come costruirle.

Cambiare prima che sia troppo tardi

La scuola non può essere lasciata sola, così come non possono essere lasciate sole le famiglie. La responsabilità è collettiva: istituzioni, educatori, genitori, media, società civile e comunità.

E proprio per questo è necessario un cambiamento che non sia cosmetico.

Possiamo continuare a premiare i migliori elaborati sulla violenza di genere, organizzare iniziative e lanciare campagne. Ma dobbiamo contemporaneamente chiederci cosa accade negli altri 364 giorni dell’anno.

Perché il vero successo di una politica di prevenzione non dovrebbe essere il numero di manifesti prodotti o di concorsi organizzati.

Dovrebbe essere la capacità di fare in modo che un ragazzo impari a riconoscere una relazione sana prima di vivere una relazione violenta; che una ragazza sappia che non deve accettare il controllo come dimostrazione d’amore; che entrambi sappiano che il consenso può essere ritirato, che un rifiuto non è un’offesa e che l’autonomia dell’altro è inviolabile.

L’educazione è il luogo in cui il cambiamento diventa cultura

La violenza non si sconfigge soltanto intervenendo sulle sue conseguenze. Si combatte anche modificando le idee, i comportamenti e i modelli relazionali che possono precederla.

Per questo l’educazione affettiva non dovrebbe essere considerata un’attività accessoria, né una risposta temporanea a un’emergenza.

È prevenzione. È formazione. È educazione alla cittadinanza. È educazione alla libertà.

I concorsi possono aprire una porta. Le campagne possono accendere una luce. Le giornate dedicate possono ricordarci che il problema esiste.

Ma attraverso quella porta dobbiamo poi entrare. E restarci.

Il cambiamento passa dall’incontro

Ma c’è un altro elemento fondamentale: i maschi, dicevamo, devono essere protagonisti attivi di questo cambiamento. Non possono essere considerati soltanto i destinatari di un’educazione alla non violenza, né essere chiamati in causa esclusivamente quando si parla di comportamenti problematici. Devono poter partecipare alla costruzione di una nuova cultura delle relazioni.

I maschi stessi sono immersi, fin dall’infanzia, in una cultura della maschilità che ha radici profonde, ontologicamente millenarie, costruita per secoli intorno a gerarchie, forza, controllo, competizione, dominio e separazione tra ciò che è considerato maschile e ciò che viene svalutato come femminile.

Una cultura che non produce soltanto privilegi, ma che impone anche agli uomini un modello identitario spesso rigido: essere forti, non mostrare fragilità, non avere paura, non piangere, non arretrare, conquistare, competere, imporsi.

Anche i maschi, dunque, respirano una cultura tossica, se con questa espressione intendiamo un sistema di aspettative e di modelli che limita la libertà individuale e rende più difficile costruire una relazione autentica con se stessi e con gli altri.

Riconoscerlo non significa mettere sullo stesso piano le diverse forme di discriminazione o negare le asimmetrie storiche e sociali tra uomini e donne. Significa comprendere che la trasformazione culturale deve liberare tutti, compresi gli uomini, da modelli relazionali fondati sul dominio.

La nuova sfida del presente

Ed è proprio qui che il presente pone una nuova sfida. Mentre una parte della società cerca faticosamente di superare questi schemi, vecchi e nuovi fermenti socio-politici sembrano talvolta riproporre, sotto forme contemporanee, un modello maschile regressivo: l’uomo forte contrapposto all’uomo empatico, l’autorità contrapposta alla relazione, la durezza contrapposta alla vulnerabilità, il possesso contrapposto alla reciprocità.

È una regressione che può presentarsi anche con linguaggi nuovi, attraverso i social network, comunità virtuali, influencer e narrazioni che trasformano la crisi dell’identità maschile in una guerra tra i sessi. Il disagio reale di molti ragazzi viene così intercettato e, invece di essere trasformato in consapevolezza, può essere incanalato verso risentimento, vittimismo, aggressività e ricerca di un’identità fondata sulla superiorità.

Proprio in questo spazio che l’educazione affettiva diventa urgente

Non possiamo lasciare che siano gli algoritmi, la pornografia, i social, i gruppi di appartenenza o le narrazioni politiche più radicalizzanti a spiegare ai ragazzi cosa significhi essere uomini, amare, desiderare, essere desiderati, affrontare un rifiuto o vivere la propria vulnerabilità.

Dobbiamo offrire loro un’altra possibilità: quella di scoprire che essere uomini non significa essere dominanti, che la forza non coincide con l’aggressività, che la vulnerabilità non è una debolezza e che accettare un rifiuto non significa perdere valore.

Allo stesso modo, l’educazione affettiva deve creare occasioni autentiche di incontro tra persone diverse: maschi e femmine, persone non binarie, persone con differenti orientamenti sessuali, identità, esperienze e modi di vivere le relazioni.

Non per creare categorie contrapposte, ma, al contrario, per superare proprio la logica delle contrapposizioni.

Nell’incontro reale che si impara a riconoscere l’altro come persona

Conoscersi, ascoltarsi, confrontarsi, scoprire che l’esperienza dell’altro può essere diversa dalla propria e, nello stesso tempo, condividere bisogni fondamentali come quello di essere rispettati, ascoltati, liberi e riconosciuti: è questo il terreno sul quale può nascere una cultura diversa.

Non possiamo educare alla relazione separando continuamente le persone in gruppi che parlano gli uni degli altri. Dobbiamo creare spazi nei quali possano parlare gli uni con gli altri.

Per questo il coinvolgimento dei maschi è imprescindibile

Un ragazzo deve poter interrogarsi sul significato della propria identità maschile, sulla gestione delle emozioni, sulla rabbia, sul rifiuto, sulla vulnerabilità, sul desiderio e sul consenso, senza sentirsi accusato o costretto dentro un ruolo. Allo stesso modo, una ragazza deve poter esprimere liberamente i propri desideri, i propri confini e la propria identità senza essere definita dagli stereotipi.

E ogni persona, indipendentemente dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale, deve poter trovare nella relazione con gli altri uno spazio di riconoscimento e di sicurezza.

Non si costruisce una società sostenibile gli uni contro gli altri, ma gli uni insieme agli altri

La sostenibilità di una società non è soltanto ambientale, economica o istituzionale: è anche relazionale. Una società è sostenibile quando le persone sono capaci di convivere con la differenza senza trasformarla in minaccia, quando il conflitto non diventa dominio, quando la libertà dell’uno non viene percepita come una limitazione della libertà dell’altro.

E questo non si può insegnare soltanto attraverso slogan, concorsi o giornate commemorative. Si impara attraverso l’esperienza concreta dell’incontro.

È proprio da questo incontro — tra maschi e femmine, tra persone con identità e orientamenti differenti, tra storie e sensibilità diverse — che può nascere una generazione capace non soltanto di rifiutare la violenza, ma di costruire relazioni fondate sul rispetto, sulla reciprocità e sulla libertà.

 

Immagine: Immagini: Gli amanti, René Magritte. 1928

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