Politiche attive del lavoro: ottime idee da consolidare

Le politiche attive del lavoro rappresentano l’asse portante per l’inserimento e il rinserimento delle persone nel mercato del lavoro che si articolano in formazione e orientamento. Si tratta di strumenti e attività che attivano l’individuo rispetto al proprio percorso formativo-professionale e non “si limitano” ad erogare sussidi a fondo perduto. La maggior parte  di questo tipo di politiche sono rivolte a inoccupati, disoccupati e soggetti a rischio di espulsione dal mercato del lavoro, sebbene esistano misure anche per il personale occupato.

Ne abbiamo parlato con Paolo Serreri, esperto di Bilancio delle Competenze, docente presso l’Università Roma Tre, analizzando due interventi specifici: l’assegno di ricollocazione e il Fondo per le nuove competenze.

In che cosa consiste l’assegno di ricollocazione?

Ci sono due edizioni una sperimentale che si è svolta due anni fa, nel 2018, a cui potevano accedere i percettori della Naspi (ndr: Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) che dovevano avere maturato determinati requisiti, e una attuale del 2020, destinato a chi ha diritto al reddito di cittadinanza.

Il meccanismo dell’assegno di ricollocazione è rimasto lo stesso. Nel senso che l’assegno viene dato ai Centri per l’impiego o alle agenzie accreditate presso le Regioni che attivano un percorso orientamento di II livello, maturativo e formativo mirante all’empowerment della persona e, per questa via, all’inserimento lavorativo.

Si tratta di una misura istituita a livello governativo?

L’assegno di ricollocazione è stato introdotto nel decreto legislativo 150/2015 emanato in attuazione della legge 183/2014 (Job Act). Successivamente è stato esteso ai titolari di un trattamento straordinario di integrazione salariale che abbiano sottoscritto un accordo preliminare di ricollocazione, così come ai percettori del Rei (Reddito di inclusione). Con l’istituzione del reddito di cittadinanza (2019) l’assegno è previsto per questa categoria.

L’ANPAL, Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, col provvedimento n. 23 del 13 dicembre 2019, nel quadro di un aggiornamento delle regole e delle istruzioni operative ribadisce che l’assegno di ricollocazione non viene percepito da chi cerca un’occupazione, ma da chi aiuta a trovarla (Centri pubblici per l’impiego, Agenzie private per il Lavoro accreditate).

Qual è la logica e lo spirito di questa misura?

L’idea di fondo si ispira alla logica delle politiche attive. L’assegno non viene conferito direttamente al lavoratore ma alle agenzie deputate, che gli permetteranno di seguire un percorso orientativo/formativo per sviluppare l’occupabilità e per raggiungere l’occupazione. Qui Il lavoratore prende l’impegno di formarsi con l’obiettivo dell’inserimento attivo nel mercato del lavoro. Si tratta quindi di una misura molto diversa dalla Cassa integrazione che non presuppone l’attivazione del lavoratore che ha perso il lavoro

Sussistono delle condizionalità nel percepire questo assegno?

Sì. L’assegno viene attribuito agli enti che si occupano del percorso formativo dell’utente a condizione che il processo di accompagnamento si concluda con un contratto di lavoro. L’entità dell’assegno è in rapporto alla durata del contratto, con un massimo di 5000 euro. Per contratti a breve termine sono previsti cifre minori.

Di base, si tratta di un’idea forte perché impegna l’agenzia o il centro dell’impiego a fare un buon percorso di orientamento per attivare il soggetto, facendo ricorso anche a strumenti come il Bilancio di competenze. Come si sa il bilancio di competenze permette all’utente di riconoscere le proprie conoscenze, abilità e competenze e di metterle a frutto nei termini di un progetto lavorativo. Ma proprio qui cominciano le dolenti note.

Che intende dire?

Il pacchetto orario destinato al bilancio è assolutamente insufficiente. Un bilancio da svolgere in un massimo di 6 ore non è sufficiente a favorire l’empowerment della persona né lo sviluppo della sua progettualità. Inoltre, vi è un altro fattore da considerare di non minore importanza. In Italia non esistono molti operatori in grado di svolgere un corretto bilancio di competenze né nei centri per l’impiego, né nelle agenzie del lavoro. Si tratta di un servizio ancora poco diffuso, ancorché evocato da tutti, nonostante sia previsto dalla stessa legge istitutiva dei Centri per l’impiego. Devo dire che, in questo panorama, qualcuno si è mosso per organizzarsi e prepararsi.

Può citarci un ente che si è organizzato e preparato per accogliere in modo integrale questa misura di orientamento di II livello?

Mi riferisco, per esempio, alla Fondazione dei Consulenti del Lavoro che ha fatto un grosso sforzo organizzativo realizzando decine di corsi introduttivi al Bilancio di competenze e alla gestione dell’assegno di ricollocazione sia a livello nazionale che in forma decentrate a livello regionale e provinciale.

Si è trattato di una iniziativa tanto più apprezzabile quanto più si considera che i consulenti del lavoro partivano da una cultura professionale molto lontana dal Bilancio competenze e dall’orientamento di secondo livello. La cultura del consulente del lavoro è posizionata sul versante del datore di lavoro. Il consulente del lavoro si occupa prevalentemente di contrattualistica o di selezione del personale più che di sviluppo delle risorse umane.

Perché pensa che la Fondazione dei Consulenti del lavoro si sia avvicinata a tale strumento?

Suppongo che lo abbia fatto per ritagliarsi uno spazio significativo all’interno delle Politiche Attive del Lavoro, per cogliere un’opportunità qualificante e per posizionarsi su un terreno nuovo e più avanzato delle politiche del lavoro.

Ma per tornare alle modalità di funzionamento dell’assegno di ricollocazione, vorrei segnalare un altro aspetto sul quale non mi sembra che finora ci si sia soffermati in modo particolare

A che cosa si riferisce esattamente?

Ottima l’idea di dare l’assegno di ricollocazione all’agenzia o al Centro per l’impiego, solo a condizione che il percorso si conclude con un contratto, al termine di un percorso formativo/orientativo di attivazione del lavoratore. In questo modo in non pochi casi si è generato un fenomeno secondario. Data la suddetta condizionalità, dopo un periodo di tempo si originava una naturale urgenza nelle agenzie che venisse loro riconosciuto l’assegno.

Un ente che riceve dei lavoratori che si presentano come beneficiari dell’assegno, svolge delle attività, impegna risorse proprie, investe e, poi se la persona non si ricolloca, non incassa il buono e ha perso tempo e risorse. Ed è così che in più di un caso sul percorso orientativo ha prevalso l’urgenza del contratto, la collocazione e, pertanto, un approccio più tradizionale. Sia l’utente che l’agenzia hanno come obiettivo primario la stipula del contratto.

Certo, l’idea di collegare il finanziamento a un contratto ha funzionato e si tratta pur sempre di una politica attiva. L’aspetto orientativo specialistico in qualche caso invece è stato vissuto più come una sofisticazione intellettuale e come un appesantimento burocratico.

A fine ottobre il Decreto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, ha individuato i criteri e le modalità di applicazione e uso delle risorse del Fondo Nuove Competenze. In che cosa consiste questo fondo?

Il Fondo Nuove Competenze è destinato in questo caso agli occupati che necessitano di aggiornare e sviluppare le proprie competenze. Anche questa è un’ idea ottima, che però corre il rischio di non partire o di partire in ritardo per una serie di prolissità burocratiche. Possono accedere al fondo quelle aziende che sono disponibili a ridurre l’orario dei lavoratori, funzionale alla partecipazione dei corsi di aggiornamento, previo accordo con i sindacati.

Ovviamente è un percorso che va tutelato onde non incorrere in una sorta di outplacement camuffato da parte di qualche azienda aziende (ndr: l’outplacement è l’attività di consulenza che si occupa di accompagnare le persone in uscita da un’azienda nella ricerca di nuove opportunità professionali).

Come si articola l’intero processo? Ha appena accennato a prolissità burocratiche?

Le aziende, una volta concordata la riduzione di orario con i sindacati, devono presentare un progetto formativo in cui individuano le competenze in entrate, la valutazione delle stesse e le competenze da acquisire. Nell’ambito del Quadro Europee delle Qualifiche siamo nei livelli 3 e 4, quindi si tratta di livelli non molto alti. Le competenze acquisite dovranno essere spese nella mansione che il lavoratore occupa. Inoltre, e questo è molto importante, è prevista la certificazione delle competenze. Tali corsi debbono essere avviati entro il 31 dicembre 2020, davvero in termini temporali molto stretti.

Oltre alla scadenza del 31 dicembre di quest’anno, ci sono ulteriori fattori che potrebbero inibire l’iniziativa?

L’intero processo è articolato attraverso una serie di triangolazioni. I progetti formativi, previo accordo con i sindacati, devono essere presentati dalle aziende all’Anpal che a sua volta deve acquisire il parere dalla Regione di riferimento e in certi casi anche dell’INAIL e dei Fondi paritetici interprofessionali nel caso sia previsto il loro intervento.

Inoltre l’ANPAL eroga i finanziamenti alle aziende non direttamente ma tramite l’INPS. Ora, conoscendo la velocità connaturata alla burocrazia, prima che l’Anpal riceva questi pareri e metta in moto tutta la macchina – a meno che non faccia scattare il silenzio assenso nel caso di una mancata risposta entro termini stretti e vincolanti – i tempi rischiano di dilatarsi assai, se non addirittura di saltare.

Anche in questo caso, un’ottima idea; esposta, però, ai rischi della gestione concreta di una macchina burocratica, lenta e farraginosa. Tutti abbiamo presenti i ritardi nel l’erogazione della cassa integrazione ai lavoratori delle aziende bloccate dal Covid 19.

Un inciso quest’ultimo non per incorrere in basse insinuazioni demagogiche ma solo come prospetto di un principio di realtà che necessita interventi decisi e con una tempistica adeguata ai bisogni. Anche qui non intendo appellarmi all’opaco termine/concetto, spesso invocato, del decisionismo, ma a un sano flusso dei procedimenti amministrativi.

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