NEET non invisibili tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno
L’Italia continua a registrare una delle più alte incidenze di giovani nella condizione NEET (Not in Education, Employment or Training) in Europa, con una particolare criticità per le giovani donne escluse dai percorsi formativi e lavorativi.
A un anno dal lancio di DEDALO – Laboratorio Permanente sul Fenomeno NEET e dal primo rapporto di analisi e advocacy sul tema, la Fondazione Gi Group ha presentato, il 9 luglio 2026 presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati, lo studio NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia. Una lettura di genere del fenomeno.
Il rapporto aggiorna l’analisi della condizione dei NEET, evidenziando come sia un fenomeno articolato e tutt’altro che omogeneo, caratterizzato da percorsi, bisogni e fattori di vulnerabilità profondamente differenti.
In questa prospettiva, emerge in modo significativo la dimensione di genere, con un approfondimento sugli ostacoli che limitano la partecipazione delle giovani donne ai percorsi di istruzione, formazione e lavoro, nonché le possibili strategie e gli interventi più efficaci per prevenire e contrastare questa condizione nelle sue diverse manifestazioni.
La presentazione dello studio assume inoltre una rilevanza speciale perché si colloca a una settimana dalla Giornata Mondiale delle Competenze Giovanili (World Youth Skills Day) promossa dalle Nazioni Unite il 15 luglio, richiamando il valore strategico delle competenze come strumento di autonomia e inclusione.
Non possiamo perdere i talenti
Ad aprire il convegno Walter Rizzetto, presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, che ha posto al centro del suo intervento la trasformazione del mercato del lavoro in una fase storica caratterizzata da profondi cambiamenti.
La crisi viene interpretata non soltanto come una situazione problematica, ma come un passaggio di trasformazione che richiede nuove capacità di lettura e nuove risposte. In questa transizione è necessario “abitare” il confine della ricerca e della scelta, individuando soluzioni capaci di evitare la perdita di talenti e di contrastare i fattori che possono determinare l’allontanamento dei giovani dal mercato del lavoro.
Tra questi, Rizzetto richiama il tema della sostenibilità dei modelli attuali, “chiamando in causa” fenomeni come la denatalità e le trasformazioni del sistema contributivo, insieme alle nuove fragilità legate alla salute mentale. Il riferimento alle “sabbie mobili esistenziali” restituisce l’immagine di giovani che rischiano di rimanere bloccati in una fase di passaggio senza strumenti adeguati per costruire il proprio futuro.
La crisi, quindi, come momento di cambiamento, richiede politiche capaci di promuovere un lavoro più inclusivo, formazione continua, sostegno alle transizioni giovanili, e ai nuovi equilibri tra generazioni.
Dedalo e il Filo di Arianna: un mito che diventa realtà
Chiara Violini, presidente della Fondazione Gi Group, ha ricordato la nascita nel 2025 del Laboratorio Permanente sui NEET, uno spazio di incontro, studio e confronto nato con l’obiettivo di analizzare le diverse vulnerabilità che caratterizzano la condizione di chi non studia e non lavora.
Quest’anno si sono sviluppati strumenti interpretativi innovativi, tra cui la Scala di Gravità, pensata per leggere le diverse intensità di una condizione che non è soltanto economica, ma anche sociale, culturale ed educativa.
Da tale analisi emerge con forza un momento delicato: dopo i 25 anni “qualcosa nel sistema si inceppa”, per molte giovani donne. Inizia un progressivo allontanamento dal mercato del lavoro, determinato dall’intreccio tra responsabilità familiari, modelli culturali, difficoltà di conciliazione vita-lavoro e barriere nel mondo aziendale. La distanza dal lavoro può trasformarsi così in rinuncia.
In Italia questo fenomeno assume dimensioni rilevanti, anche a causa della difficoltà di conciliare vita familiare e percorso professionale. La sfida culturale è permettere a tutte le donne di sentirsi autorizzate a costruire un progetto professionale senza dovere scegliere tra lavoro, maternità e realizzazione personale.
In questa prospettiva il Filo di Arianna rappresenta una metafora concreta di cambiamento: una raccolta di buone pratiche, ospitata sulla piattaforma DEDALO che raccoglie esperienze, capaci di accompagnare i giovani fuori dal “labirinto” della condizione NEET.
I progetti raccolti si sviluppano lungo due direttrici principali: prevenzione e reinserimento, attraverso azioni concrete, percorsi di orientamento e storie di trasformazione possibile.
Violini ha ringraziato le associazioni del Terzo Settore coinvolte nel progetto, annunciando inoltre il Premio Dedalo destinato alle esperienze capaci di distinguersi per impatto, innovazione e replicabilità. Il Premio valorizzerà progetti in grado di aprire nuove possibilità ai giovani, generando percorsi di attivazione, orientamento e inclusione. Le candidature si apriranno a ottobre 2026.
Una voce segnata dall’emozione restituisce il senso profondo di un lavoro collettivo che mette al centro non i numeri, ma le persone.
Presentazione del rapporto: oltre l’etichetta NEET
Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, e Coordinatore dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, introduce la presentazione della ricerca con una precisazione fondamentale: non esistono giovani NEET, ma giovani in una condizione NEET.
La parola NEET non deve diventare un’etichetta identitaria, ma uno strumento per comprendere una situazione dalla quale è possibile uscire, individuando condizioni e percorsi adeguati.
Il momento più critico è rappresentato dalla transizione dalla scuola al lavoro. La qualità della formazione costituisce infatti una condizione essenziale per favorire l’inserimento professionale, mentre un investimento insufficiente nelle competenze genera un costo sociale ed economico rilevante, con ripercussioni anche sul prodotto interno lordo.
Viene inoltre richiamato l’impatto socio-economico e culturale della perdita di giovani qualificati, citando il fenomeno della mobilità verso l’estero e lo spostamento interno delle regioni più fragili.
L’investimento in istruzione resta inferiore alla media europea, con conseguenze sulla mobilità sociale: solo una quota ridotta di giovani provenienti da famiglie con basso livello di istruzione riesce a conseguire un titolo universitario.
Persistono quindi disuguaglianze sociali, territoriali e di genere che richiedono interventi differenziati, calibrati sulle diverse cause che determinano la permanenza nella condizione di NEET.
La prospettiva di genere: cura, rinuncia e possibilità di scelta
Rossella Riccò, Responsabile dell’Area Studi e Ricerche di ODM Consulting di Gi Group Holding, e del Centro Studi di Fondazione Gi Group, apre il suo intervento con un dato positivo.
Dal 2020 il fenomeno è in progressiva diminuzione, ma l’Italia resta tra i Paesi europei con la più alta incidenza di giovani NEET. Si registra una riduzione dal 17,3% del 2024 al 15,6% del 2025, mentre l’obiettivo europeo è scendere sotto il 9%, con una forte caratterizzazione di genere: il 59% dei giovani NEET è donna.
Dietro questo dato emergono fattori molteplici e differenziati: il carico familiare che continua a ricadere prevalentemente sulle donne; il livello di istruzione della famiglia di origine; la cittadinanza; il contesto territoriale.
Attenzione prioritaria viene posta alle giovani madri, alle donne straniere di prima generazione e alle giovani del Sud, spesso penalizzate dalla combinazione di più fragilità.
Le proposte del rapporto si sviluppano su più livelli: culturale, educativo e istituzionale e puntano a delineare strategie mirate a seconda dei fattori che originano tali dinamiche.
Sul piano educativo è fondamentale rafforzare l’orientamento fin dalle prime fasi del percorso scolastico, decostruendo gli stereotipi di genere nelle scelte formative e professionali e promuovendo la consapevolezza del lavoro regolare come diritto e responsabilità sociale.
Sul piano istituzionale occorre creare condizioni occupazionali, capaci di garantire indipendenza economica e abitativa, contrastare il lavoro irregolare, potenziare le politiche attive del lavoro.
La Scala di Gravità: comprendere la distanza dal lavoro per costruire risposte adeguate
Uno degli elementi più innovativi è la Scala di Gravità, uno strumento pensato per superare una lettura indistinta del fenomeno NEET così da comprendere i diversi livelli di distanza dal mercato del lavoro e il rischio di esclusione occupazionale persistente.
Elaborata grazie al lavoro dell’Advisory Board della Fondazione Gi Group, la Scala di Gravità si articola in otto livelli (da 0 a 7) e combina quattro dimensioni fondamentali: la ricerca attiva del lavoro, la disponibilità immediata a lavorare, la motivazione della non disponibilità e la durata della condizione NEET.
Lo strumento permette quindi di distinguere situazioni profondamente diverse: giovani in una fase temporanea di transizione e giovani che vivono condizioni più persistenti di esclusione occupazionale e sociale.
Particolarmente significativa è la dimensione relativa alla “motivazione della non disponibilità”, perché permette di comprendere le ragioni sostanziali che si trovano dietro l’allontanamento dal lavoro.
Le cause possono essere temporanee e reversibili, come un percorso formativo in corso o difficoltà organizzative, oppure più strutturali, come problemi di salute, responsabilità di cura, scoraggiamento, disagio psicologico o condizioni di marginalità sociale.
L’analisi puntuale delle motivazioni favorisce la definizione di percorsi di intervento differenziati, che spaziano dall’orientamento professionale al sostegno psicologico, dai servizi sociali alle politiche attive del lavoro, fino alla presa in carico integrata delle situazioni di maggiore fragilità.
La Scala di Gravità rappresenta quindi un passaggio culturale importante: non limitarsi a “rendicontare” i giovani in condizione NEET, ma a comprendere le storie e i fattori che si celano dietro il dato.
Le parole per dirlo: il valore della relazione
Rosy Russo, presidente di Parole O Stili , richiama l’attenzione sul ruolo delle parole nella promozione di una cultura del linguaggio consapevole e responsabile.
Il linguaggio non è infatti neutrale: il modo in cui raccontiamo i giovani può contribuire a creare distanza oppure possibilità di incontro. Occorrono parole che costruiscano relazioni invece di creare distanze.
Ricorda come la parola trend del 2025 sia il segno 67, non significa nulla: è semplicemente un modo per riconoscersi.
Si stima che circa 700.000 giovani convivano con un malessere psichico Il ruolo dell’adulto, sottolinea Rosy Russo, non è soltanto quello di fornire risposte immediate, ma di “abitare” le domande, accompagnando i giovani nella ricerca di significato.
In questa prospettiva nasce il neologismo Netily, parola del futuro, che unisce “network” e “family”: un concetto che richiama la costruzione di una rete inclusiva, un luogo simbolico e reale in cui sentirsi accolti. Una famiglia allargata che si sceglie.
Formazione e orientamento: leve fondamentali per il futuro
Nel dibattito emerge con forza il ruolo strategico della formazione come strumento di prevenzione e inclusione.
Lorenzo Malagola, XI Commissione Pubblico e Privato della Camera dei Deputati, sottolinea come la crescita dei salari debba essere accompagnata dalla valorizzazione della produttività e delle competenze.
La formazione continua diventa quindi una leva essenziale per rafforzare l’occupabilità e accompagnare le persone lungo tutto l’arco della vita professionale.
Sul tema della formazione, Elena Bonetti, politica e matematica italiana, richiama l’urgenza di affrontare la questione di genere.
Nel suo intervento sottolinea come per molte donne il mercato del lavoro si possa trasformare in una sorta di gabbia, non soltanto per le difficoltà di accesso, ma anche per la mancanza di condizioni capaci di sostenere la permanenza, l’autonomia e la crescita professionale nel tempo.
Un ruolo centrale è svolto dal sistema educativo, attraverso percorsi strutturati di orientamento in grado di accompagnare bambine e bambini nella costruzione delle proprie scelte formative e professionali, contribuendo a superare gli stereotipi di genere fin dalle prime fasi del percorso educativo.
Il contributo della scuola è primario inoltre nel ridurre le disuguaglianze derivanti dalla povertà educativa, offrendo opportunità anche a chi parte da condizioni meno favorevoli.
In parallelo ai programmi formativi, occorrono misure in grado di modificare sia il contesto socio-istituzionale sia le condizioni organizzative del lavoro: servizi educativi territoriali, misure di sostegno alla genitorialità, politiche volte a ridurre il divario di genere nell’occupazione e investimenti nella transizione digitale.
Il valore della cura e la nuova leadership
Elena Viviano, capo della Divisione Mercato del lavoro presso il Dipartimento di Economia e Ricerca della Banca d’Italia, richiama uno dei principali fattori che incidono sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro: il peso dei carichi di cura.
La condizione NEET comporta una mancanza di investimento nel proprio futuro.
Alla base di una mancata partecipazione ai percorsi di istruzione, formazione o lavoro possono esserci esperienze, competenze e attività che non sempre trovano un adeguato riconoscimento formale. In questo scenario, si rende necessaria una riflessione sulla valorizzazione dei periodi di formazione e studio non conclusi, al fine di rafforzare l’inserimento e la permanenza nel mercato del lavoro.
Tale riflessione si inserisce in un quadro più ampio di trasformazione del rapporto tra formazione e lavoro, nel quale anche l’innovazione tecnologica assume un ruolo sempre più rilevante.
Un richiamo diretto al ruolo dell’intelligenza artificiale, destinata a modificare profondamente la relazione tra formazione e lavoro, implica il superamento di una didattica tradizionale e la necessità di sviluppare nuovi modelli scolastici.
E come la scuola, anche le organizzazioni aziendali, necessitano interventi tras-formativi, come la costituzione di una nuova leadership, autentica e non controllante. Il leader dovrebbe essere un facilitatore, un traduttore in azienda delle necessità dei dipendenti. Bisogna lavorare sulla leadership del futuro.
In questo processo, la sicurezza psicologica assume un ruolo centrale: poter sbagliare, apprendere dall’errore e trasformarlo in un’occasione di crescita rappresentano condizioni fondamentali per lo sviluppo e l’innovazione.
Le donne e il lavoro: cambiare gli immaginari
Cristina Scelza, presidente di Valore D, associazione di imprese, ricorda come l’organizzazione, nata inizialmente per promuovere il ruolo delle donne nel lavoro, abbia progressivamente ampliato il proprio impegno verso tutte le diversità, l’equità e l’inclusione, come già evidenziato da precedenti rilevazioni.
Nella ricerca “Sognando lo studio e il lavoro” realizzata da Ipsos per Valore D nel 2022, è emerso come siano ancora radicati gli stereotipi di genere rispetto alle scelte formativo-professionali .
Per promuovere una cultura inclusiva rispetto alle scelte, Valore D ha sviluppato la piattaforma WANTED, dedicata alla conoscenza delle nuove professioni e alla diffusione di informazioni sulle competenze richieste.
La discriminazione femminile, osserva Scelza, non nasce soltanto nel percorso lavorativo, ma spesso già nella fase precedente all’ingresso in azienda, attraverso domande e valutazioni legate alla vita familiare, alla maternità e ai possibili periodi di congedo. Il tema del rientro dopo la maternità rappresenta ancora oggi un nodo delicato.
Ognuno può dare il proprio contributo
Nel suo intervento conclusivo Suor Manuela Robazza, presidente nazionale della Fondazione CIOFS-FP-ETS, mette in luce come il valore prezioso della ricerca abbia la forza di generare una responsabilità condivisa.
«Ognuno di noi può, e deve fare qualcosa», afferma, invitando a trasformare la conoscenza del fenomeno in azioni concrete. Per favorire la concretezza di tale impegno sociale e culturale, Suor Manuela Robazza ci regala tre storie.
La prima è il brano evangelico sulla figlia malata di Giario, deceduta prima dell’arrivo di Gesù e tornata alla vita con l’arrivo del Messia “ Non è morta, dice Gesù, dorme”. E con una pacatezza accorata Suor Manuela ci lancia un messaggio forte: “I giovani non sono morti, siamo noi che non abbiamo trovato la leva giusta per interfacciarsi con loro; dobbiamo incontrarli, prenderli per mano e dargli fiducia”.
La seconda storia nasce dalle parole di Don Bosco: «Se questi ragazzi avessero avuto fuori un amico che si prendesse cura di loro, che li istruisse e li guidasse… non sarebbero tornati in questo luogo», maturate durante le visite al carcere minorile di Torino. Parole condivise con Maria Domenica Mazzarello, colei che, vedendo le ragazze del suo paese abbandonate a se stesse, si chiese: «Che cosa posso fare io?».
Decise così di aprire un laboratorio di taglio e cucito, il primo laboratorio professionale femminile, offrendo alle giovani del popolo la possibilità di imparare un mestiere. Don Bosco e Maria Domenica Mazzarello condividevano lo stesso sogno: da quella comunione di intenti e di animo. da tale sogno nacquero ufficialmente le Figlie di Maria Ausiliatrice, le Suore Salesiane.
Ancora oggi, sottolinea Suor Manuela, la formazione professionale e il valore dell’apprendimento pratico non ricevono sempre il riconoscimento che meritano.
La terza storia arriva dall’Emilia-Romagna, dove 28 studenti africani, provenienti da Etiopia, Sud Sudan e Angola, sono stati inseriti nei corsi ITS (Istruzione Tecnica Superiore). Durante i fine settimana ragazzi italiani si sono accordati per supportarli nell’apprendimento della lingua italiana.
“ I giovani ci aiutano ad aiutarli. Desiderano essere considerati persone che possono farcela; desiderano essere guardati negli occhi”.
La commozione di Suor Manuela avvolge tutti e tutte i/le presenti nella suggestiva Sala Regina di Montecitorio.
Dai numeri alle persone
NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia. Una lettura di genere del fenomeno” invita dunque a superare una visione uniforme della condizione NEET.
Dietro l’acronimo convivono situazioni differenti, che richiedono risposte personalizzate.
La nuova Scala di Gravità consente di distinguere livelli diversi di distanza dal mercato del lavoro, mentre la prospettiva di genere evidenzia come per molte giovani donne la lontananza dall’occupazione non sia una scelta, ma il risultato della mancanza di condizioni adeguate per partecipare pienamente alla vita formativa e professionale.
Il testo illustra in modo denso ed eloquente la distinzione tra ‘cura’ e ‘rinuncia’. Non si tratta semplicemente di giovani donne che scelgono di dedicarsi alla famiglia; troppo spesso la cura si traduce in rinuncia, nel momento in cui i carichi familiari impediscono la partecipazione alla formazione e al lavoro.
Le proposte delineano una direzione chiara: investire nell’orientamento precoce, contrastare gli stereotipi di genere, rafforzare istruzione e formazione continua, potenziare politiche attive del lavoro e servizi territoriali, promuovere interventi multidisciplinari per le situazioni di maggiore fragilità.
L’obiettivo finale è costruire percorsi capaci di intercettare le vulnerabilità prima che diventino esclusione e restituire ai giovani, e soprattutto alle giovani donne, possibilità concrete di autonomia, lavoro e futuro.
Per ulteriori approfondimenti si rimanda al rapporto NEET, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno

