Invalsi. La quiete dopo la tempesta di una valutazione a senso unico

Brevi riflessioni sulla presentazione del Rapporto Invalsi alla Camera dei Deputati, a qualche giorno di distanza, ora che assistiamo alla quiete dopo la tempesta. Ci viene da chiederci in forma neutra, lontani da qualsiasi partigianeria culturale: siamo di fronte ad una fotografia della scuola italiana o ad un’immagine deformata di un mondo in divenire che necessita di essere valorizzato e non misurato?

La consueta eco mediatica dell’annuale rapporto Invalsi (acronimo di Istituto Nazionale per la VALutazione del Sistema dell’Istruzione) ha suscitato l’altrettanto consueto clamore per espressioni ormai consolidate “Italia, fanalino di coda dell’istruzione, divario tra Nord e Sud, scuole di serie A e scuole di serie B”.

Una litania laica, sciorinata per qualche giorno per poi tornare alla quotidianità quotidiana. Una giostra su cui si sale per qualche giorno per, successivamente, scendere senza che ci siano conseguenze a livello sociale, professionale, formativo.

La sarabanda che si articola intorno a codeste prove è dannosa non tanto per il risultato in sé, che mortifica e penalizza docenti, studenti e l’intero apparato scolastico, ma per l’assunzione che se ne fa come unica e assoluta forma di valutazione dell’apprendimento degli studenti e delle studentesse, oscurando ogni altra forma di valutazione, ridotta a mero indicatore di performance.

Il senso primario e ultimo della valutazione è la sua forte valenza formativa. Nelle scuole di ogni ordine e grado vengono messe in atto strategie educative non giudicanti ma che mirano a verificare il processo di apprendimento, lo stile cognitivo dello studente e della studentessa in un’ottica di sviluppo e potenziamento di conoscenze e competenze.

Le verifiche rappresentano uno strumento di valutazione e autovalutazione. Dovrebbero permettere al discente di comprendere il proprio apprendimento, le proprie zone di miglioramento, stimolare alla curiosità verso la personale sete di sapere e formarsi. Materiale di studio e di riflessione per studenti e docenti.

Tra le forme di valutazione in una spiccata ottica di formazione, troviamo strumenti quali il diario di bordo (lo studente narra le proprie esperienze, i propri traguardi, le proprie difficoltà, come le ha superate o come necessita di strumenti per superarle), test a domanda aperta, colloqui individuali e di gruppo, prove autentiche vale a dire compiti specifici in cui devono mettere in atto non solo conoscenze, ma anche competenze che gli permettano di fare collegamenti tra le materie, di analizzare una situazione, di arrivare ad una soluzione.

Come leggiamo nel decreto 62 del 2017 Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato:”La valutazione ha un ruolo chiave in vista di un miglioramento degli apprendimenti in quanto documenta lo sviluppo dell’identità personale dell’alunno e dell’alunna. Inoltre promuove l’autovalutazione degli studenti in relazione alle acquisizioni di conoscenze, abilità e competenze”.

Pertanto in forma indiretta contribuisce anche all’autovalutazione dell’insegnante in chiave costruttiva e di aggiornamento professionale. Una buona gestione della vlutazione è fattore di qualità dell’insegnante e della sua stessa azione educativa e didattica. La valutazione intesa come processo di formazione ha obiettivo principe: l’apprendimento funzionale irreversibile.

Se sussiste emergenza educativa, non ce lo dicono le prove Invalsi, ma ce lo sta urlando la società, in modo inconsapevole, completamente assorbita e priva di armi di difesa, dall’uso robotizzato dei dispositivi digitali, di per sé, fonte inesauribile di conoscenza.

Mancanza di concentrazione, cannibalizzazione delle capacità cognitive ed emozionali da parte del digitale, i giovani – e meno giovani si trovano immersi in una realtà immersiva – e non parliamo del 3 D, senza un suo consapevole del mezzo.

Abbiamo tutti imparato a guidare con qualcuno accanto, ma chi aveva accanto ognuno di noi, quando ha imparato l’uso dei dispositivi digitali sempre più smart e che purtroppo, se mal gestiti, rendono l’uomo sempre meno “smart”.

La valutazione si integra con la progettazione e pertanto con la pianificazione didattica in accordo con l’intera comunità educante di cui sono partecipi docenti, studenti, personale scolastico, e, in particolare le famiglie che devono ri-conoscere il processo trans-formativo in atto e comprendere e accogliere le indicazioni scolastiche, se accettano il patto di corresponsabilità educativa con la scuola scelta per la formazione del figlio.

La valutazione è responsabilizzare, rendere consapevole i giovani del proprio essere, delle proprie conoscenze e competenze.

Immagine in copertina: Quiete dopo la tempesta di Mario Salvo

 

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Una risposta

  1. Avatar Paola Barni ha detto:

    Da ex insegnante di scuola secondaria di primo grado (scuola media, come si diceva) non posso che essere d’accordo con l’analisi fatta nell’articolo, ma mi sento di aggiungere qualcosa:
    I governi che si sono succeduti negli ultimi decenni non hanno voluto capire che il cambiamento della società aveva delle necessità impellenti in fatto di istruzione!
    L’ingresso nella scuola di nuovi alunni con altre culture e che non conoscono la lingua richiede un’attenzione da parte dei docenti ed un lavoro che non può essere svolto da un solo insegnante, ma che necessita della compresenza, di classi meno numerose, con molti sussidi,
    La contemporanea presenza in classe di alunni con bisogni speciali richiede attenzione, impegno maggiore, progettualità specifica, sensibilità!
    Come si può richiedere tutto questo ad un personale bistrattato dall’utenza che si ritiene continuamente in diritto di sindacarne l’operato, senza nessun riconoscimento meritocratico e disincentivato da un trattamento economico inadeguato !!!

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