La disfunzionalità del mondo del lavoro

La grande “famiglia” del lavoro è completamente disfunzionale, dai vertici alla base; quando mi capita di ascoltare leader politici, sindacali che discettano su “che cosa andrebbe fatto” con tale contundente convinzione e protervia, ho l’amara sensazione di assistere a uno spettacolo di fantasocietà.

Le parole scorrono con la fluidità paludosa di uno stagno artificiale. Il divario con la pratica quotidiana provoca una sorta di sprovveduto turbamento e viene da domandarsi: “Abitiamo nello stesso mondo”?

Nel frattempo scorre il tranquillo fiume del lavoro sommerso, delle finte partite iva, dei contratti parziali che fanno da schermo ad attività a tempo pieno, di qualifiche sotto dimensionate così che il livello rimanga sempre inferiore rispetto alle mansioni effettivamente svolte, contratti a tempo determinato che si replicano finché la “natura giuridica” lo permette, per poi arrestarsi per sempre.

Un intricato castello di sabbia in cui il lavoratore si sente grato di tali condizioni, vivendo nella insostenibile precarietà di una totale assenza di progetto, rifiutando eventuali sostegni che lo potrebbero portare a condizioni di vita più dignitose.

E sì, perché la dignità inizia anche dal ri-conoscimento socio-giuridico di un contratto veritiero che sancisce i diritti e i doveri di una persona inserita in un contesto visibile e trasparente.  “Finalmente posso dire- sono stanca, questo fine settimana mi riposo, con la tranquillità di avere un lavoro che mi protegge, che mi fa sentire parte di una collettività in movimento, non un corpo estraneo che cerca, malamente, di inserirsi in un organismo che la rigetta”, mi confida una persona appena inserita contrattualmente in una realtà aziendale.

“Come facciamo a portare avanti contratti regolari con il costo del lavoro così altro?” Mantra dei datori di lavoro a cui decisori politici di ogni colore tentano di rispondere; e in effetti il costo del lavoro è decisamente alto, ma questo circolo vizioso da cui non si esce, alla lunga sta portando l’economia reale e le condizioni sociali a un vicolo cieco, a una privazione di scenari e di prospettive che danneggia tutti, che blocca il respiro di milioni di persone e offusca l’intero paese.

Una ri-presa socio-economica e culturale deve avere una prospettiva, un orizzonte; il ventaglio delle tipologie contrattuali è particolarmente esteso e, forse, se applicati in modo adeguato potrebbero offrire soluzioni più sostenibili sia per i datori di lavoro che per i lavoratori, unica formula per condizioni di lavoro che diano dignità alla persona.

La soddisfazione lavorativa rappresenta uno dei pilastri sociali, è la base per la costruzione di un progetto di vita; è forse utopistico pensare che siamo ancora in tempo? Che possiamo davvero cambiare rotta anche attraverso piccole manovre? Appena due anni fa, in piena pandemia, chiusi nelle nostre case, sgomenti e ignari di che cosa stesse accadendo, ci ripetevamo “saremo migliori”. Ci possiamo provare?

 

Immagine pixabay

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