Dieci anni dopo la prima verità per Giulio Regeni

I tre agenti dei servizi segreti egiziani accusati del sequestro e della morte di Giulio Regeni — il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed — sono stati condannati a 10 anni di reclusione dalla prima Corte d’Assise di Roma. I giudici hanno riconosciuto soltanto la colpa del sequestro del ricercatore, avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016 e le torture inflittagli, mentre è caduta l’accusa di omicidio. Il quarto imputato, Tariq Sabir, è stato invece assolto.

Per i tre agenti segreti era stato chiesto l’ergastolo dal procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, il quale ha commentato la sentenza affermando che, sebbene le condanne non siano state inflitte per tutti i reati contestati, “di sicuro sono state condanne comminate per un’attività che era stata posta in essere da rappresentanti dello Stato egiziano. Si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante quella che possiamo tranquillamente definire una cooperazione non particolarmente proficua da parte delle autorità egiziane”.

“Ciò di cui siamo particolarmente soddisfatti — ha sottolineato Lo Voi — sono due cose che siamo riusciti a fare: per prima cosa averlo tirato fuori da quella sorta di pantano in cui era andato a finire, perché si rischiava di non poter procedere, ma siamo riusciti poi, chiamando in causa anche la Corte Costituzionale, a ottenere la possibilità di procedere. Poi, soprattutto, aver potuto condurre un processo davanti a una Corte d’Assise autonoma e indipendente, in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati dai difensori d’ufficio, che hanno potuto svolgere il loro compito, così come i difensori di parte civile. Questi due elementi sono particolarmente importanti. Il singolo risultato, tre condanne su quattro imputati, ci fa ritenere che il lavoro svolto sia stato decisamente positivo e fruttuoso, e di questo ringrazio il collega Colaiocco che si occupa di questo caso da tanti anni”.

La Corte d’Assise — che ha svolto il procedimento in contumacia per l’impossibilità di consegnare le notifiche agli imputati — ha assegnato una provvisionale esecutiva immediata a carico dei condannati di 200mila euro a testa per la madre e il padre di Giulio Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro per la Presidenza del Consiglio dei ministri. I tre agenti sono stati condannati anche al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a favore della famiglia Regeni e della Presidenza del Consiglio, da stabilirsi in sede civile.

Esattamente dopo 10 anni è stata scritta la prima verità processuale sulla morte di Giulio Regeni, il quale si trovava in Egitto per completare un dottorato dell’Università di Cambridge quando fu sequestrato, torturato e infine ritrovato morto su una strada alla periferia del Cairo il 3 febbraio 2016.

L’avvocata Alessandra Ballerini, legale di parte civile dei genitori di Regeni, ha ricordato come in“ pochi avrebbero scommesso sul fatto che saremmo arrivati a un processo e poi a una sentenza” e ha ripercorso il “faticosissimo percorso a ostacoli, in salita”, accusando il regime egiziano di aver ostacolato la ricerca della verità. “Tutto quello che il regime egiziano poteva mettere in campo per impedire questo processo lo ha fatto”, ha ribadito l’avvocata, mettendo l’accento sul coraggio e sulla resistenza della famiglia Regeni. Se oggi i diritti di tutti «valgono un po’ di più, ha concluso, è merito loro.

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