Ricerca di frontiera. Il paradosso italiano

La ricerca di frontiera è una nuova concezione di indagine scientifica. Si tratta, spiega il *glossario del MIUR, di “lavori sperimentali o teorici svolti per acquisire nuove conoscenze sui fondamenti di fenomeni e di fatti osservabili, indipendentemente dalla previsione di applicazioni o utilizzazioni pratiche dirette” Viene anche definita anche ricerca “guidata dalla curiosità (curiosity driven o knowledge driven). Necessita di strutture e di accesso a infrastrutture (centri di calcolo, banche dati, archivi, grandi strumenti per l’osservazione e la sperimentazione)”.

Considerata fondamentale per il futuro di molti settori ci crede profondamente l’Unione Europea che finanza gli scienziati di eccellenza – di qualsiasi età e nazionalità degli Stati membri o dei paesi associati che vi ci si dedicano – attraverso l’ERC (European Research Council), il cui bilancio complessivo per il periodo 2021 – 2027 (con bandi nell’ambito del programma Horizon) ammonta a 16 miliardi di euro.

L’Italia, secondo i dati forniti dal Consiglio Europeo della Ricerca, è seconda nella graduatoria dei 397 ricercatori provenienti da 45 Paesi che hanno vinto l’ultimo bando ERC. La classifica, infatti, vede 67 scienziati tedeschi, 58 italiani, 44 francesi e 27 olandesi.

Ma c’è un paradosso, gli scienziati sono sì italiani ma la sovvenzione europea vinta la impiegano in progetti che sviluppano all’estero. I vincitori ERC nel nostro Paese sono una minoranza, anche per colpa delle limitate risorse e prospettive di lavoro che spinge il futuro scienziato, già da studente, a svolgere il dottorato e/o il master all’estero, dove poi rimane a lavorare. Poi rientrare nelle università e/o enti in Italia, anche con la sovvenzione europea, non è un percorso facile.   Il risultato è un aggravio per tutta la scienza italiana impoverita degli strumenti e del suo capitale umano.

Un paradosso identificato e messo in evidenza da 4 ricercatori vincitori italiani dell’ERC in un articolo pubblicato su Nature, gli stessi che, con l’intenzione di “invertire la tendenza”, hanno creato l’Associazione ERC in Italy. The next generation of ERC awardees in Italy.

Per “reclutare quanti più vincitori italiani e beneficiari ERC con sede in Italia possibile”, questa associazione non profit è stata avviata da Francesco Pasqualini (Università di Pavia), Paolo Decuzzi (Istituto Italiano di Tecnologia – IIT di Genova) Manuela Raimondi (Politecnico di Milano) e poche decine di colleghi di “premiati ERC del passato”, come amano definirsi.

Con iniziative ed eventi per “promuovere la ricerca fondamentale e di frontiera in Italia” per diffondere le pratiche migliori per supportare la promozione di strumenti e iniziative di ricerca e, (nomen omen),“forgiare la prossima generazione di premiati ERC in Italia”, l’Associazione a distanza di poco più di un anno dalla fondazione, conta già 196 membri.

Prossimo evento di ERC Italy, il 4 novembre 2022, a Roma, il convegno ERC 2007 – 2037 – Strategie per la ricerca di frontiera.

Gli interessati possono consultare il sito ERCItaly e il relativo profilo Twitter @ERCinitaly 

*Glossario: miur.it 

 

La ricercatrice Manuela Raimondi (Politecnico di Milano) tra i fondatori dell’Associazione no profit ERC Italy, creata per rafforzare l’indagine scientifica italiana e favorire la prossima generazione

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