Per mio fratello, per il mondo intero

Fiumicello, abitazione della famiglia Regeni

Fiumicello, abitazione della famiglia Regeni

“Appendete striscioni, condividete le foto, per mio fratello, per Giulio Regeni, per il mondo intero”. Così scrive Irene Regeni, sorella di Giulio sul suo profilo Facebook, il 22 febbraio 2016 e pubblica una fotografia del balcone della abitazione di famiglia, dove sventola lo striscione con la scritta “Verità per Giulio”.

Il 25 febbraio 2016, ad un mese dalla scomparsa del giovane ricercatore Giulio Regeni, si è svolto davanti all’ambasciata egiziana a Roma il sit-in Verità e Giustizia per Giulio Regeni” per chiedere al governo egiziano la totale sincerità sulla sorte di Regeni.

La manifestazione ha riunito circa duecento persone che hanno reclamato a gran voce giustizia e verità senza se e senza ma, e uniti ad Amnesty International Italia, hanno  lanciando l’appello a tutta la cittadinanza a mantenere alta l’attenzione  sul caso Regeni, affinché le autorità italiane non facciano un passo indietro dalla loro attuale posizione, ferma e decisa nella ricerca di notizie certe e attendibili e nel rifiuto delle false piste, fino ad ora fornite.

Il 23 febbraio 2016, nel corso del question time alla Camera, Paolo Gentiloni, Ministro degli esteri, ha dichiarato: “ Gli agenti italiani impegnati al Cairo nelle indagini sulla morte di Giulio Regeni devono avere accesso a tutti i documenti filmati e sonori, ai referti medici a tutti gli atti del processo nelle mani della procura di Giza”.  “Lo dobbiamo” ha continuato il Ministro “alla famiglia Regeni e alla dignità del nostro paese”.

I tentativi di depistaggio

Da quando è stato trovato il cadavere di Giulio Regeni, infatti, le informazioni che giungono dall’Egitto sulla sua scomparsa, sono scarse e frammentarie, le ricostruzioni sulle dinamiche del rapimento e del decesso e sulla figura dello stesso Regeni sono inaccettabili, come molti non esitano a giudicarle, con il chiaro obiettivo di depistaggio.

Il Cairo ha parlato d’incidente stradale, omicidio per mano dei Fratelli Musulmani, per ultimo in ordine cronologico, di omicidio per vendetta causata da motivi personali. Lo stesso Giulio Regni è stato accusato di essere una spia, (accusa categoricamente smentita dal Copasir) per la sua collaborazione di ricerca e editoriale alla Oxford Anatolica e di un suo coinvolgimento con la droga, subitamente smentito dai patologi che hanno effettuato gli esami tossicologici sui resti del ricercatore.

Giulio Regeni

Giulio Regeni

Giulio Regeni era nato a Fiumicello in provincia di Udine vent’otto anni fa. Per seguire i suoi studi aveva lasciato l’Italia fin dall’adolescenza, trasferendosi prima in Nord America, quindi in Gran Bretagna. Laureatosi in Scienze Politiche era dottorando al Dipartimento di Politiche e Studi Internazionali presso la Cambridge University.  Al momento della sua scomparsa era al Cairo per le ricerche alla preparazione della sua tesi in economia egiziana.

Rapito il 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana, il suo corpo senza vita è ritrovato il 3 febbraio 2016, ai margini dell’autostrada che collega Il Cairo con Alessandria. Le autorità locali avanzano da subito l’ipotesi che il decesso sia avvenuto per incidente stradale, nonostante non ci siano tracce di frammenti di vetri, frenate, sangue, eventuali ripuliture del luogo.  Sottoposti a una prima autopsia in Egitto, i resti del giovane ricercatore rilevano segni di tortura, segni che saranno confermati dalla successiva autopsia compiuta in Italia.

“Quel corpo ha una firma, la firma della tortura di stato” ha dichiarato il portavoce di Amnesty International Italia, “e noi vogliamo sapere chi ha ordinato quella firma. Chi quella firma l’ha messa. Non accetteremo nessuna verità di comodo”.

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