Misoginia. Per il Regno Unito potrebbe essere reato d’odio

Misoginia: atteggiamento di avversione contro la donna (misogino: persona che prova  repulsione patologica verso la donna), come spiega il vocabolario della Treccani, e che presto potrebbe essere considerato per legge reato d’odio. Almeno è quel che persegue il governo britannico, in procinto di compiere una revisione completa sui reati d’odio, come annunciato dal ministro della Giustizia, Lucy Frazer, del governo del Regno Unito, sollecitata dai molteplici messaggi ricevuti dalle associazioni che si occupano dei diritti civili e umani come Citizen Uk, in prima linea con le associazioni dei diritti razziali e di genere. Al tal proposito la laburista Stella Creasy, leader dei diritti delle donne, ha presentato un emendamento che prevede fino a 2 anni di carcere per il reato di misoginia.

In realtà il dibattito sulla misoginia intesa come reato ferve in Europa da anni, ma sono stati i cittadini dell’inglese Nottingham, con l’associazione Nottingham Women’s Center, a portare avanti l’istanza, promuovendo un’incisiva campagna fino a ottenere che la polizia del Nottinghamshire registrasse gli atti di misoginia come reati d’odio.  Primo corpo d’ordine europeo, l’esempio di Nottingham è stato seguito poi da Manchester e altre città del Regno Unito.

D’altronde la prima volta che la misoginia è stata menzionata in sede giuridica è stata esattamente 10 anni fa, quando proprio la Gran Bretagna diede asilo a un gruppo di attiviste iraniane, fuggite dal loro Paese per aver chiesto pari diritti per le donne, al tempo un reato grave per lo stato teocratico iraniano che lo condannava con anni di carcere fino alla pena di morte.  Lo stato di rifugiate alle giovani donne fu riconosciuto tale per cause legate alla persecuzione per motivi misogini.

In Italia

In Italia, come del resto in tutta l’Unione Europea, il reato specifico di misoginia non esiste ma rientra nell’ambito delle discriminazioni regolate dalla Legge 205/1993 che condanna ogni comportamento “che comporti una distinzione esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose, e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico-economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”. Una legge, dunque, che non fa riferimento esplicito ai reati e alle violenze di genere.

Eppure soltanto nel 2014 la psicanalista Marina Valcarenghi raccontava sul Il Fatto Quotidiano che nel corso di un convegno di psicanalisi “un esponente istituzionale della categoria” aveva dichiarato come   “il costante aumento delle donne psicologhe ridurrà inevitabilmente la nostra materia all’accudimento, al sostegno e all’orientamento, a scapito della ricerca e della dimensione scientifica”.
Commentava Marina Valcarenghi: “ Fantastico esempio di come la misoginia abbia cambiato forma adattandosi al presente”; si accetta che la donna non sia più chiusa in casa  “ma si constata non senza amarezza l’inevitabile degrado delle professioni intellettuali nella misura in cui finiscono in mani femminili”.

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