L’Italia e lo sviluppo sostenibile. Ripartiamo dall’acqua

Il 22 marzo ricorre la Giornata mondiale dell’acqua. istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, a seguito delle risoluzioni del Summit della Terra di Rio de Janeiro; a questa giornata è affidato il compito di ricordare l’ indispensabilità di questa risorsa naturale per la vita umana e della Terra.

Il 6° obiettivo dell’Agenda dello Sviluppo Sostenibile 2030 si prefigge di “garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie”. Una disponibilità che – si stenta a credere – in Italia è carente. Ad esempio i rubinetti delle abitazioni di alcune parti della Penisola, sopratutto in Sicilia, restano a secco. Non dipende dalla scarsità dell’acqua ma dalla gestione della risorsa.

Per l’Istat, nel rapporto 2018-19 in cui ha fornito gli indicatori statistici per la definizione dell’Agenda 2030, le perdite della rete idrica sono circa 44 metri cubi al giorno, il 37,3% del volume di acqua immesso nelle reti dei capoluoghi non raggiunge gli utenti a causa delle dispersioni della rete e 12 comuni sono stati costretti a razionare la distribuzione dell’acqua.

In Sicilia in alcune città si raggiunge il 75% di spreco della risorsa e sono 5, dei 12 comuni citati, a subire una riduzione del servizio.

A peggiorare la situazione è anche la quantità dei volumi di acqua erogata. Se a Milano, Isernia, Cosenza, L’Aquila, Pavia Brescia e Venezia i volumi erogati superano i 300 litri quotidiani per abitante, per Agrigento, Caltanisetta, Barletta e Arezzo si registrano quantitativi inferiori ai 150 litri per abitante; Trapani, Palermo, Enna e Messina si attestano su 181 litri; migliora la situazione a Catania, Ragusa e Siracusa, dove i volumi erogati oscillano tra i 216 ai 245 litri per abitante.

Oltre le condizioni delle infrastrutture, anche le caratteristiche socio-economiche giocano la loro parte.
La dispersione dell’acqua immessa in rete ha notevoli ripercussioni finanziarie e ambientali, considerando un altro fattore sconcertante: nel 2018 in Italia si registrano ancora comuni privi del servizio di rete fognaria pubblica: “Più della metà di questi comuni sono in Sicilia – riporta l’Istat – in particolare nella provincia di Catania, dove 22 comuni sul totale complessivo provinciale di 55 non usufruiscono del servizio di fognatura comunale”.

In alcuni di questi comuni la rete fognaria è stata costruita ma non è stata ancora collegata a un depuratore. E come si organizzano i circa 400mila residenti che si trovano in questa condizione? Ogni edificio è dotato di sistemi autonomi di smaltimento dei reflui, ad esempio, specifica il rapporto “di fosse Imhoff, pozzi a tenuta, fosse settiche”.

La proprietà della rete idrica italiana è interamente pubblica ed è vietata la cessione a soggetti privati (anche con capitale interamente pubblico), ma la sua gestione può essere affidata a soggetti privati. Secondo Utilitalia (federazione di aziende pubbliche e private che operano nei servizi pubblici) il 97% della popolazione italiana è servita da soggetti pubblici o in maggioranza pubblici; il 3% è servita da soggetti interamente pubblici o in maggioranza pubblici”.

Non stupisce che le famiglie del Sud spesso lamentano irregolarità nell’erogazione del servizio idrico e ancora meno stupisce che siano loro i più resistenti al consiglio “di bere l’acqua del rubinetto”, invece di quella imbottigliata. Troppe criticità per l’approvvigionamento, nella gestione e nel controllo  creano sfiducia e portano non solo il Sud, ma tutta l’Italia, nonostante la sua ricchezza acqua, a essere il primo consumatore d’Europa, dell’acqua minerale in bottiglia.

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