Cina. Dal figlio unico alla tratta delle mogli

One Child Nation, il documentario delle cinesi Jialing Zhang e Nanfu Wang – di produzione statunitense – concorre per la candidatura all’Oscar 2020.  Le autrici, con la raccolta di testimonianze di ostetriche, funzionari statali, giornalisti e artisti,   indagano e ci restituiscono le nefaste conseguenze della legge della pianificazione familiare cinese che ha portato alla costrizione del figlio unico dal 1979 al 2015 (inserita nella Costituzione nel 1982).

Se le coppie potevano avere solo un figlio, questo, per la cultura dominante, doveva essere maschio. Destino segnato per le primogenite soprattutto nelle zone rurali. Lo rivela l’autrice Nanfu Wang, nel documentario anche in veste di protagonista, testimone naturale fin dal proprio nome: Nan in cinese significa uomo. Nata nel 1985, nel pieno della politica del figlio unico, scoprire il suo sesso fu per la famiglia una tragedia.

Norma controversa fuori dalla Cina, considerata un abuso ai diritti umani, quando la legge  entrò in vigore la Cina registrava un incremento demografico di 30 milioni di nascite annue. Secondo il Governo la legge sul figlio unico ha evitato che la popolazione cinese attuale raggiungesse 1,7 miliardi, ha contribuito allo sviluppo del Paese e ha permesso a milioni di cinesi di superare lo stato di povertà.

In realtà il regolamento del figlio unico ha provocato conseguenze crudeli destinate a durare nel tempo e con ricadute per molti Paesi asiatici. Secondo Simone Pieranni – giornalista de Il Manifesto e autore del libro Il nuovo sogno cinese – le donne erano costrette ad aborti forzati e sterilizzazioni mentre le figlie primogenite venivano vendute, quando non soppresse. I controlli erano severi e spesso erano gli stessi funzionari di Stato che sequestravano le bambine, se seconde figlie, affidandole a orfanatrofi che gestivano le adozioni internazionali.

Questo è quanto è accaduto nel passato. Il presente è ancora più fosco. La legge sul figlio unico ha provocato nella società cinese uno sbilanciamento di genere: oggi ci sono tra i 20 ai 30 milioni di uomini che non riescono a trovare una moglie e la cercano, con la forza e illegalmente nei Paesi vicini.

L’inchiesta del Pakistan sulla tratta delle mogli

Nel Pakistan un’inchiesta del maggio 2019 ha portato alla luce un traffico di donne verso la Cina: ragazze e giovani donne – dai 15 ai 29 anni – in maggioranza di religione cristiana – una minoranza di appena il 2%, quindi vulnerabile, in un Paese a maggioranza islamico – sono vendute dalla famiglia, la quale riceve promesse che le figlie una volta in Cina andranno in sposa a uomini facoltosi in grado di assicurare loro una vita migliore. Promesse non mantenute: nel corso dell’inchiesta sono emerse delle testimonianze di giovani donne vendute che una volta in Cina hanno subito abusi e violenze e che hanno difficoltà a tornare nel Pakistan.

La vendita avviene attraverso agenzie illegali formate da cinesi con complici del Pakistan che procaccia le ragazze vendute ad un costo che varia dai 60 ai 70mila euro, ma apprendiamo ancora da Simone Pieranni intervistato da Radio Rai 3, alla famiglia va una piccola parte del ricavato.

Nel settembre 2019, riporta l’Avvenire.it, la stampa locale ha dato ampio spazio all’inchiesta, pubblicando il rapporto redatto dell’Agenzia investigativa che aveva portato sul banco degli imputati 52 cittadini cinesi e 20 pakistani accusati “di aver organizzato un traffico di essere umani finalizzato al matrimonio in Cina”.   In totale l’inchiesta ha individuato 629 donne pakistane vittime della “tratta delle mogli” verso la Cina tra il gennaio 2018 e l’aprile 2019.

Ma nel giro di pochi mesi la situazione è cambiata e si cerca una via per far passare sottotraccia il grave fenomeno: il Governo pakistano, per non compromettere i rapporti commerciali stretti con la Cina, ha esercitato ed esercita severe pressioni verso gli inquirenti e verso le donne affinché ritrattino la deposizione.

La tratta continua non solo in Pakistan

La tratta continua, c’informa l’Avvenire.it, un “traffico lucroso” confermato dalla polizia pakistana attraverso la voce di un “alto funzionario di polizia esperto della tratta di essere umani in Pakistan”, contattato dall’I-Associated Press che ha scelto l’anonimato per timore delle ritorsioni ma che ha confermato come “molte delle donne ascoltate durante le indagini, sono state sottoposte a trattamenti per la fertilità, ad abusi e, in alcuni casi costrette a prostituirsi, mentre in un caso sarebbe emerso un prelievo di organi”.

Ad occuparsi della tratta delle mogli rimangono le Associazioni umanitarie come Amnesty International e Human Rights Watch che segnala come il fenomeno non riguarda soltanto il Pakistan, ma investe i Paesi limitrofi che hanno stretto con la Cina importanti rapporti commerciali come il Myanmar, la Cambogia, la Corea del Nord e il Vietnam.

 

Fotografie dall’alto verso il basso: 1) Locandina del documentario ‘One Child Nation’; 2) Pakistan, donne cristiane, in un momento di preghiera; 3) immagine tratta da Human Rights Watch  

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