Tao Ching. Fai col non fare

Trasfondere in poche note l’essenza del taoismo classico, tralasciando gli storici epigoni dell’ alchimia e della taumaturgia, è un compito arduo; tuttavia cercherò di offrirne  un generale disegno in termini non tecnici.

Il Tao è innanzitutto un concetto filosofico, e proprio per questo altamente concreto, indicante la “via”, il “sentiero” che sottende l’intera realtà, chiave interpretativa unica e privilegiata del processo del divenire su cui l’intera speculazione taoista si incentra.

Il Tao prima di Dio e delle diecimila cose

Secondo il Tao te Ching, esso è prima di Dio (ma in realtà riguardo a Dio il testo non indugia, non possedendo, inoltre, il pensiero orientale  l’idea di un Dio personale, eredità della concezione giudaico-cristiana) e prima delle “diecimila cose” (una locuzione intesa ad esprimere la totalità degli elementi dell’universo).

Poiché esso pare situarsi al di là della consueta dualità di essere e non essere, il Tao non può essere verbalmente espresso (“non se ne può parlare” afferma il testo) e racchiuso in schemi linguistici definitori, classificatori e pertanto discriminanti. 

Tao e il Dio espresso dai mistici

Con tale realtà ovviamente siamo di fronte in un certo modo al Dio espresso dai mistici, nella cui prospettiva l’ineffabilità di Dio acquista una valenza fondamentale.

Pur essendo infatti l’ineffabilità di Dio riconosciuta da ogni teologia, il misticismo la eleva ad elemento determinante e qualificatore della propria esperienza, giacché comune a tale corrente si rivela essere il concetto che, dal momento che Dio in sé non può essere conosciuto nella sua essenza, nondimeno, seppur imperfettamente, Egli può essere richiamato dall’idea del nulla (Dio essendo in tutte le cose é tutto e nulla contemporaneamente).

Questa prospettiva può in certo qual modo essere applicata alla comprensione del Tao, il quale assolutamente non è una figura personale (come Jahvé, il Dio della tradizione ebraica ), ma pur tuttavia si configura quale motore unico della natura e del suo divenire.

Non solo sorregge tutte le cose dell’universo, ma le guida e dirige “senza sforzo” secondo l’alternarsi di movimenti opposti e simultaneamente correlati, che costituiscono ciò che solitamente viene qualificato Yin e Yang, indicanti la connessione e reciproca assoluta dipendenza dei contrari, siano essi di natura fisica (i fenomeni appunto naturali) che storica (l’andamento delle vicende umane e storiche nella sua ampiezza).

Aspetti “pratici” del taoismo. Fai col non fare.

Per ciò che riguarda gli aspetti pratici del taoismo ( l’aggettivo “pratico” è qui da intendersi quale teoria del comportamento e dell’agire), quanto ne consegue si profila quale diretta conseguenza dei suoi presupposti filosofici.

Principio cardine della prassi taoista è il wu wei, letteralmente il “non fare”, il cui messaggio risulta paradigmaticamente racchiuso nella seguente sentenza ove la naturalità del procedere del Tao (“il non sforzo”) trova la sua concreta applicazione: Fai col non fare/agisci col non agire/permetti all’ordine di sorgere da solo.

Da tale concezione (variamente espressa all’interno del Tao te Ching) si origina l’invito ad accompagnare il corso delle cose, a non contrastarle, inserendosi proficuamente in esse, poiché soltanto l’adattamento al ritmo del tempo, l’intelligenza (intus legere in latino, insight into in inglese) delle potenzialità in esso racchiuse, ma svelate in nuce, consentono all’uomo di condursi saggiamente.

A mio avviso, è in ciò che risiede la chiave per comprendere l’idea di spontaneità che, rintracciabile nella tradizione classica taoista, risulta per lo più fraintesa e pertanto identificata, per quanto concerne la dimensione umana, con l’esaltazione del temperamento individuale e del movimento che immediatamente ne scaturisce quale guida dell’azione.

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