La vittoria di Shiro Ito infrange il tabù giapponese sulla violenza sessuale

Shiro Ito, la giornalista giapponese che nel 2017 aveva avuto il coraggio di denunciare la violenza sessuale subita dal potente collega, Noriyuki Yamaguchi – amico del premier nipponico Shinzo Abe – contro tutto e contro tutti, ha vinto la causa civile.

Nel dicembre 2019 un tribunale di Tokyo ha dichiarato Yamaguchi colpevole e l’ha condannato a risarcire Shiro Ito con 3,3 milioni di yen (corrispondenti a circa 36mila euro) oltre  alle tasse aggiuntive.  Il tribunale, inoltre, ha respinto la causa con la quale Yamaguchi pretendeva un risarcimento di 130 milioni di yen, sostenendo che Ito oltre ad essere stata consenziente, con le sue accuse di violenza sessuale gli aveva danneggiato la reputazione.

Come riporta il giornale japantimes.co.jp, la Corte ha accettato il resoconto dei fatti di Ito, rivelandone la coerenza e l’obiettività e aggiungendo che la giovane donna non aveva motivi per mentire.  Nella sentenza, riporta il britannico The telegraph, si legge che la vittima è stata “costretta a fare sesso senza contraccezione, mentre era in uno stato d’incoscienza e grave ebbrezza”.  E che nonostante siano trascorsi anni dall’accaduto   “continua a soffrire di flashback e attacchi di panico”.

“È stato un lungo viaggio.  Ma credo che anche questi piccoli passi possano portare a grandi cambiamenti – ha dichiarato Shiro Ito  –  Spero che la sentenza diventi una pietra miliare nel processo verso i cambiamenti.”

Effettivamente dalla violenza subita nel 2015 alla sentenza dello scorso dicembre, la giornalista giapponese ha percorso un lungo, faticoso e sofferto viaggio: ha dovuto superare gli ostacoli posti sia dalla peculiarità della cultura nipponica – ancora caratterizzata dal senso della vergogna e dai tabù, sia dalla potenza dell’uomo che accusava.

Dopo aver visto respinta la procedura giudiziale in ambito penale, isolata, quasi ignorata dalla stampa locale, come abbanews.eu riportò nel 2017, le andò incontro il Circolo della Stampa Estera in Giappone, il Foreigncorrespondent Club, che accolse Shiro Ito e le diede voce. Approfittando poi dell’importanza che andava assumendo in quei giorni il movimento – di respiro globale #Metoo (fondato da alcune attrici statunitensi contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein reo di abusi sessuali) – venne pubblicato il libro Black Box, dove la giornalista raccontava la violenza subita. L’iniziativa del Circolo della stampa estera ha dato eco internazionale alla vicenda e l’interesse del mondo potrebbe aver contribuito a cambiare la situazione nipponica in ambito giuridico. Proprio nel 2017, infatti, il Giappone ha riformato la legislazione del 1907, aumentando i termini minimi di reclusione per gli stupratori (dai 3 ai 5 anni), ampliando la definizione di vittime di violenza sessuale (includendo anche le aggressioni nei confronti degli uomini) e prevedendo la procedura d’ufficio: proprio perché precedentemente procedendo su denuncia, solo il 4% delle donne violentate si rivolge alla giustizia.

Anche l’imputato riconosciuto colpevole, Noriyuki Yamaguchi, deciso a ricorrere in appello ha dichiarato che i giudici sono stati influenzati dall’eco internazionale.

Una vittoria clamorosa, quella di Shiro Ito –  anche se in prima istanza e in ambito civile –  come ha riconosciuto anche la stampa giapponese e che apre un nuovo sbocco a favore della parità di genere in Giappone, dove le donne combattono quotidianamente anche per abbattere l’obbligo di indossare i tacchi alti (vietate le sneakers) e di non poter mettere gli occhiali sul posto di lavoro.

L’ultimo rapporto sul divario di genere redatto dal World Economic Forum pone il Giappone al 110° posto su 149 Paesi.

 

 

Foto dall’alto: 1) Shiro Ito; 2) Noriyuki Yamaguchi 

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