Il diritto di opporsi, dove la legge non è uguale per tutti

Negli Usa la legge è uguale per tutti? “No” risponde secco l’avvocato afroamericano Bryan Stevenson “Non è applicata per tutti allo stesso modo”. Dipende, piuttosto, dalla qualità o meno dell’assistenza legale, quindi dalle possibilità economiche dell’imputato. E, considerando che stiamo parlando di uno dei Paesi (unico in occidente) in cui è ancora prevista la pena di morte, la faccenda si fa oltremodo delicata e grave. Infatti, secondo le statistiche che Stevenson fornisce “ogni 9 condannati a morte uno deriva da un giudizio scorretto”.

Bryan Stevenson sa bene di cosa sta parlando. Sono 30 anni che con la sua organizzazione no profit Equal Justice  Initiative – con sede a Montgomery (Alabama) – combatte le ingiustizie a fianco  dei più deboli e vulnerabili, offrendo loro assistenza legale se li attende un processo. Finora Equal Justice è riuscita ad evitare la condanna morte (ingiusta) a circa 100 persone, tra le quali a Walter McMillian, afroamericano condannato alla sedia elettrica per un omicidio di una ragazza bianca che non aveva commesso.

Bryan Stevenson ha impiegato anni per dimostrare l’innocenza di McMillian, nonostante tutte le trascrizioni degli interrogatori e gli elementi raccolti escludevano il coinvolgimento dell’imputato nell’omicidio. Le prove, insomma, non c’erano. E questo aveva portato Stevenson a credere che si sarebbe trattato di un caso facile, che sarebbe bastato riferire con chiarezza alle autorità quello che le carte già dicevano chiaramente. Invece non è stato così e racconta Stevenson che “ci sono stati momenti in cui ha temuto di non riuscire a salvare McMillian.Ho incontrato molta resistenza. C’era molta rabbia intorno e nessuno voleva la sua libertà”.

Salvare questo giovane innocente dalla pena di morte si è dimostrata un’impresa epica ma esemplare. E tra le tante storie vissute e riportate da Stevenson nel libro – best seller negli Usa – Just Mercy: A story of justice and redemption,  diventato nell’edizione italiana Il diritto di opporsi – tradotto da Michele Zurlo e pubblicato da Fazi editore – con tutti gli stilemi dell’ingiustizia economica e razziale, è quella che spicca tanto da essere stata trasferita nel film dal titolo omonimo interpretato da Michael B. Jordan, Jamie Foxx e Brie Larson, con la regia di   Destin Daniel Cretton.

Il film rispecchia pienamente il pensiero e il racconto di Stevenson che, come il libro, è sia la denuncia della prevaricazione a sfondo razziale  sia la denuncia contro la pena di morte.

Stevenson è totalmente contrario alla pena capitale: per etica e per sfiducia nel sistema statunitense.  “Dovrebbe essere abolita” afferma perché “non ha senso punire un omicidio attraverso la morte” né tantomeno “si può cancellare la esistenza di una vita negandogli la possibilità di redimersi”. E inoltre “il sistema non è in grado di gestirla.  Gli errori giudiziari sono troppi”.

La storia di Il diritto di opporsi è accaduta alla fine degli anni Ottanta, ma da allora, per il nostro avvocato “i problemi sono sempre gli stessi”. E si riferisce anche alla situazione penitenziaria, dove il “sovraffollamento è oggi molto alto. Le condizioni dei detenuti sono pessime soprattutto nell’America profonda” dove regna la violenza in tutte le sue forme e “non c’è assistenza per chi soffre di serie malattie mentali”.

Torna la discriminazione sociale e razziale. Stevenson si è laureato ad Harvard ma  ricorda ancora l’umiliazione di quando i neri non potevano frequentare le scuole dei bianchi – ritiene che “c’è ancora molto da fare” per superare “un’eredità tremenda”, quella della segregazione razziale nata negli Usa “con la schiavitù dei neri e il massacro dei nativi”.

 

Immagini dall’alto: 1) Bryan Stevenson; 2) scena dal film ‘Il diritto di opporsi’, da sinistra gli attori Michael B. Jordan e Jamie Foxx 

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