Libano. La rivoluzione che sconfigge la paura e libera l’espressione artistica

Sono giorni ormai che i giovani del Libano scendono in piazza per protestare contro il Governo e la sua corruzione. Da ottobre 2019 i cittadini si mobilitano: chiedono una risoluzione per la crisi economica e politica.  Mentre scriviamo, il 19 novembre 2019, le agenzie internazionali riportano di migliaia di manifestanti affluiti nel centro di Beirut per contestare la seduta parlamentare riunitasi per discutere e approvare una legge per l’amnistia nei confronti di crimini comuni e finanziari.  Molti le voci che profilano una rivoluzione all’orizzonte.

Di rivoluzione, senza mezzi termini parla l’artista- fotografo Omar Sfeir, riferendosi all’opera dei 2 amanti che si baciano coperti con la bandiera del Libano, ispirata a una dei più famosi quadri di Magritte. L’immagine è diventata il simbolo di questa nuova stagione di protesta.

“In questi giorni nessuno può fermare l’espressione del mio pensiero e sentimento. È il momento di esprimersi senza paura né restrizioni. È la bellezza della rivoluzione – dice l’artista – il Libano non ha più paura di parlare ”.

Sfeir è uno degli 11 artisti che espongono le proprie opere in un edificio chiamato l’Uovo, abbandonato dai tempi della guerra civile del Libano del 1975, oggi uno dei centri dell’attuale grande protesta, la più forte dai tempi della Rivoluzione del Cedro del 2005  che riuscì a liberare il territorio dall’ingerenza delle truppe – e dell’influenza – siriane.

“Il passato e il presente s’incontrano” afferma l’artista libanese riferendosi all’immagine simbolo e che ha diffuso attraverso i social network. E facendo riferimento ai 2 edifici innalzati nel centro di Beirut ma mai portati a termine, e per questo assurti a simbolo, ormai monumenti. Uno è appunto l’Uovo l’altro il Gran Teatro, oggi vissuti dai cittadini come vive testimonianze della propria storia, di ieri e di oggi. Costruzioni che “erano nascoste, alle quali non avevamo accesso, che non conoscevamo fino a che non abbiamo aperto le loro porte – racconta Sfeir – e li abbiamo convertiti in spazi, dove poter comunicare”.

Il Gran Teatro, che sorge accanto alla sede del primo ministro, è stato chiuso dalle autorità dopo i primi giorni delle manifestazioni. L’Uovo invece è rimasto aperto e dall’inizio delle proteste (il 17 ottobre 2019) è un via vai di persone, luogo di discussione,  di libera espressione libera artistica e verbale.

Nelle proteste contro il governo e la corruzione che hanno portato il Libano al collasso economico “c’è molta bellezza, rabbia, paura e felicità” un groviglio di sentimenti difficile da esprimere. Per questo la scelta è caduta sulla fotografia dei 2 amanti, che vuole rappresentare l’unione dei libanesi, un Paese che dalla fine della guerra del 1990 non riesce a trovare la tranquillità di una normale quotidianità, a cause delle tensioni provocate  dalle diverse confessioni religiose riconosciute, presenti anche in Parlamento.


Ma ecco la rivoluzione, incalza Sfeir, nel corso della quale “genere, religione, sessualità diventano irrilevanti”.  “Ci stiamo evolvendo in un modo di pensare in cui ogni genere di categoria è esclusa” e Sfeir può, finalmente, impegnarsi in diversi progetti cinematografici finora “bloccati” da alcuni settori conservatori della società.

“Prima vivevamo immersi nella depressione generale a causa della paura – conclude Sfeir – ora, anche se non ci sarà un grande cambiamento, almeno sappiamo che il problema non siamo noi, i libanesi, né i nostri vicini (geografici, ndr). Siamo tutti intrappolati in una situazione politica che ci ha soffocato e oggi sappiamo di chi è la colpa”.

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