Regeni: perché è vitale sapere (e perché era lì??)

Oggi è il 25 gennaio. Oggi ricorre il primo anniversario dalla scomparsa di Giulio Regeni.

Molto è stato scritto e detto già su questa vicenda. Una vicenda che ci tocca tutti, sulla quale è fondamentale conseguire verità per il bene di tutti noi, e soprattutto per il bene della nostra democrazia. Per questo sto scrivendo questo articolo: per supportare la sensazione di impotenza e – allo stesso tempo – di vitale necessità di chi vuole sapere. “Verità per Giulio Regeni” è diventato uno slogan. E quando certe richieste diventano slogan da un lato finiscono sulla bocca di tutti, dall’altro perdono efficacia. Ecco: noi quella verità la vogliamo sapere. Non solo in ricordo di un ragazzo scomparso, esattamente un anno fa, nei gorghi del gioco mondiale contemporaneo. Ma soprattutto per il bene della nostra convivenza civile.

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Lo abbiamo detto: molto è stato scritto e detto già su questa vicenda. E conoscendolo in base a quanto è stato scritto e detto, Giulio Regeni era un ragazzo speciale, speciale come ce ne sono tanti. Impastato di buoni propositi e di ideali, Giulio era un ragazzo brillante, capace di intessere relazioni empatiche con il mondo che lo circondava. Un “cervello in fuga” dei più evidenti, con quella faccia da ragazzo per bene intento a fare quello che più gli piace. Un ragazzo che si è trovato a fronteggiare un mondo più grande di lui.

Perché sono così tanti i punti oscuri, strani, contraddittori di questa storia. Quella che è capitata a Giulio, anzitutto, è una tragedia infernale che rappresenta con evidenza il girone dantesco che è diventato l’Egitto, un girone dantesco del quale i media e i politici italiani ci parlano poco e male, se non a sprazzi, a brandelli sovraesposti o sottovalutati. L’oggettività del racconto del sistema mediale mainstream è quanto meno discutibile. Volontariamente farraginosa a volte, indiscutibilmente tranchant molte altre, la narrazione della situazione egiziana fatta qui da noi in Italia è il primo tassello di un mosaico di opacità che fa pensare. E che, ancora una volta, ben rappresenta – in parte – il motivo dell’importanza vitale di fare chiarezza.

Molto è stato scritto e detto già sulla vicenda di Giulio Regeni, infatti. Molto, troppo, o forse troppo poco. Con tutte quelle domande che rimangono senza una risposta. E con tutti quei mosaici di opacità i cui tasselli sembrano colorati uno ad uno con maestria troppo evidente per essere casuali. Ci domandiamo: perché su quella stessa pelle si è giocato un risiko politico mondiale? Perché Giulio è finito in quel girone dantesco a destreggiarsi in mezzo a quelle cose più grandi di lui? Con l’intento di scrivere la sua tesi? O con altri intenti? Averlo spedito lì è stato un errore?

Giulio – dicevo – era un ragazzo speciale. Di pochi anni più piccolo di me. Impastato di ideali, con quella faccia un po’ così. Mandato al Cairo da Cambridge per scrivere una tesi di dottorato. Spedito in un girone dantesco, in un buco nero del mondo, con l’intento di fare quello che più gli piaceva. E sulla cui pelle si è giocato un gioco nel gioco. Perché sono così tanti gli interrogativi che si aprono sulla sua fine. Così tanti anche e soprattutto quelli a cui forse manca la rilevanza penale, ma che sono essenziali per lo stato di salute della nostra democrazia e della nostra convivenza. Chi sapeva cosa Giulio stesse facendo al Cairo? Chi sapeva in quali pericoli si stava infilando destreggiandosi con l’inguaribile ingordigia dell’idealista? Chi non si è accorto che il mondo che stava fronteggiando fosse così enorme, così più grande di lui? Perché non è stato fermato prima? Perché non ci si è accorti che quel ragazzo con quella faccia da ragazzo per bene stava per finire maciullato da un sistema di potere massacrante? Perché non hanno funzionato gli anticorpi necessari, perché non hanno funzionato il buon senso, e la buona fede?

 Abbiamo bisogno di avere risposte. Dal Cairo. E da Cambridge. Perché “Verità per Giulio Regeni” non è uno slogan: è un bisogno.

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Una risposta

  1. Paola ha detto:

    Giusto! Io potrei essere la madre di Giulio: i miei figli sono idealisti, curiosi e studiosi al punto giusto. Come non aver paura in un mondo così diverso da quello che noi cinquanta/sessantenni abbiamo affrontato ! Noi nel ’68 e dintorni rischiavamo una manganellata sul Ponte di Mezzo a Pisa, da una polizia “serva del sistema”, ma poco più. Oggi è tutto più grande, è tutto più lontano, la polizia può essere “segreta” con tutto quello che comporta… sì, abbiamo bisogno di VERITA’ PER GIULIO !!!

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