Pirati, elezioni (quasi) normali in Islanda

Pirati all’arrembaggio? Non proprio. Dieci giorni prima rispetto alle elezioni americane, ovvero il 29 d’ottobre scorso, altre elezioni si sono tenute in una landa (quasi) più “estrema”: l’Islanda. Laddove i Pirati sembravano destinati ad una vittoria epocale, divenendo per la prima volta in Europa forza antisistema di governo, la “regola delle regole” delle ultime prove elettorali non ha trovato eccezione: i sondaggi hanno sbagliato.

Islanda Chi?

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Geocontestualizziamo: siamo in Islanda, dicevamo. L’Islanda, l’avamposto d’Europa (anche se non è nell’Unione Europea, e qualcuno lassù vorrebbe pure portarcela) nell’estremo nord dell’Oceano Atlantico, democrazia strana, assoluta e testarda tra i ghiacci e i geyser, squadra rivelazione all’ultimo europeo e luogo insolitamente prolifico di idee, presupposti e supposti politico-ideali. Uno Stato che conta, tutto intero, 320mila abitanti, ovvero meno di Firenze (poco più di un decimo – per capirsi – dei cittadini della sola Roma) e che sforna manualistica, studi e pratiche democratiche prese a riferimento per molte tesi di laurea in scienze politiche in tutto il mondo. Storico è stato ad esempio il tentativo di scrivere una wiki-Costituzione, ovvero: scrivere online, attraverso anche e soprattutto i social, la nuova Costituzione del Paese. Il progetto, alla fine, è fallito, ma la portata dell’idea è epocale (e lo vedremo dopo…).

Panama Papers

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Stato, soprattutto, sconquassato dalla crisi, che qui ha picchiato più duro che altrove: le tre banche nazionali sono fallite, la borsa locale ha perso il 97% del proprio valore e la Corona islandese si è svalutata della metà. Adesso, le cose vanno meglio: la crescita economica è costante, il turismo ha fatto da accumulatore e riaccumulatore di soldi e risorse, la disoccupazione è tornata sotto al 3% e la gente vive meglio. In questo clima di ritrovata fiducia, ad aprile ecco la vergata: uscirono i Panama Papers, e tra i 600 e passa islandesi che avevano accumulato fortune ingenti nascoste nei paradisi fiscali c’erano il primo ministro progressista in carica, Sigmundur David Gunnlaugson, e diversi suoi ministri. All’uscita dei nomi, cognomi e soprannomi, il governo si era visto costretto ad una rovinosa dimissione in massa, messo sotto accusa anche e soprattutto dall’algido, atavico sentimento democratico-valoriale del popolo islandese. Questo era il clima in cui si svolgevano le elezioni del 29 ottobre scorso: il Sistema (la Casta!) aveva mostrato il proprio lato peggiore e furbone, connesso e colluso con affari di dubbia provenienza e infedele alla propria integerrima dichiarazione d’intenti. In questo contesto tutti davano per scontata l’affermazione a mani basse di un partito politico formatosi nel 2013, che si dice “né di destra, né di sinistra”, e che aveva scelto un nome che non ammetteva deroghe: i “Pirati“.

Pirati all’arrembaggio

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Capitanati da una poetessa, artista, poliglotta e – soprattutto – ex collaboratrice di WikiLeaks che risponde al nome di Birgitta Jónsdóttir, i Pirati sono un partito non-partito, e la stessa Birgitta dice di non esserne il leader in quanto i Pirati non possono averne. Insomma: la declinazione profondo nord-Atlantico della ventata antisistemica che quasi tutti i Paesi dell’Occidente stanno vivendo. Come il “nostro” Movimento 5 Stelle, come abbiamo detto i Pirati non si allacciano a nessuna piattaforma politico-ideale, né di destra né di sinistra. E come il M5S puntano forte sul web come strumento di “democrazia diretta“. Perché il loro è un programma completo e complesso, dignitoso e studiato, che va dalla salvaguardia dell’ambiente a quella della privacy, dalla trasparenza all’anticorruzione. Ma è soprattutto sulla condivisione e sull’apertura del processo legislativo che hanno interessanti idee articolate, che vanno dal ricorso espressivo al referendum alla facilitazione e semplificazione del processo decisionale in modo da renderlo sempre più vicino, condivisibile ed emendabile dal singolo cittadino. Ed ecco che torna nel nostro racconto la wikiCostituzione: votato e confermato dai 2/3 degli islandesi aventi diritto, quel documento social-scritto fu cassato dal Parlamento. Ecco: uno dei punti forti del programma dei Pirati era proprio quello di riproporlo immediatamente al voto dell’Assemblea che, a loro maggioranza, lo avrebbe posto in vigore. Una maggioranza – almeno relativa – che tutti i sondaggi parevano affidargli. I Pirati insieme alle forze radicali estromesse da sempre dalla gestione della cosa pubblica sembravano etimologicamente diretti verso una storica, schiacciante vittoria. Invece, così non è stato.

Vergognarsi di votare

Un po’ come accadeva in Italia (dove Silvio Berlusconi raccoglieva quasi sempre più voti nell’urna che nei sondaggi), e così come è drammaticamente accaduto soprattutto nell’America che ha votato Trump, evidentemente chi rispondeva ai sondaggi si “vergognava” di ammettere la propria aderenza elettorale al vecchio establishment.

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Ovviamente, lo scossone c’è stato: partiti di governo che si vedono dimezzati i seggi nella piccola assemblea (che conta 63 partecipanti), partiti storici che perdono consensi, pirati che triplicano i seggi e i consensi: gli addendi per fare della somma un voto storico ci sono tutti. Storico sì, ma non epocale: come dicevamo, gli islandesi potevano essere i primi europei a farsi governare da un partito antisistemico. E così non è stato.

Bernie Sanders

Bernie Sanders

I loro Pirati hanno perso un’occasione, e come molti degli altri movimenti scrolla-status hanno dimostrato la mancanza acerba di affermazione vera (come è valso per Podemos in Spagna o, stiracchiandone non poco i contorni, come è valso per la candidatura mancata


di Bernie Sanders negli Stati Uniti).

E’ già finita prima di cominciare?

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Che i partiti e i movimenti antisistema stiano diventando parte del sistema? Che ci stia volendo forse troppo tempo in Europa perché la loro rivoluzione si compia tanto da farli sfumare in un qualcosa di “già visto”, in questo tempo ipermegamedializzato abituato alla velocità e nel quale impera la “novità” fine a se stessa? Probabilmente, non possiamo chiedere agli Islandesi di predire questo. Dovremo viverlo e saremo qui per raccontarlo.

Con uno come Trump a guardarci sul balcone privilegiato che gli è stato affidato, aldilà dell’Atlantico.pirati-islanda-trump

 

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Una risposta

  1. Paola ha detto:

    Come sempre i vostri articoli mi informano di cose che non sapevo. Grazie per la vostra bravura nell’essere sempre “sul” pezzo, (oltretutto i vostri testi si leggono molto bene e non hanno errori)

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