25 agosto, il black day delle crisi migratorie nel mondo

Il 25 agosto 2018 è trascorso un anno dall’inizio dell’offensiva militare del Myanmar contro lo stato occidentale birmano di Rakhine, provocando migliaia di vittime fra la minoranza etnica dei Rohingya, donne violentate, villaggi distrutti dalle fiamme: una recrudescenza delle persecuzioni che il Myanmar perpetra contro la minoranza etnica di religione musulmana da tempo e che ha costretto e costringe i superstiti a scappare nel vicino Bangladesh.

L’Onu e Amnesty International nell’ottobre 2017 hanno pubblicato i rispettivi rapporti che accusano il Myanmar “di un attacco pianificato, coordinato e sistematico contro la minoranza musulmana” e attribuisce ai suoi militari e alla sua polizia di frontiera la responsabilità “dei peggiori episodi di violenza”.  Secondo i rapporti delle 2 organizzazioni il Myanmar ha compiuto crimini contro l’umanità.

Nel corso di quest’anno sono state tante le voci autorevoli che si sono alzate a favore dei Rohingya, gli appelli rivolti al Myanmar, soprattutto al suo leader de facto Aun San Suu Kyi premio Nobel per la Pace, affinché cessassero le persecuzioni verso la comunità.  Ogni tentativo è stato invano, incluso, a oggi, la visita compiuta nell’ex – Birmania e nel Bangladesh di Papa Francesco nel dicembre 2017.

Così i quasi 900mila rifugiati Rohingya nel campo di Cox Bazar nel Bangladesh (uno dei Paesi più poveri del mondo) il 25 agosto 2018 hanno commemorato il loro Black Day, quella che considerano la data del loro genocidio: oggi come un anno fa, traumatizzati dalle devastazioni  del recente passato, nella povertà estrema nel presente, con la totale incertezza nel futuro.

La crisi sud-americana

Intanto in America Latina si assiste a quello che per la comunità internazionale è il maggiore evento migratorio dell’area. Dal 2015 a oggi quasi 2 milioni e mezzo di venezuelani hanno abbandonato il loro Paese a causa del regime Maduro e della grave recessione economica.

Arrivando a percorrere oltre 3 mila chilometri a piedi per raggiungere un luogo dove pensano di potersi ricostruire una vita, i venezuelani viaggiano, principalmente, in Colombia, Ecuador, Perù e Brasile. Paesi fino ad ora ospitali, che iniziano a chiudere le frontiere.

Risale a pochi giorni fa la notizia che il Perù e l’Ecuador negano l’ingresso ai venezuelani sprovvisti di passaporto: una decisione  (in Perù in vigore dal 25 agosto 2018) che blocca al confine centinaia di migliaia di venezuelani che in precedenza potevano varcare i confini con la sola carta d’identità. Secondo le autorità peruviane soltanto nella secondo settimana di agosto sono stati circa 20mila i venezuelani arrivati. In Brasile al confine con il Venezuela, nella città di Pacareima sono nati disordini tra i residenti locali e i migranti che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Pacaraima conta 12mila abitanti, circa 1000 i venezuelani che vivono in 2 campi costruiti alla bell’e meglio. Il Brasile ha inviato truppe al confine con il Venezuela.

Una crisi migratoria che secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) potrebbe eguagliare quella del Mediterraneo. E per questo, sostiene l’Onu si deve iniziare “ a mettere in fila priorità e finanziamenti e mezzi per gestire la crisi il prima possibile”.

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