Spese militari: e se la Germania andasse all’attacco?

Da una parte Putin, dall’altra Trump. In mezzo: l’Unione Europea. O, per meglio dire (geopoliticamente parlando): l’Europa. E, quindi, la Germania. Una Germania che, con Angela Merkel alla guida, è da diversi lustri impegnata nel conquistare e consolidare la propria egemonia economica e politica sul Vecchio Continente. E che, adesso come non mai, sta vivendo un dibattito interno quanto mai pruriginoso e complesso (in tempi di campagna elettorale, soprattutto!) sul proprio ruolo militare in Europa Orientale, nell’Europa nel suo complesso, e nel Mondo in senso completo.

Putin, lo Zar

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Da una parte, abbiamo detto, Putin. L’ultimo Zar dell’Impero russo è uno che di muscoli se ne intende. Dopo aver di fatto invaso buona parte dell’Ucraina ed essersi annesso la Crimea (con metodologie da primo Novecento), l’uomo forte russo è impegnatissimo nel metter piede in Europa orientale. In un tempo nel quale molti dei nodi della Storia vengono al pettine, come quello che stiamo vivendo, l’allargamento dell’Unione Europea (e conseguentemente della Nato) verso Est sta dimostrandosi un cerino acceso che sta per rimanere in mano a qualcuno. Anche perché, seguendo invece le regole della cyberguerra del XXI secolo, i primi colpi (a salve) sono già stati sparati (eccome se sono stati sparati!). Con la Russia che muove le proprie truppe lungo tutto il confine, e la Nato (Germania in testa) che assembra mezzi, uomini e idee di difesa in Lituania e Polonia.

Trump, l’imprevedibile

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Dall’altra, Trump. Il neo-presidente degli Stati Uniti è quanto di più imprevedibile potesse capitare nella stanza dei bottoni degli armamenti occidentali. Durante tutta la sua campagna elettorale, Trump ha più volte bollato come “obsoleta” la Nato stessa, chiedendo a gran voce agli alleati europei di “fare il proprio dovere”. Anche se appena seduto sulla poltrona lasciata vuota da Obama, il cotonato Comandante in Capo ha ammorbidito un po’ i toni, il messaggio è arrivato forte e chiaro: la Guerra Fredda per come la conoscevamo un tempo è finita per davvero, “Adesso, cari Europei, dovrete pensare un po’ di più alla vostra difesa”, perché nella nuova Guerra Fredda multifocale che secondo molti osservatori ci stiamo preparando a combattere (ammesso che non sia già cominciata) ognuno dovrà fare la sua parte.

L’Europa, l’incompiuta

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In mezzo, lo dicevamo, l’Europa. I cui progetti di Difesa comune sono vecchi come i trattati di istituzione della CEE, di cui stiamo per apprestarci a festeggiare i sessant’anni. Ma che potrebbero subire una inaspettata accelerazione. Sia per la contemporanea presenza dei due protagonisti di cui sopra, sia per un altro fatto epocale capitato negli scorsi mesi: la Brexit. Da sempre, infatti, Londra ha fatto pesare come un macigno il proprio veto ad ogni rafforzamento militare autonomo del Vecchio Continente, facendosi strenua paladina degli accordi transatlantici consegnando di fatto le chiavi del potere della Difesa dell’Europa a Washington (e, di fatto, un po’ a se stessa, costola americana in terra europea). Adesso, però, Londra non ha più voce in capitolo, impegnata com’è nei (complicatissimi) negoziati di uscita dall’Unione. E il tema della Difesa comune può essere sicuramente rimesso con forza all’ordine del giorno. Come sta strenuamente provando a fare l’Alto rappresentante per la politica estera, la “nostra” Federica Mogherini, che si è resa responsabile di un’accelerazione imprevista sul tema mettendolo nero su bianco durante il Consiglio europeo degli Affari Esteri del 14 novembre 2016. In quella sede, con il solo “no” (ininfluente, come detto) di Londra, i Ministri degli Esteri e quelli della Difesa dei Governi dell’Unione hanno dato a larga, inaspettata maggioranza il proprio assenso al Global Strategy on Foreign and Security Policy, ovvero all’atto formale con il quale la Mogherini vuole mettere il proprio nome sull’avvio sostanziale dei lavori di un vero e proprio dispositivo di Difesa comune del Vecchio Continente.

E la Germania?

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Ovviamente, quando si dice Europa si dice, anche in questo campo, principalmente “Germania”. E qui la faccenda si complica. Perché la Germania è la Germania, con la sua tradizione, la sua idea di Stato, soprattutto la sua Storia. Pensare ed immaginare di aumentare la propria spesa militare (in questo momento inferiore sia a quella inglese che a quella francese), nel comune sentire politico, ideologico e morale tedesco era, fino a poco tempo fa, percepito come un abominio. Si fanno sentire, insomma, gli “anticorpi della Storia”, quella reazione immediata e diretta ad una stimolazione che fonda una cultura politica e la rende riconoscibile e duratura. Un qualcosa che in Germania c’è ancora, eccome se c’è!, visto che secondo un sondaggio commissionato dalla rivista tedesca Stern e pubblicato quest’anno, il 55 per cento dei tedeschi è contrario all’aumento della spesa per la difesa nei prossimi anni, mentre “solo” il 42 per cento è a favore.

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Ma, in mezzo a Putin e Trump, i tedeschi si sentono sempre meno sicuri. E cominciano a fare dei passi che, anche solo un decennio fa, sarebbero stati inimmaginabili. Nel 2016, ad esempio, per la prima volta dopo 26 anni ininterrotti di tagli, aumenteranno le proprie spese militari (di un cospicuo 8%). Non molte settimane fa la Merkel ha definito “plausibile” che la Germania riallinei davvero al 2% di Pil (adesso è dello 0.8%) la propria spesa militare come controfirmato “a parole” nel 2014 insieme a tutti gli altri Paesi della Nato. E c’è chi, nei furori della campagna elettorale, dice e promette di voler fare “di più”, cavando dai cassetti del Ministero della Difesa un progetto che par voler mirare a riportare a 200mila unità l’esercito tedesco, dopo il minimo storico di 166mila toccato proprio nel 2016. Insomma: i tedeschi fanno sul serio.

E noi? Dobbiamo davvero abituarci all’idea di un mondo più militarizzato, come sogna Trump, come vuole Putin, e come ci toccherà di augurarci anche a noi Europei? Che gli anticorpi dicano la loro, per cortesia…

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