Divorzio consensuale tra UK e UE, ma la via è l’Altra Europa

Divorzio consensualeMi sarei aspettato l’annuncio di un piano straordinario per i giovani all’insegna di un ERASMUS di nuovo conio.
Mi sarei aspettato lo scatto d’orgoglio di un’Europa ancora capace di scelte strategiche di alto spessore sociale, per i cittadini più deboli e per i fuggiaschi dalla guerra e dalla fame.
Mi sarei aspettato il lancio di una rete protettiva per il risparmio delle famiglie, capace di controbilanciare l’isteria speculativa di chi governa il mercato dei capitali.

E in questa mia aspettativa mi sono trovato e mi trovo in sintonia con quanti, cito per tutti, da ultimo, Bernard-Henry Levyi che hanno dichiarato, sia pure in modi e toni diversi, che la sola via d’uscita per l’Europa fosse, e sia, un’azione di grande rilievo: immediata e capace, non solo di rispondere alle motivazioni, tanto legittime quanto lontane dal sentire degli adulti europei di domani, che sono state alla base del prevalere del “si” alla Brexit, ma anche di lanciare un segnale di positiva risposta ai sentimenti di disillusione e di malessere nei riguardi dell’Europa matrigna, dell’Europa dei tecnocrati e dei banchieri, che stanno attraversando anche i popoli dell’Europa continentale.

Sentimenti legittimi e in larga misura giustificati, ma non al punto da essere preda dei pifferai che camminano con la testa girata all’indietro, dei nostalgici del defunto “Stato nazione”; non al punto da rinunciare a lottare per cambiarla, questa Unione, priva di un progetto visionario, di una bandiera trascinante: per i giovani, lo ripeto, per i diseguali e gli indifesi.

Ebbene, in questi primi giorni dal verdetto del 23 giugno questo segnale vivificante non è arrivato: né da Bruxelles, cioè dagli Junker, dai Tusk, dai Commissari, dal vertice dell’Unione insomma; né da un significativo gruppo di governi dei paesi membri.

Ed è apparso quasi retorico l’appello all’urgenza del rinnovamento di questo o quel governante, come nel caso del nostro Presidente del Consiglio che pure è parso comprendere meglio di altri la situazione. Ed è sintomatico che si sia data meno enfasi al contenuto del suo appello che al fatto, pur importante, del suo inserimento nel binomio franco-tedesco.

Allo stesso modo, nella marea di voci che ci hanno detto tutto e il contrario di tutto sulla Brexit – offrendo anche contributi di riflessione di grande spessore assieme a sterili sonorità e a populistiche farneticazioni – è parsa prevalere l’attenzione ai nodi economico-finanziari e alle dinamiche cronachistiche più che di merito. Ed è passato quasi sotto silenzio l’astensionismo, tanto elevato quanto colpevole, dei giovani, quelli che sono “nativi europei” le vere vittime di questo voto. In questo contesto mi sembra importante sollevare un interrogativo che sta emergendo con la forza dell’evidenza: che cosa vuole davvero la Londra britannica?

Referendum consultivo, non vincolante: questione di sovranità

Mi si risponderà che il referendum ha sancito la volontà della maggioranza della popolazione di uscire dall’Unione. Certamente, ma non basta. Ricordiamo che il referendum, voluto dal primo ministro Cameron per strappare all’Unione condizioni di appartenenza alla U.E. ancora più “à là carte britannica” di quanto già non lo fossero allora, non era (e non è) vincolante, ma solo consultivo.  Poteva quindi essere disatteso, ma così non è stato, come sappiamo.

Ha portato, è vero, alle dimissioni di Cameron anche se alla vigilia del voto, lo stesso primo ministro lo aveva escluso. Ma questa mossa era politicamente scontata data l’entità della sconfessione ricevuta dal popolo britannico. Assai meno scontato era, ed è, la pretesa di Cameron di non dimettersi subito bensì fra qualche mese, ad ottobre, per la precisione, cioè a chiusura del Congresso del suo partito. Ancora meno scontato era ed è, che a fronte di un esito referendario di carattere consultivo, Cameron abbia deciso di non sottoporre quell’esito al voto parlamentare.

Non lo ha voluto fare perché la maggioranza parlamentare si sarebbe espressa a favore del “remain”, cioè del restare (nell’Unione), aprendo in tal modo un delicatissimo conflitto di sovranità: tra quella popolare e quella del Parlamento.

Voglio azzardare un’ipotesi: non lo ha voluto fare perché sa che in Parlamento – e dunque non solo nella sua parte politica – c’è una maggioranza che punta di fatto a guadagnare tempo per svuotare di contenuto il responso referendario. Che punta cioè a portare avanti un negoziato più o meno palese, condotto con un obiettivo ben preciso ma non dichiarabile al momento: ottenere un nuovo e più avanzato (nell’interesse britannico) “contratto di appartenenza” all’Unione europea.

Cameron si è accorto solo a cose fatte – pessimo indicatore per un politico – di non essere riuscito a leggere gli umori del suo paese; gli umori che la sua stessa politica verso Bruxelles, assieme a quella dei suoi predecessori, ha contribuito ad alimentare. E adesso cerca di porvi riparo nel duplice convincimento della indispensabilità del Regno di sua maestà per l’Europa e della capacità di convincerne anche la stessa Europa.

Ma anche perché fin dalle prime ore dallo spoglio sono affiorati tanti, troppi fattori di criticità interna: dai rigurgiti indipendentistici di Irlanda del Nord e della Scozia ai rischi di ridimensionamento finanziario della City di Londra, passando attraverso le perdite di mercato e i vantaggi della circolazione.

E nel giro di qualche giorno Cameron, tronfio di orgoglio britannico, è arrivato a sostenere di fronte ai colleghi  europei il diritto sovrano a decidere il “quando” investire il Parlamento della questione e quindi anche il quando notificarla a Bruxelles e iniziare di conseguenza a mettere in moto la procedura negoziale del futuro dei rapporti tra Londra e l’Unione europea. Una bella pretesa, Non c’è che dire.

E l’Europa?

Già dall’incontro dei ministri degli Esteri dei paesi fondatori era emersa una penosa ripartizione tra i falchi (l’Europa non può rimanere ostaggio di Gentiloni) le colombe (il tedesco Steinmeier) e gli impediti causa elezioni (lo spagnolo Garcia Margallo). E certo non è destinata ad avere un peso decisivo la pur robusta posizione ultimativa presa dal presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, visto l’umore di fondo manifestato da Berlino e gli equilibri interni che dominano quel consesso.

Poi è venuto il mini-vertice Merkel-Hollande-Renzi dal quale è emerso sì l’esigenza di non perdere tempo, ma in un batter d’occhio questo tempo è stato di fatto dilatato di qualche mese, secondo alcuni anche a fine anno, e intanto far maturare politiche suscettibili di rilanciare l’Unione europea su orizzonti di respiro strategico di cui si annunciano per ora solo i titoli: sicurezza, crescita, occupazione, migrazioni, etc. E soprattutto è stato riempito, questo tempo, del messaggio politico della cancelliera Merkel nonostante qualche mugugno interno alla grosse koalition: occorre dare a Londra il tempo e la procedura che l’infausta redazione dell’art.50 del Trattato consente (articolo del Trattato di Lisbona che consenta ad uno stato membro di recedere dall’Unione Europea n.d.r) ; occorre comprendere Londra e lavorare con calma e ponderazione.

La cancelliera non vuole strappi, punta anzi a una qualche forma di riconciliazione ovvero, se proprio non sarà possibile arrivarci, a un divorzio consensuale. Ciò che significa in ogni caso un nuovo contratto per un nuovo rapporto.
Londra è troppo importante per non meritare una dose massiccia di real politik e la voce di Berlino conta più delle altre in questa malmessa Unione. Se, come penso, questa linea si imporrà, occorrerà evitare in tutti i modi che  non vada a scapito di quell’agenda rigeneratrice da cui dipende il futuro stesso dell’Unione europea che abbiamo contribuito a creare.

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