Le conseguenze dell’urbanismo difensivo

Architettura ostile, espressione dell’urbanismo difensivo, che alcuni definiscono anche con una locuzione più esplicita architettura anti senzatetto. Ma la situazione è meno categorica e più complessa.

Ne ha scritto The Guardian, dove lo storico dell’architettura Iain Borden ha precisato che l’architettura ostile affonda le sue radici nella progettazione urbana e nella gestione dello spazio pubblico degli anni Novanta dello scorso secolo. Secondo Borden i suoi crismi dimostrano “che siamo cittadini solo nella misura in cui lavoriamo e/o consumiamo merci”. Da cui la considerazione che non riguarda direttamente i senza tetto ma chiunque voglia usare le strade oltre al mero traffico. “Alcuni lo definiscono marketing dello spazio pubblico, dove tutto diventa un centro commerciale. Va bene sedersi finché è in un bar o in qualsiasi altro luogo dove si svolgono determinate attività anche riposanti ma comunque monetizzabili”.  Il nuovo design urbanistico, dunque, ha lo scopo di influenzare il comportamento dei cittadini ma è criticato, soprattutto, perché tende a escludere i meno abbienti e i poveri.

Varie sono le testimonianze in giro per il mondo del nuovo urbanismo difensivo che sembra accanirsi soprattutto nelle panchine come dimostra la britannica Camden – dal nome dell’autorità che la commissionò originariamente – fatta di cemento con la superficie inclinata in modo da scoraggiare il sonno.
Idem nel West Park di Ikebukuro (Tokyo – Giappone) dove fa bella mostra di sé la panchina tubolare il cui materiale di realizzazione si surriscalda d’estate e si raffredda in inverno: è impossibile sdraiarsi ma anche sedersi… soltanto per riprendere  fiato, certo non per riposare o rilassarsi leggendo un buon libro all’aria aperta nel verde.

Sicuramente anti-senza tetto, fa notare Clara Giménez Lorenzo su eldiario.es sono le prese d’aria di Toronto (Canada) sopra i quali sono stati installati elementi taglienti per impedire agli homeless di sostarci come spesso fanno per scaldarsi durante l’inverno. Fatto analogo ma senza clamore e che conosciamo per testimonianza diretta, è accaduto a Roma dove attraverso il posizionamento combinatorio di grandi vasi di piante ha impedito (e impedirà per sempre) a un clochard l’accesso alla fonte di calore.

Secondo la rivista Ad, un elemento urbano in un determinato sito può diventare, forse involontariamente, un’architettura ostile, com’è accaduto a Seattle (Usa) nel 2018 quando sotto un viadotto, dopo aver smantellato un campo per senzatetto, sono stati installati 18 parcheggi per biciclette, per volere del Dipartimento dei trasporti (SDOT). “Una strategia per ridurre i pericoli della vita di strada e, al tempo stesso, per creare uno spazio per un uso attivo dello spazio pubblico” ha motivato un responsabile del Dipartimento.  Ma servono i parcheggi per biciclette in un sito privo di piste ciclabili, si sono chiesti alcuni membri del consiglio comunale e alcuni dei volontari che assistono gli homeless.  Fatto sta che i parcheggi sono stati rimossi per essere destinati a un posto “adatto ai ciclisti della città”.

Rimanendo negli Usa, un altro tentativo fallito di urbanistica difensiva si è registrato lo scorso autunno nella zona di Clinton Park a San Francisco, dove sono state posizione sul marciapiede 24 rocce. Secondo i media locali l’iniziativa era stata presa da un gruppo di residenti a proprie spese ma con l’autorizzazione dell’autorità comunale “per espellere i senzatetto installati nell’area. Il problema, alcuni dicevano, era che la via si era trasformata in un punto di spaccio di droghe”. Come effettivamente sembrava essere, ma il rimedio, secondo l’Homeless Coalition, non avrebbe risolto il problema ma soltanto impedito ai senza tetto di ripararsi nella notte e dormire”.  Dopo numerose proteste il Consiglio Comunale, pur avendo cercato di resistere, ha finito con ritirarli.

San Francisco è città della California, e la California è tra gli stati più ricchi ed evoluti del mondo. Quindi la città si fa rappresentazione paradigmatica del marketing dello spazio pubblico  così, inevitabilmente, distante dallo sviluppo urbano inclusivo (tra l’altro uno degli obiettivi dell’Agenda 2030), che può derivare soltanto da una coordinata e organica politica centrale che sappia tenere conto e coniugare le esigenze e i fenomeni della collettività tutta.  Della mancanza di una visione e azione omnicomprensiva  ne risente  tutta la popolazione, costretta a risolvere con i propri mezzi le problematiche sociali, con rimedi inevitabilmente inutili e conflittuali e a farne le spese sono soprattutto le persone più deboli.

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