Da COP 22 e le allusioni della Merkel alla decisione di Donald Trump. La suspense dell’Accordo di Parigi

Angela MerkelIl giorno seguente alla chiusura dei lavori del G7 di Taormina, la cancelliera della Germania Angela Merkel, il 29 maggio 2017, in un incontro pubblico a Monaco ha dichiarato che è giunto il momento che l’Unione Europea si faccia arbitro del proprio destino.  “I tempi in cui potevamo contare sugli altri sono alle nostre spalle” ha detto Angela Merkel, riferendosi, non esplicitamente, alla decisione del presidente degli Usa, Donald Trump, di non sottoscrivere l’Accordo di Parigi sul clima (dicembre 2015).

Nel comunicato finale il G7, infatti, ha rilevato le profonde differenze emerse nel corso del vertice, manifestatosi, soprattutto nei confronti delle misure decise a Parigi per contrastare il surriscaldamento climatico.  Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia e Regno Unito  hanno confermato il “forte impegno per “implementare velocemente l’Accordo di Parigi”. Uniti i 6 paesi tranne gli Usa. A tal proposito Donald Trump si è riservato di prendere una decisone nei prossimi giorni.  Ma ricordiamo che in più occasioni, il presidente repubblicano Usa ha manifestato scarsa convinzione  sulle misure decise per combattere i cambiamenti climatici,  fino ad arrivare a definirle “una sciocchezza molto costosa con cui bisogna farla finita”.

La decisione di Donald Trump

Donal TrumpIl primo giugno 2017 alle h. 21 (ora italiana) Donald Trump, nel corso di un’attesa conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca, ha pronunciato il suo temuto “no” all’Accordo di Parigi.
Mantenendo le promesse fatte durante la campagna elettorale, il 45° presidente degli Usa ha ritirato il proprio Paese dall’Accordo, ma ha confermato l’intenzione, già espressa, di voler negoziare un nuovo accordo sul clima più “giusto” con le esigenze degli Stati Uniti.
Quindi termina qui “l’applicazione degli impegni di riduzione” delle emissioni, ha dichiarato Trump, così come cessano “i versamenti al Fondo verde per il clima”; un Fondo che agli Usa “costa una fortuna”.

La decisione di Donald Trump è ritenuta grave per 2 motivi fondamentali: il primo perché gli Usa occupano il secondo posto per emissione di CO2, ossia il biossido di carbonio prodotto dalle attività umane, per cui il suo sfilarsi dagli impegni di Parigi, renderà meno efficace l’azione degli altri Paesi; l’altro motivo è che altri Paesi potrebbero seguire l’esempio degli Usa e rinnegare, a loro volta, l’accordo.

Ma già prima di Trump…

documento-cop-22-a-sostegno-degli-accordi-di-parigi-e-contro-il-negazionismo-di-donald-trumpNel corso della Conferenza Onu sul clima (COP 22), svoltasi a Marrakech a novembre del 2016, la prima dopo l’Accordo di Parigi, si erano manifestati dei ritardi rispetto all’agenda fissata dai Paesi che hanno siglato l’accordo.
Preso atto che l’Accordo è entrato in vigore il 4 novembre 2016, compito della COP 22 avrebbe dovuto consistere nel fissare i provvedimenti concreti per l’attuazione del programma di Parigi; si è invece concluso  fissando la pianificazione dell’elaborazione dei provvedimenti entro il 2018.
Cosi come l’istituzione del Fondo Green Climate, a cui allude Donald Trump, dal 2020 come previsto ha subito uno slittamento per la mancanza di accordo tra i paesi donatori.

Sempre nel corso della Conferenza di Marrakech, gli scienziati presenti avevano manifestato preoccupazione per i proclami anti-clima dell’allora candidato alla presidenza Donald Trump e avevano pubblicato un documento contro il negazionismo dei problemi climatici tanto proclamato dall’attuale Commander in Chief repubblicano, dove dichiaravano, fra l’altro, che l’Accordo è irreversibile.

E ora? Suspense

L’Accordo di Parigi si fa ancora più fragile, pur rimanendo uno dei maggiori successi internazionali del nostro tempo. Prevede che i Paesi aderenti prendano le misure necessarie per ridurre, più velocemente possibile, le emissioni di gas serra, in modo da mantenere l’innalzamento della temperatura globale (ormai data per certo) entro e non oltre i 2 gradi sopra i livelli pre-industriali. Ciò comporta la conservazione degli eco-sistemi naturali, sostegno finanziario per gli investimenti nei programmi di mitigazione e adattamento, pur graduale, alle energie rinnovabili. Previsto, infine, l’aiuto delle nazioni sviluppate ai paesi già vittime dei cambiamenti climatici prodotti dall’innalzamento delle temperature (surriscaldamento globale), una collaborazione che, abbiamo visto, non procede speditamente.

La sfida della pace per Antonio GuterresAl contempo,  sembra che gli Usa impiegheranno 4 anni per completare l’iter procedurale previsto per ritirarsi dall’Accordo di Parigi, per cui la conclusione del percorso di ritiro coinciderà, se non andrà oltre, con la fine del mandato della presidenza Trump.   Negli Stati Uniti sono tante le aziende che operano nell’ambito delle energie che si sono convertite alle rinnovabili o che hanno fatto importanti investimenti nell’ambito del green. Non a caso Antonio Guterres (nella foto a sinistra), segretario generale dell’Onu, si è detto “convinto che gli States, le città, il mondo dell’industria e la società civile (del Nord – America, ndr) scommetteranno sull’economia verde, che è l’economia del futuro”.   Infatti, Bill De Blasio, sindaco di New York, Wall Street (la Borsa di New York), le aziende tecnologiche della Silicon Valley, la California e le grandi aziende petrolifere stanno prendendo le distanze dalla decisione di Donald Trump.
Inoltre, lo stesso equilibrio dello staff presidenziale sembra essere minacciato da profonde divergenze sull’argomento.

Le reazioni di una parte del mondo all’annuncio di Donald Trump

Immediate le reazioni sdegnate degli altri Paesi all’annuncio di Donald Trump.

G7 Summit Taormina 2017L’Italia la Francia e la Germania hanno firmato una nota congiunta con la quale, dopo aver espresso “rincrescimento per la decisione degli Stati Uniti” hanno ribadito l’impegno per la salvaguardia del pianeta  definendo l’Accordo di Parigi “una pietra angolare della cooperazione” tra i 3 paesi “per affrontare efficacemente e tempestivamente i cambiamenti climatici e per attuare gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda del 2030 e che non può essere rinegoziato”.

Confermata l’adesione all’accordo della Russia per voce del vice premier Arkadi Dvorkovich, dell’India, della Gran Bretagna e della Cina e, naturalmente, dell’UE come espresso dal presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, il quale all’apertura dell’EU – China Business Summit (2 giugno 2017), ha dichiarato che la Cina e UE “sono allineati per soluzioni comuni”.

Il Canada e il Giappone, come già citato, hanno confermato l’impegno nel corso del G7 di Taormina.

La classifica delle emissioni

Tabella emissioni comulative gas serraIl Comitato scientifico delle Nazioni Unite registrando le emissioni del CO2 al 2015, ha stilato la seguente tabella che vede la Cina al primo posto come produttore mondiale di gas serra con il 29%. Paese- continente che mostra grande sensibilità verso l’ambiente.  Negli ultimi 2 anni è riuscito a invertire la tendenza negativa degli anni precedenti, riuscendo a diminuire le emissioni complessivamente dell’1,2%, grazie alla chiusura di alcune centrali di carbone, sostituite con centrali nucleari, rinnovabili e a gas. Mentre è impegnata in grandi investimenti nell’eolico e fotovoltaico.

Seguono gli Stati Uniti d’America con una produzione annua del 15% delle emissioni globali. Anche gli Usa pre-Trump hanno avuto un comportamento virtuoso riducendo le emissioni, tra il 2015 e il 2016, del 4,3%.

Al terzo posto troviamo l’Unione Europea con il 10%, che dopo essere riuscita a diminuire le emissioni costantemente negli ultimi 20 anni, nel 2015 ha registrato un negativo incremento dell’1,4%.

Segue l’India, altro Paese – continente del globo in piena crescita economica, che emette il 6,3% di gas serra globali, in crescita nel 2015.

A breve distanza,  la Russia al 4° posto e il Giappone al 5°.

 

Foto di copertina: LaPresse/Fabio Cimaglia

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