O di qua, o di là: il confine più drammatico della Brexit è in Irlanda

O di qua, o di là. La Brexit rischia di far (ri)diventare così netto e deciso un confine che sta per compiere i 100 anni di età, definito com’è da un accordo risalente al 1922: quello tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord. Repubblica di qua, monarchia di là. Euro di qua, sterlina di là. E (con la Brexit), Unione Europea di qua, Regno Unito di là. Proprio su queste poche centinaia di chilometri di confine fisico, che hanno diviso antiche contee più che nazioni secondo un percorso arzigogolato, complesso, talvolta incomprensibile, si è praticamente arenato il tentativo di accordo generale tra Londra e Bruxelles lo scorso 19 marzo. Perché non è una cosa da poco.

Confine poroso – Ogni giorno lo attraversano circa 30mila pendolari, che percorrono le più di 200 strade che vanno da qua, a là. Un flusso ininterrotto di persone abituate a viverlo secondo i due significati che aveva la parola limes per i latini: confine, è vero, ma anche strada. E, come loro, fanno pure le milioni e milioni di euro di merci che rappresentano un flusso indistinto di interconnessioni economiche tra le due parti dell’isola. Interconnessioni che fanno parte del grande gioco chiamato “negoziato per la Brexit”, un gioco che si sta giocando tra Londra e Bruxelles.

Ireland First – La faccenda è delicatissima. Perché l’Unione Europea sente il dovere di tenere botta a favore del proprio stato membro, la Repubblica d’Irlanda, che nel post-Brexit rischia letteralmente la camicia. Secondo uno studio del Copenaghen Economics, infatti, gli effetti dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea rischiano di pesare tra il 2.8% e il 7% del pil irlandese. Per Dublino i buoni rapporti con Londra valgono il 14% delle proprie esportazioni (seconde solo a quello verso gli Stati Uniti), e la Repubblica ha 348mila dei propri cittadini residenti dentro al Regno di Sua Maestà. Insomma: Bruxelles non può permettersi accordi che non tengano conto degli interessi di Dublino. E a Belfast, che dicono?

Status diverso – La soluzione alla quale puntano da Bruxelles è semplice: (re)istituire per l’Irlanda del Nord lo status di territorio facente parte del Regno Unito, ma con regole leggermente diverse. Mantenendo cioè le direttive del mai abrogato accordo chiamato Common Travel Area che, prima che la contemporanea partecipazione dei due Paesi all’Unione Europea lo rendesse anacronistico, istituiva di fatto una mini-Schengen tra Irlanda del Nord, Repubblica d’Irlanda, Isola di Man e Isole del Canale. Un qualcosa, cioè, che permetterebbe a Londra di sbattere la porta ed uscire formalmente dall’Unione doganale europea e dal Mercato Unico (base ideologica dei sostenitori oltranzisti della Brexit), lasciando aperta però la finestra del confine tra le due Irlande. Parrebbe l’uovo di Colombo. Se non fosse per un piccolo particolare.

La linea dura del DUP – Perché da Belfast provengono i 10 deputati/stampella sul cui appoggio sopravvive il fragile governo ultra-Brexit di Theresa May: i deputati eletti nel DUP, il Partito Unionista Democratico. Non ci si faccia influenzare dal nome: è un partito irlandese, ma la propria fede “unionista” non è con il resto dell’isola, ma con Londra. E l’appellativo “democratico” non ne fa un partito di sinistra, ma di destra, contrapposto al Sinn-Fein, il partito di sinistra nazionalista irlandese, storico fautore dell’indipendenza e con il quale il Dup convive in un’alternanza governativa definita dall’Accordo del Venerdì Santo, quel trattato firmato nel 1998 e sul quale si è basata la pace fatta tra Dublino e Belfast. Ebbene: il DUP vuole cogliere l’occasione della Brexit per far valere le stesse regole tra gli irlandesi del nord e gli altri sudditi di Sua Maestà che risiedono in Gran Bretagna. Quindi: vogliono uscire dall’Unione doganale europea e dal Mercato unico proprio come volevano fare tutti quelli che hanno votato per il leave in quel referendum che ha sprofondato Londra, Belfast, Dublino, Bruxelles e tutti noi in questo drammatico meandro della Storia. Stracciando gli accordi, troncando il Common Travel Area e sbattendo la porta. Oltranzisti, e decisivi nell’affollato parlamento di Londra per la sopravvivenza di quel Governo May che la Brexit ha messo alla guida del Regno di Sua Maestà. Impauriti da quella equazione per la quale “no border = no Brexit”.

Ed ecco che lungo quelle poche centinaia di chilometri di confine fisico, che hanno diviso antiche contee più che nazioni, si sta vivendo uno dei “o di qua, o di là” più drammatici della Storia del continente.

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