Il condominio mondiale apre ai rifugiati e migranti

General Assembly Seventy-first session Opening of High-level plenary meeting on addressing large movements of refugees and migrants Remarks by the Secretary-General

Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Il 19 settembre 2016 si è svolto a New York, alle Nazioni Unite, il Vertice mondiale dedicato al tema dei rifugiati e dei migranti nel mondo.

Si è trattato di un Vertice la cui importanza primaria sta nel fatto stesso che si sia realizzato; che i membri del condominio mondiale si siano cioè decisi a incontrarsi e a dedicare a questa problematica realtà un’intera giornata dei lavori dell’annuale Assemblea generale.

Rifugiati e migranti: i diritti sono diritti

È stato un Vertice importante perché ha voluto porre sullo stesso piano, almeno nominalmente, “rifugiati” e “migranti”; ciò che non è stata poca cosa se si considera il dibattito manicheo che da tempo, troppo tempo, si sta svolgendo nel mondo, come a casa nostra del resto, sulla necessaria distinzione tra gli uni e gli altri, tra chi ha diritti sanciti a livello internazionale e chi non ne ha o ne ha molti di meno. E dunque sul diverso trattamento da riservare agli uni piuttosto che agli altri.

Intendiamoci, nessuno dei promotori del Vertice intendeva, così facendo, invocare una sorta di parità di trattamento, sempre e dovunque, tra il “migrante” e il “rifugiato”; ma solo sottolineare due aspetti: da un lato i fattori che accomunano queste due categorie di migranti e dall’altro rimarcare l’esigenza di sfumare i termini di quella distinzione che trova il suo fondamento originario in una Convenzione del 1951, in un Protocollo del 1967 e in un contesto molto diverso da quello attuale; sfumare, considerando ad esempio la differenza di fondo che si deve porre tra una persona che ambisca a costruirsi un progetto di vita migliore di quella in cui si trova e che non si trova in stato di assoluta necessità vitale e una che corre obiettivamente il rischio di morire, lui e/o la sua famiglia, di fame.

È stato un Vertice importante perché ha consentito a quanti erano disposti a leggere e ascoltare di ripensare non la drammaticità di questa realtà ma la rappresentazione in termini di quantità e di criticità che si è data e si sta dando nei paesi verso i quali è diretto, questo movimento di popoli che hanno lasciato le loro terre alla ricerca di un riparo dalla guerra, da persecuzioni e/o comunque da condizioni di vita considerate tanto intollerabili da indurli a rischiare la loro stessa vita o ad esporla a difficoltà e sofferenze di ogni genere.

È risultato di tutta evidenza, in proposito, come si tratti di una realtà di oltre 65 milioni di persone, una moltitudine immensa se considerata in sé stessa e nei suoi problemi esistenziali, ma assai meno rilevante rispetto alle potenziali capacità di accoglienza e di gestione, se messa in relazione non solo ai 7,4 miliardi di persone di cui è composta la popolazione mondiale, ma soprattutto al suo 60% che vive nei paesi che compongo il cosiddetto G20, il club dei paesi più ricchi della terra e al fatto che in questo club si concentra l’80% del P.I.L. mondiale.

I venti della xenofobia

Questo Vertice è servito a far emergere in filigrana la contraddizione tra la scomoda verità implicita in questo elementare confronto di percentuali e il fatto che la drammatica realtà umana che essa rappresenta abbia assunto la valenza critica quasi dirompente di una minaccia in paesi come gli Stati Uniti e in realtà geo-politiche quali l’Unione europea.

Al punto da allontanare in una sorta di arida dissolvenza il fatto che la realtà di cui si tratta è fatta di “persone”, di persone come noi voglio dire, anche se hanno un colore della pelle e parlano lingue diverse dalle nostre; anche se hanno il difetto di stare peggio di noi e di capitare in questa parte di mondo benestante nel momento sbagliato: perché c’è una crisi economica e sociale che continua a mordere, perché c’è insicurezza; perché il vento della xenofobia sta soffiando forte e riceve impulsi velenosi dal suo mescolarsi con l’islamofobia quasi che non ci fosse convivenza consolidata con la popolazione di fede musulmana, stimata in circa il 6% dell’intera popolazione dell’Unione; perché la percezione della presenza straniera è fortemente divaricata rispetto alla realtà dei fatti.

Sfide del condominio mondiale

È stato un Vertice importante perché ha rappresentato il primo atto di un processo politico nel quale si prevede l’assunzione di sfide importanti da affrontare attraverso misure di intervento proiettate nel tempo: dalla protezione dei diritti umani indipendentemente dal loro status rispettivo all’impegno ad assicurare che rifugiati e migranti minori ricevano un’istruzione nell’arco di pochi mesi dall’arrivo; dal sostegno ad una campagna globale contro la xenofobia all’individuazione di innovative soluzioni finanziarie multilaterali per incrementare le politiche di assistenza umanitaria e di sviluppo; dall’impulso previsto a favore dell’UNHCR nella ricerca di sistemazioni abitative e di lavoro per i rifugiati al rafforzamento della governance globale del fenomeno migratorio inserendo l’Organizzazione Internazionale per le migrazioni all’interno del sistema delle Nazioni Unite.

Ed è stato un Vertice importante perché nella Dichiarazione politica adottata si prevede anche un programma articolato su tre punti nevralgici: l’avvio di un negoziato finalizzato alla conclusione di un accordo globale nel 2018 in materia di gestione del fenomeno migratorio, lo sviluppo di linee-guida in materia di trattamento dei migranti in situazioni di vulnerabilità; l’adozione di un accordo mirante ad assicurare un più equo riparto degli oneri e delle responsabilità in materia di accoglienza e gestione dei rifugiati.

Si dirà che sono parole

Si dirà che ci vuole ben altro che un esercizio politico-diplomatico di quel Palazzo di vetro che sembra sempre più lontano dalle esigenze del condominio mondiale di cui è ufficialmente la più alta rappresentanza e il più alto strumento di governo.

Si dirà che non sarà certo questo Vertice a cambiare le politiche in materia migratoria che stanno squassando l’edificio stesso dell’Unione europea e la dinamica politica dei suoi principali membri.

Si tratta di obiezioni che non si possono e non si debbono ignorare. Tanto più alla luce delle politiche di contrasto ai flussi migratori che hanno portato alle barriere erette dal gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Ungheria), da Francia e Inghilterra, infelicemente sintetizzate dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che al G20 di Hangzhou ha ritenuto di poter affermare che ”l’Unione europea è vicina al limite della sua capacità di accoglienza di nuovi flussi di migranti”. Per non citare il grande muro col Messico evocato da Donald Trump.

Ritengo però che con tutto lo scetticismo indotto dalla realtà dei fatti, il Vertice del 19 settembre è un primo, anzi, un primissimo passo nella direzione giusta che sarebbe saggezza e lungimiranza politica incoraggiare e facilitare. Ricorrendo se necessario anche alla polemica come ha fatto il nostro Presidente del Consiglio che, dopo averlo fatto a Bratislava, ha voluto giustamente stigmatizzare la politica migratoria dell’Unione Europea anche a margine di questo Vertice delle Nazioni Unite.

Oppure ricorrendo alla leva etico-politica come ha fatto Filippo Grandi, una prestigiosa personalità italiana, oggi Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), e grande patrocinatore del Vertice del 19 settembre.

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