Aziz Muhamat. Le parole e la voce dei podcast che difendono i diritti dall’intolleranza dell’Australia

È sudanese il vincitore del premio internazionale dei diritti umani Martin Ennals, diventato la coraggiosa voce dei rifugiati che denuncia le conseguenze drammatiche della politica ‘tolleranza zero’ dell’Australia verso i migranti. Si chiama Abdul Aziz Muhamat, ha 25 anni, ed è noto per  raccontare le esperienze drammatiche, vissute e viste negli ormai 6 anni trascorsi nel centro di detenzione dell’isola di Manus, attraverso 4mila messaggi vocali trasmessi in podcast sotto il titolo The Messenger, prodotti da Wheler Center e The Guardian Australia.

L’Australia ha adottato la Pacific solution, ossia una delle legislazioni più rigide in materia di accoglienza agli immigrati e ai richiedenti asilo, che si espleta con l’applicazione dell’operazione della marina militare denominata Sovereign Borders. Da anni la marina intercetta le navi dei migranti e le respinge o le dirotta verso 2 piccole isole dell’oceano Pacifico, la repubblica di Nauru e l’isola di Manus (quest’ultima territorio della Papua Nuova Guinea), dove sorgono dei veri e propri campi di detenzione sovvenzionati dall’Australia, nei quali sono rinchiusi tutti i migranti, senza distinzione fra adulti e bambini. L’Australia non permette a nessuna imbarcazione di accedere al suo territorio, contravvenendo, così, sia al diritto internazionale per il quale sarebbe  obbligata ad accogliere nel suo territorio coloro che richiedono asilo per stabilirne lo status, sia la Convenzione Onu per i Rifugiati del 1951, che l’Australia ha ratificato.

Al di là di ogni norma e accordo sovranazionale, dal 2012 l’Australia avanza con la sua Pacific solution, riuscendo a portare a zero l’arrivo dei barconi che provengono principalmente dall’Afghanistan, Iran, Iraq, Pakistan e Siria.

Questo vale per tutti: famiglie, bambini non accompagnati, persone istruite e lavoratori specializzati

Nel 2014 la stessa marina militare ha registrato il video No way – You will not make Australia home, che tradotto suona così “Non c’è modo. Non farete mai dell’Australia la vostra casa”. Il video ritrae il generale Campbell, comamdante delle operazioni di sorveglianza delle frontiere che dice “Se viaggiate in mare verso l’Australia senza visto, sappiate che non farete mai dell’Australia la vostra casa. Questo vale per tutti: famiglie, bambini non accompagnati, persone istruite e lavoratori specializzati. Non ci saranno eccezioni”.  Alla sua pubblicazione il video ha provocato polemiche, soprattutto da parte delle organizzazioni per i diritti umani. In Italia è stato rilanciato nell’estate 2018 dal ministro degli Interni, Matteo Salvini,  come modello esemplare per l’Europa.

Nel 2017 la Corte Suprema della Papua ha dichiarato il campo di detenzione di Manus incostituzionale.  Oggi vi rimangono circa 600 uomini, la maggior parte dei quali con lo status di rifugiati, come Aziz tale dal 2015,  la cui unica speranza è quella di essere accolti dagli Usa, in virtù di un accordo sottoscritto nel 2016 con l’Australia, che si rifiuta di accoglierli.

Abdul Aziz Muhamat a Manus vi è giunto nel 2013, fuggito dal Sudan a causa della guerra del Darfur. Appena arrivato, ha raccontato, come a tutti gli altri, hanno annullato l’ identità, cancellato il suo nome sostituendolo con il codice QNK002. Ancora oggi a 2 anni dalla sentenza della Corte, Aziz riferisce di oltre “65 tentativi di suicidi nel corso degli ultimi mesi” dovuti all’abbattimento generato nei rifugiati dall’incertezza del proprio futuro;  perché Manus, pur non essendo più un centro di detenzione ma di transito, viene raccontato da Aziz come un luogo “con recinti e coprifuoco”, con “persone senza diritti, intrappolate sull’isola, senza il permesso di poter andare in un altro Paese”, in un limbo senza fine.

La sindrome della rassegnazione

Più tragica è la situazione nel campo di Nauru dove, ai casi di depressioni e malattie mentali degli adulti e agli episodi di autolesionismo, si registra lo stato di irrisolvibile prostrazione dei bambini che scivolano nellasindrome della rassegnazione”, una patologia decifrata in Svezia tra i rifugiati. I bambini che ne sono colpiti smettono di bere, mangiare, parlare, muoversi, fino a non voler più aprire gli occhi; non hanno la forza per sopportare una  situazione traumatica, non solo per la detenzione ma, soprattutto, per la mancanza di visione di in un futuro migliore.

Di recente il Parlamento australiano ha approvato una legge che facilita i trasferimenti nel proprio territorio – per gravi motivi di salute – anche alle persone senza documenti.  Ma il Governo la boicotta e il primo ministro, Scott Morrison, ha annunciato la riapertura del centro di detenzione sulla Christmas Island nell’oceano Indiano a sud dell’Indonesia. Al sabotaggio della legge appartiene anche la ripresa della feroce retorica che descrive i migranti come “pederasti, violentatori e assassini”.

“Non siamo criminali, siamo rifugiati” ha ripetuto Aziz a Ginevra, dove si è recato per ritirare il premio Martin Ennals, grazie al permesso speciale rilasciato dalle autorità di Papua Nuova Guinea, dove sta ritornando – nonostante goda dello status di rifugiato dal 2015 – perché “io appartengo a quel luogo e continuerò a stare in prigione, lontano dalla civiltà e da ciò che ha il sapore della libertà”.

Appartiene al suo destino continuare a denunciare le ingiustizie,  attraverso la sua voce protesa “alla persuasiva e convincente difesa dei diritti dei rifugiati” come hanno dichiarato gli organizzatori del premio Martin Ennals che, oltre ad  Aziz, hanno conferito il riconoscimento al leader afro – colombiano Marino Córdoba Berrio e alla giurista turca Eren Keskin.

 

 

Fotografie dall’alto verso il basso: Ginevra, 13  febbraio 2019, Abdul Aziz Muhamat mentre riceve il premio Martin Ennals; fotogramma del video ‘No way’; i 3 premiati con il Martin Ennals, da sinistra la giurista turca Eren Keshi, il leader afro – colombiano Marino Córdoba Berrio e Abdul Aziz Muhamat

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