Il fallimento dell’Onu contro la prevenzione dai genocidi

Il 9 dicembre 2018 ricorreva il 70° anniversario della Convezione Onu per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. Per l’organizzazione internazionale non è stata una ricorrenza da celebrare, bensì un’occasione di autocritica.  Il segretario generale António Guterres ha rimarcato come dopo i processi di Norimberga del 1945-46 – che condannarono i nazisti responsabile della Shoah per crimini di guerra, contro l’umanità e la pace – la comunità internazionale ha fallito non  riuscendo a impedire i genocidi in Cambogia, in Srebrenica e in Ruanda.

“A 70 anni dall’adozione della Convenzione – ha detto il segretario nazionale – le persone continuano ad essere sterminate; le loro case bruciate e le loro terre confiscate solo per appartenenza etnica, per essere quello che sono”. Solo per “essere nati”, come è accaduto per agli ebrei nella Seconda Guerra Mondiale.

Eppure  il genocidio è intenzionale e premeditato e  la sua organizzazione e applicazione richiedano tempo.  Un lasso di tempo che consentirebbe al mondo libero di agire per contrastarlo. E, invece   “sfortunatamente a volte la comunità internazionale non ha prestato attenzione ai segnali pericolo e non ha agito in modo decisivo. Invece di prevenirlo, spesso reagiamo troppo tardi –  ha preso atto Guterres – . Per questo, a tutt’oggi  “esistono episodi della nostra storia così dolorosi e contrari alla natura umana che è impossibile parlarne senza provare vergogna e costernazione.”

La modernità e l’era digitale non ci proteggono dai genocidi che possono essere evitati soltanto dall’azione unitaria degli Stati-membri. E la Convenzione, secondo il Segretario Generale, fornisce gli strumenti giuridici ai quali rifarsi per il contrasto dei genocidi. “Impedire e castigare il genocidio è un dovere, una responsabilità e un obbligo di tutta la comunità internazionale”.

Anche il consigliere speciale dell’Onu per la Prevenzione al Genocidio Adama Dieng, intervenendo nel dibattito, ha lamentato la speranza tradita dalla comunità internazionale,  evocando le tragedie più recenti.

“Non solo continuiamo ad essere testimoni inermi delle tensioni etniche e religiose in varie parti del mondo, ma assistiamo a un pericoloso aumento di situazioni che richiedono un nostro urgente intervento”.

Come nella Repubblica Centroafricana, in Iraq, nel Sudan del Sud, in Myanmar, in Nigeria, nel Nord del Caucaso e, pur su differenti piani ma di uguale importanza,  contro “l’onda di populismo europea e statunitense che alimenta il razzismo,  la xenofobia , i discorsi e i crimini d’odio”.   Uno stato di cose che dovrebbe suscitare allarme, considerando anche  all’alto “livello di autocompiacimento” dei seminatori dell’intolleranza.

“Se non possiamo cambiare i fallimenti del passato, possiamo almeno imparare dalla Storia e prevenire i crimini nel futuro. Non è un compito facile: richiede una totale “dedizione, perseveranza e volontà da parte delle società nel loro complesso” ha concluso Dieng, invitando gli Stati firmatari della Convenzione a rinnovare il loro impegno contro i genocidi e gli Stati non firmatari (sono 45) a ratificarla.

 

Fotografia dall’alto verso il basso: 2) António Guterres, segretario generale dell’Onu; 3) Adama Dieng,  consigliere speciale dell’Onu per la Prevenzione al Genocidio

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