7 luglio, l’Africa si unisce sognando l’UE: ne parliamo?

L’Africa ha fatto un passo storico. Lo ha fatto a Niamey, in Niger, e lo ha compiuto il 7 luglio 2019. In quel luogo e in quella data 54 stati su 55 (anche se due ballano ancora) hanno ratificato e fatto (ri)nascere l’AfCFTA, ovvero l’area di libero scambio che raggrupperà (quasi) tutta l’Africa di fatto abbattendo commercialmente i confini degli Stati. Il motivo? Liberarsi. O almeno provarci.

La posta in gioco – Come esplicitato dai principali siti d’informazione che hanno riportato la notizia, la posta in gioco dell’accordo è enorme. I paesi dell’Africa hanno in questo momento un volume di esportazioni diretto ai propri vicini che raggiunge a malapena il 17% rispetto al totale. Per dare dei termini di paragone, la quota intra-asiatica sfiora il 60%, quella europea addirittura sfonda il 70%. Ovvero: i Paesi africani non “usano” i propri vicini come volani economici, avendo in pratica rapporti commerciali risibili e mancando, di fatto, un’enorme ridda di dollari di occasioni di scambio, preferendo avere rapporti commerciali con l’estero, principalmente con l’Europa. Il motivo? Semplice: siamo noi.

Le logiche coloniali – Quando si parla di neocolonialismo si parla (secondo la definizione data dalla Treccani), di “quell’atteggiamento di alcune potenze ex coloniali accusate di voler mantenere, nel momento stesso in cui formalmente concedevano o riconoscevano l’indipendenza ai territori già soggetti, il controllo dell’economia locale”. Questo controllo è evidente – lo racconta chi c’è stato, per esempio nel bellissimo articolo uscito su www.africarivista.it – passeggiando tra gli scaffali dei supermercati di Ouagadougu, di Bamako, Bujumbura o Maputo: la cioccolata è praticamente solo svizzera, le penne sono francesi, i fazzoletti solo canadesi o americani, il pomodoro solo cinese (spesso con nomi italiani). Perché fino ad oggi gli africani rendevano più conveniente comprare le merci da mettere in vendita da fornitori extra-africani con una jungla di dazi, controdazi, tariffe, proibizioni, limitazioni. Jungla voluta e sostenuta dagli ex-colonialisti (o dai cinesi). In pratica, come spiega benissimo Paolo Alfieri sull’Avvenire “Il commercio solo con Paesi esterni al continente tende infatti a basarsi sull’invio delle materie prime nelle fabbriche cinesi o europee, il che si traduce in meno posti di lavoro a livello locale e in una maggiore esposizione ai prezzi delle materie prime sui mercati finanziari globali”. Da oggi – sperano – non più.

Sognando l’UE – L’accordo firmato il 7 luglio, e ratificato anche all’ultimo minuto dalla Nigeria, seconda economia e primo Paese per numero di abitanti del continente, ha delle ambizioni veramente molto alte: creare economie di scala, incentivare l’impresa e l’imprenditoria locale, formare una classe di produttori e di investitori capaci di cavalcare l’onda di un continente che, negli ultimi vent’anni, ha raddoppiato il proprio Pil (raggiungendo lo scorso anno quota 2500 miliardi di dollari, 700 miliardi in più – tutta l’Africa insieme – della sola Italia). Come scrive sempre africarivista “l’intesa prevede la graduale abolizione delle barriere tariffarie e non tariffarie su beni e servizi e, in particolare, l’eliminazione totale dei dazi sul 90% delle merci, in un periodo compreso tra i 5 e i 10 anni dalla sua entrata in vigore”. Non solo: i promotori del progetto sembrano proprio sognare Schengen, se è vero che “l’accordo – come scrive ancora africarivista – ambisce inoltre a promuovere la libera circolazione delle persone legate al mondo degli affari e quella dei capitali, con l’obiettivo di potenziare il commercio interregionale, promuovere gli investimenti e creare posti di lavoro”.

A casa loro – Insomma: l’Africa sta provando ad aiutarsi da sola in casa propria, abolendo delle logiche infauste. Con un progetto anche politico di primissimo livello: secondo quanto scritto da blastingnews.com, l’accordo sarebbe stato scritto anche e soprattutto grazie ad una riproposizione in salsa africana di una sorta di asse franco-tedesco-italiano, ovvero l’asse che ai tempi fondò la UE. Perché, con l’allineamento della Nigeria, i principali paesi del continente (Etiopia, Egitto, SudAfrica) sono tutti tra i primi promotori del megaprogetto economico che si tinge, anche, di carature sociali e politiche. Come nelle speranze di moltissime associazioni, come Tournons la page (giriamo la pagina in francese) che, dalla pagina di Repubblica.it, dice attraverso il proprio portavoce: “Speriamo che il lancio dell’accordo di libero scambio non sia solo un grande favore alla comunità internazionale, a cui si chiede in cambio di chiudere gli occhi su violazioni dei diritti umani in Africa”. Violazioni che rimangono tutte sul tavolo. E che questo accordo, con il clima di ottimismo e soddisfazione che sta spargendo per tutto il continente, potrebbe aiutare a superare. O – con i soldi prodotti – a incrudire drasticamente. Questo accordo è un pezzo di Storia, ma è anche una responsabilità. Soprattutto per l’Europa. Che deve battere un colpo, adesso.  Vogliamo parlarne?

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