Scioperare per accendere una luce sull’Università

“Le ragioni per scioperare ci sono tutte e non si tratta solo di scatti stipendiali. Comunque anche solo questo motivo sarebbe sufficiente. E chi è risultato maggiormente penalizzato sono i giovani appena entrati ovviamente. Purtroppo la Consulta creò una disparità quando respinse il blocco degli stipendi per i magistrati, lasciandolo invece per gli universitari. Lo sciopero in senso strictu riguarda appunto il ristoro, almeno parziale, degli scatti perduti.

A parlare è un docente di un ateneo romano, amato e stimato dai suoi studenti, che ci spiega come lo sciopero sia soprattutto una sorta di pretesto per riaccendere i riflettori sulla condizione universitaria che necessità di un’attenzione e di una “cura” profonda.

Sono passati circa 10 giorno dall’inizio dello sciopero formale indetto dal movimento “Dignità della docenza università” promosso dal Prof. Carlo Ferraro del Politecnico di Torino.

Oggetto dello sciopero

scioperoUna situazione che parte da lontano con il blocco degli scatti stipendiali dal 2011 al 2015; una “battaglia” che dura da anni. Nel 2016  è stato tolto il blocco degli stipendi agli universitari, ma senza considerare gli effetti pregressi (ossia gli scatti che si sarebbero dovuti verificare duranti gli anni del blocco); mentre ad altri dipendenti pubblici è stato riconosciuto il pregresso. Si sciopera in particolare per i docenti/ricercatori più giovani che sono coloro che maggiormente ci rimettono, avendo un maggior numero di anni di carriera davanti

Una sessione autunnale, dunque, in movimento, che non intende penalizzare gli studenti ma creare disagio e, fondamentalmente, come vedremo più avanti, gettare luce sul sistema università,  affinché si ripensi il mondo accademico.

Per evitare che gli studenti saltino gli esami, in alcuni casi sono stati previsti  due appelli consecutivi, così che gli allievi possano comunque dare gli esami. Inoltre si garantiscono le “date straordinarie” per chi ha un’unica sessione autunnale prima della discussione della tesi.

Lo sciopero si riferisce agli esami di profitto della sessione autunnale che è partita il 28 agosto e terminerà il 31 ottobre. Si è parlato di un’adesione di oltre 5,000 professori, ma il numero è approssimativo in quanto molti docenti ancora non hanno preso una decisione. C’è chi non si sente di parlare di “scatti stipendiali”, in un momento storico in cui a molti manca proprio lo ‘scatto’ mattutino che ti dà un’occupazione.

Fondi che stanno toccando il fondo….

Il sistema universitario dunque in primo piano, che secondo un  nutrito gruppo di professori ordinari e associati si sta cercando di minare in diversi modi: dai finanziamenti ordinari sempre più esigui, a quelli per la ricerca quasi nulli ed affidati a “oscuri” criteri. Ci sono casi in cui un docente rimane in attesa di un finanziamento di 3.000 € in un anno (giusto per poter andare a un convegno non all’estero e pagarsi le stampe); in questo caso deve far domanda sapendo che solo il 25% di loro sarà “premiato”. Il FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario), ossia il denaro con cui sopravvivono le Università, è sempre stato ribassato da diversi Governi a questa parte: solo in questi ultimi 2 anni è sceso da 7.003,6 € (2014) a 6.904,8 (2015)€ .

Ricercatore: una figura in estinzione

Con la famigerata legge Gelmini (l.240) è venuta meno la figura del ricercatore a tempo indeterminato, “sostituita” con la figura del ricercatore a tempo determinato per 3 anni (di tipo A) e successivo contratto di ricercatore ( di tipo B) per altri 3 anni, al quale dovrebbe seguire l’abilitazione nazionale per professore associato e/o ordinario; i criteri di valutazione cambiano di anno in anno, per passare dalla categoria di ricercatore di tipo A a quella di ricercatore di tipo B.

Se lo spirito della legge era quello di contrastare la precarizzazione accademica, in realtà la sua applicazione ha dato vita a una pletora di situazioni nebulose, in cui l’accesso alla carriera è sempre più offuscato. La procedura di reclutamento è così articolata che a volte, si preferisce licenziare e poi riassumere.

“Con la cancellazione dei ricercatori a tempo indeterminato, sono quelli a tempo determinato (che occorre pagarsi con i propri fondi di ricerca, costo pari a diverse centinaia di migliaia di euro) senza avere alcuna garanzia (anzi!) che potranno continuare la loro carriera accademica: gente che potrebbe ritrovarsi a 40 anni e oltre, a dover rinunciare e iniziare a cercarsi un altro lavoro” ci spiega un docente accademico.

Attualmente, l’università italiana è caratterizzata da un florilegio di figure che svolgono le stesse mansioni, ma con ruoli e potere diversi, vale a dire ricercatori a tempo indeterminato (consacrati tali prima della legge Gelmini), ricercatore a tempo determinato, professori a contratto (professionisti per una determinata disciplina) o meglio contrattisti, assegnisti che svolgono sia didattica che ricerca, alcuni anche titolari di insegnamenti dei corsi di laurea.

Piccola nota a latere, spesso i docenti a contratto, titolari di un insegnamento accademico, non percepiscono alcuna retribuzione, ma questa è un’altra storia.

A livello nazionale, ci sono persone che hanno preso l’abilitazione nazionale e poi non la utilizzano, in quanto privi di un “aggancio” con un ateneo specifico, un dipartimento. L’abilitazione può non comportare la titolarità di un insegnamento.

Probabilmente sarebbe più sano, se ci fosse una carriera unica che assicura l’accesso al lavoro universitario senza questa frammentazione in-utile di figure più e altre molto meno strutturate. Che cosa si fa all’università: didattica e ricerca. Che senso ha questo sgretolamento universitario?

In gioco c’è il futuro della conoscenza in tutte le sue pieghe, docenti, studenti, amministrativi e affini.

Non si tratta pertanto di una mera rivendicazione sindacale, ma un focus sulla condizione universitaria in cui ricercatori a tempo indeterminato (“figura” in estensione), in attesa di un concorso o di un’abilitazione nazionale per diventare professore associato, o ordinario; figure a metà o forse raddoppiate in cui si concentra ricerca e didattica, senza una configurazione corrispondente; dottorandi in cerca di “borsa”; ricercatori a tempo determinato, dottorandi, contrattisti in una selva oscura.

Inoltre è da considerare l’alto tasso di produzione di documenti relativi alla programmazione didattica, che fanno sì che i docenti passino più tempo a dimostrare quello che fanno,  che a fare. Un annegare lento nel mare di burocrazia.

Precari e docenti: due vite e una svolta

Alcuni docenti suggeriscono una nuova categoria di scioperanti: “i precari”, uniti ed indivisibili. La protesta attuale non riguarda tutti i docenti, ma solo i “garantiti; se dalla mattina alla sera, tutte le figure precarie che alimentano la linfa vitale dell’accademia si fermassero, probabilmente l’università si paralizzerebbe; sarebbe davvero un movimento tellurico e forse propulsore di un’autentica ri-forma.

Tutti quei giovani (anche gli stessi dottorandi) e meno giovani. “presi in prestito” dalla ricerca per svolgere attività didattica. rappresentano un’alterazione continua del sistema universitario. Come nella sanità, i corsi che funzionano sono quelli in cui i singoli professionisti prestano la loro opera, come nobili servitori del pubblico impiego e del “precariato” impiego. Ci vorrebbero concorsi nazionali e procedure trasparenti a livello nazionale. Senza la trasparenza è difficile “giocare”.

Come ci spiega un professore associato, “il processo decisionale nelle università italiane è molto basso, il docente individua lo studente per poi accompagnarlo nella carriera, già, in alcuni casi, dalla laurea magistrale; si tratterebbe di rendere più trasparente questo processo; la selezione ‘per classe’ è soggetta a molte variabili, tra cui per esempio la vivacità complessiva dell’anno universitario. Bisognerebbe individuare un momento dopo il dottorando, per rendere trasparente questo processo. Evitare figure che nascono e muoiono all’interno di un Dipartimento”.

Come quando parlammo degli italiani senza cittadinanza, perché dobbiamo ‘continuare a farci del male’, formando migliaia di individui e poi non assicurargli un futuro che, come sappiamo, si va a cercare oltreconfine. Siamo sicuri che la soluzione c’è, e va oltre le ragioni finanziarie, si annida nella coscienza, nella consapevolezza e, soprattutto, nella volontà dei decisori a livello politico e accademico.

Foto: Il quarto stato di Pellizza da Volpedo

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