Programma Emso: lettura delle acque degli oceani

 Non c’è modo per l’uomo di sottrarsi all’interdipendenza con Natura. Ciò che influisce su uno, influisce su tutti, poiché siamo parte di una totalità più grande, cioè del corpo del pianeta. Dobbiamo, rispettare, conservare e amare le sue molteplici espressioni se vogliamo sopravvivere (Bernard Campbell, antropologo).

Quando ci avviciniamo alla divulgazione scientifica, ogni parola ha il suo valore, la sua connotazione, la sua ragione di essere. Non è quindi un’inezia, la prima cortese correzione che mi rivolge, Laura Beranzoli, dirigente tecnologo dell’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).

Al quesito di come nasca il progetto Emso, mi fa notare che avrei dovuto dire, non progetto, ma programma. E la differenza è senza dubbio, sostanziale e ci apre le porte della scienza a tutto tondo. Il progetto ha un inizio ed una fine nel breve termine.

Il programma di ricerca è a lungo termine e dovrebbe costituire una linea di ricerca continuativa e sistematica. I programmi di ricerca solitamente si sviluppano anche grazie alla realizzazione di grandi attrezzature scientifiche, ovvero infrastrutture di ricerca. Il CERN, per esempio, ora è una struttura riconosciuta dall’opinione pubblica come ente di ricerca scientifica, ma nasce proprio come programma di ricerca.

EMSO_osservatorioEMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory) infatti è un’infrastruttura di ricerca per le scienze marine , costituita da una rete di osservatori sui fondali marini. Otto Paesi si sono accordati per finanziare questa infrastruttura: Francia, Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo, Romania, Regno Unito, Spagna.

L’infrastruttura ha lo scopo di acquisire in modo continuativo misure relative a una grande varietà di fenomeni che hanno luogo negli abissi marini e offrire agli scienziati grandi volumi di dati al fine di contribuire a comprendere i cambiamenti climatici, tutelare gli ecosistemi marini e mitigare i rischi naturali.

Come nasce la storia “Emso”

Nei paesi che appartengono all’Unione Europea, la ricerca è finanziata sia a livello locale, che a livello comunitario.

I cosiddetti “Programmi quadro di ricerca”, rappresentano la principale fonte di finanziamento che mette a disposizione l’Europa a sostegno della politica comunitaria in ambito scientifico e tecnologico. A partire dal 2014, si è avviata l’ottava generazione di questa tipologia di programmi, a cui è stato dato il nome di “Horizon 2020”.

Come ci spiega la Dott.ssa Beranzoli: “La Commssione Europea nell’ambito dei suoi programmi quadro, ha finanziato tre progetti tra il 1995 e il 2003 che hanno realizzato il primo prototipo osservatorio multiparametrico sottomarino”. Nel 2006, grazie a questa esperienza e a esperienze , competenze e attrezzature fino ad allora sviluppate da altri gruppi europei anche in altri settori disciplinari, la Commissione europea ha definito la prima Roadmap per la realizzazione di infrastrutture di ricerca prioritarie per l’Europa per sostenere la competizione con i paesi extra europei, primi fra tutti USA, Canada, Giappone.

Ed è allora che tra le infrastrutture di ricerca nel campo delle scienze ambientali emerge EMSO, acronimo inglese di Osservatorio Europeo Multidisciplinare del fondo marino e della colonna d’acqua. “L’inserimento di EMSO nella Roadmap fin dal 2006, come sottolinea con risoluta pacatezza, Beranzoli, evidenzia la necessità di creare un sistema di monitoraggio a scala europea costituito da una rete di osservatori marini per rispondere alle sfide poste dai cambiamenti climatici.

A seguito di questo riconoscimento, ci è stata data l’opportunità di accedere ad altri finanziamenti sia nazionali che europei messi a bando”. I governi dei paesi europei infatti sono stati incentivati a finanziare con fondi nazionale il programma scientifico. Oggi i paesi che partecipano al programma EMSO, avendo sottoscritto l’impegno a sostenere l’infrastruttura di ricerca, mettono ogni anno a disposizione un finanziamento specifico per garantire lo sviluppo, l’aggiornamento, e l’espansione della rete di osservatori.

Fino al 2008 non esisteva un coordinamento unico per questa infrastruttura europea, ma solo una varietà di progetti senza una visione unica, ed in particolare, senza una valenza interdisciplinare. Con la fase preparatoria di EMSO, iniziata nel 2008, supportata dal 7° Programma Quadro europeo, si è proceduto progressivamente al coordinamento delle iniziative scientifiche che avevano fino ad allora sviluppato varie tipologie di osservatori sottomarini, e il 1 ottobre 2016 la Commissione europea ha riconosciuto lo status legale di Consorzio, European Research Infrastructure Consortium (ERIC) ai paesi che avevano deciso di unire gli sforzi per sostenere finaziariamente il funzionamento di EMSO.

Grazie ai finanziamenti banditi nel programma quadro europeo Horizon 2020, EMSO può fino ad ora contare su due progetti dedicati alla sua implementazione per oltre 8 milioni di euro complessivi

EMSO: esplorazione in divenire

Gli oceani coprono il 70% della superficie terrestre, ospitano il 50% delle sue specie e rappresentano il 90% delle condizioni di vita. Eppure essi sono stati poco esplorati anche oggi, essendo poco conosciuti, continuano a riservare di tanto in tanto sorprese.

L’esplorazione profonda del mare presuppone un impegno costante, forse anche più dell’esplorazione dello spazio. EMSO si propone di esplorare i fenomeni naturali che avvengono negli oceani, per ottenere una migliore comprensione dei fenomeni stessi, e per chiarire il ruolo fondamentale che questi fenomeni giocano nei sistemi terrestri più ampi.

Gli osservatori sono come laboratori automatici dotati di molteplici sensori in grado di misurare costantemente vari parametri come la temperatura dell’acqua, l’acidità, la direzione e l’intensità delle correnti, movimenti del suolo causati da terremoti o da frane. Questi osservatori possono essere connessi alle stazioni di terra mediante cavo sottomarino a fibre ottiche o funzionare in modo autonomo alimentati da batterie comunicando anche via satellite.

Cosa stimola i paesi ad unirsi ad un programma di ricerca

I programmi di ricerca si basano su due elementi fondamentali: partenariato e interdisciplinarità. Ma cosa unisce i paesi verso un unico intento? Che cosa lega un partenariato? In questo caso per esempio, che cosa può avere stimolato i paesi attuali a costituire in consorzio EMSO ERIC. Per tradizione culturale, ci dice la Dott.ssa Beranzoli, paesi come Francia ed Inghilterra hanno storicamente mostrato interesse e sensibilità per lo studio degli oceani, mentre paesi dell’area mediterranea come l’Italia, Portogallo e Grecia hanno da sempre avuto l’esigenza di comprendere il contesto geofisico e ambientale che concorre ai disastri naturali, come i terremoti e maremoti.

Ricerca e divulgazione scientifica

Per conseguire risultati robusti, la ricerca ha bisogna di tempi lunghi, ci ricorda Beranzoli. I fenomeni osservati prendono in considerazione parametri ambientali dei fondi marini che forse solo, tra 10, 20 anni potranno darci un quadro attendibile della evoluzione dei cambiamenti che interessano l’oceano.

L’attenzione dei media non è così costante nel documentare i progressi della scienze ambientali nell’interpretare i cambiamenti globali. Ci ricordiamo il buco dell’ozono che ha riempito pagine di giornali? Ora non se ne parla più; in realtà, sembra si sia considerevolmente ridotto, ma non fa notizia come al momento della scoperta. Oggi che si dovrebbe aver compreso meglio il fenomeno, i media non sembrano interessati a far comprendere al pubblico generalista come si è formato e perché ora si è ridotto.

Probabilmente, lo scarso legame tra comunicazione e divulgazione scientifica, rende opache e nebulose le piccole e grandi conquiste della ricerca e dei fenomeni naturali. Ogni volta mi meraviglio, ci dice, Laura Beranzoli, sentire molti giornalisti parlare riguardo ad un terremoto di ‘magnitudo scala Ritter’.

La magnitudo è il frutto di un calcolo ed è quindi un numero, e non può essere espressa con una ‘scala’ ovvero con uno strumento che si usa per classificare in modo qualitativo un evento (si pensi anche nell’ambito medico quando si classificano le ustioni) in funzione della gravità.

L’intensità di un terremoto, e non la magnitudo, è invece espressa secondo una scala dal I° al X° grado e fornisce una stima qualitativa dei danni provocati ai manufatti. Come si può in un paese come il nostro che sperimenta frequentemente terremoti confondere ancora magnitudo e intensità?

La comunità scientifica ha delle responsabilità. Nostro compito dovrebbe essere aiutare i media a usare il linguaggio corretto. Seminari di divulgazione scientifica potrebbero contribuire a migliorare il linguaggio dei media quando si occupano di scienza, semplificare il linguaggio, senza banalizzare il fenomeno. Con la terminologia giusta si innalza anche il livello educativo.

Donne e scienze

Ogni qualvolta che mi confronto con una ricercatrice non riesco a non pensare al divario di genere, in particolare nei ruoli dirigenziale. “Le donne sono più timide nel proporsi nei posti di comando”. Uno dei motivi potrebbe essere socio-culturale. Come conciliare la vita familiare e la vita professionale?

I servizi sociali ed educativi (e aziendali) così carenti in molte regioni italiane non sono efficaci nel supportare il cosi detto gender balance. Basti pensare a quanto poco viene utilizzato dai papà il congedo parentale. Con schietta sincerità e lucida obiettività, la nostra scienziata afferma: “In linea di principio, sono contraria alle quote rosa, ma date le condizioni socio-culturali attuali, mi viene da pensare che forse andrebbero imposte, come è avvenuto nei paesi scandinavi.”

Laura Beranzoli ha due figli e un’avviata carriera scientifica. Un invito alle giovani menti del “gentil” sesso: la carriera scientifica per le donne non è fantascienza.

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